Fisco

Il «nero» nei conti va provato

L’inattendibilità delle scritture contabili deve essere supportata con prove forti. Pertanto, l’avviso di accertamento è illegittimo se l’amministrazione finanziaria procede ad una rettifica induttiva senza specificare gli elementi in base ai quali contesta la presunta evasione. A precisarlo è la sentenza 202/29/12 della Commissione Tributaria Regionale del Lazio.
La pronuncia scaturisce da una verifica fiscale nei confronti di una società che si occupava di compravendita e locazione di immobili. Nel corso dell’accesso, i verificatori hanno contestato l’acquisto (effettuato nel 2004) di un immobile per 275mila euro con un pagamento dilazionato e per il quale la società aveva iscritto in bilancio un debito di pari importo. Basandosi solo su quanto riportato nell’atto di compravendita, l’amministrazione finanziaria ha rilevato che il venditore aveva ricevuto la somma concordata di 275mila euro prima della stipula del rogito e hanno contestato alla società acquirente (oggetto della verifica) una disponibilità finanziaria di pari importo, presuntivamente acquisita con operazioni in evasione di imposta e, dunque, ricavi non dichiarati per 275mila euro.
Al tal proposito, la società ha fatto presente all’ufficio che il pagamento, di fatto, non era avvenuto nel 2004. Nel 2008, l’atto di compravendita era stato modificato dallo stesso notaio che aveva precedentemente rogitato la cessione, sottolineando che si era trattato di un mero errore di trascrizione. Il fisco, però, non ha accolto le giustificazioni addotte dalla contribuente ed ha ritenuto inattendibile la contabilità. Di conseguenza, ha rettificato maggiori ricavi imponibili (rilevanti ai fini Ires, Irap e Iva) per un importo di 275mila euro oltre alle sanzioni ed agli interessi.
La contribuente ha impugnato l’atto in Commissione tributaria ma i giudici della provinciale hanno respinto il ricorso. La pronuncia di primo grado è stata, poi, impugnata in appello per non essersi espressa sulla carenza dei presupposti che legittimavano la rettifica induttiva. La Commissione Tributaria Regionale ha accolto l’istanza perché l’ufficio ha ritenuto inattendibili le scritture contabili della ricorrente, senza tuttavia specificare su quali elementi avesse basato tale assunto. Secondo il collegio giudicante, l’attività di compravendita di edifici non può oggettivamente essere svolta in evasione di imposta e, dunque, non è possibile imputare alla società immobiliare verificata l’importo complessivo della compravendita come reddito non dichiarato, senza alcun riscontro concreto diverso da quanto scritto nell’atto di vendita poi corretto (magari attraverso verifiche su conti bancari, appunti, contabilità non ufficiale).
Inoltre, la società, che era stata costituita nello stesso anno oggetto della contestazione (2004), non aveva fabbricati di proprietà da poter cedere e quindi non avrebbe potuto effettuare vendite in evasione d’imposta per 275mila euro. Ed i giudici hanno appurato che il documento di acquisto dell’immobile è stato poi rettificato da un successivo atto pubblico, con la partecipazione anche della società venditrice che ha confermato di non aver ricevuto nulla dalla ricorrente. Circostanza emersa anche dalla verifica condotta dallo stesso ufficio nei confronti della società venditrice dell’immobile, conclusasi senza alcun rilievo.
Infine, la Commissione Tributaria Regionale ha rilevato che il processo verbale di constatazione presentava una serie di errori in quanto i verificatori hanno richiamato documenti oggettivamente non riferibili alla società in quanto datati 20 anni prima della sua costituzione. Ne deriva, pertanto, l’insussistenza dei presupposti necessari previsti dall’articolo 39 del Dpr 600/73 e dall’articolo 55 del Dpr 633/72 che consentono all’ufficio di procedere ad una rettifica di tipo induttivo, con conseguente illegittimità dell’avviso di accertamento emesso.

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