Lavoro

Il licenziamento è illegittimo se deriva da inattività forzata

Niente licenziamento se il lavoratore è costretto all'inattività. Lo stabilisce la Cassazione con la sentenza 1693 depositata il 24 gennaio 2013
Niente licenziamento se il lavoratore è costretto all’inattività. Lo stabilisce la Cassazione con la sentenza 1693 depositata il 24 gennaio 2013

Niente licenziamento se il lavoratore è costretto all’inattività. Lo stabilisce la Cassazione con la sentenza 1693 depositata il 24 gennaio. Un dipendente di un’azienda telefonica denunciava di aver subito una dequalificazione professionale culminata nella totale inattività lavorativa. La ditta aveva privato quasi completamente il dipendente delle sue mansioni, fino a licenziarlo per giusta causa per mancata osservanza dell’orario di lavoro.
Il tribunale accoglieva la domanda di risarcimento del danno e rigettava quella sull’illegittimità del licenziamento. In appello, invece, la corte disponeva la reintegra del lavoratore e gli riconosceva il risarcimento del danno. La vicenda arriva in Cassazione: la corte afferma l’illegittimità del provvedimento espulsivo per l’operaio che non rispetta l’orario di lavoro, se è stato privato dal datore di ogni competenza. In sostanza, l’inattività forzosa voluta dall’azienda ha contribuito a determinare l’inadempimento del lavoratore, ridimensionando la gravità delle mancanze imputategli. La società sosteneva invece che per il datore di lavoro esiste solo l’obbligo di retribuire il proprio dipendente, non anche quello di farlo lavorare, e che se il datore di lavoro provvede al regolare pagamento della retribuzione il lavoratore non può rifiutarsi di eseguire la propria prestazione.
La Cassazione, non condividendo il ragionamento, afferma invece che il rifiuto del lavoratore subordinato di svolgere la propria prestazione lavorativa (ad esempio in caso di adibizione a mansioni inferiori) può essere legittimo, e quindi non giustificare il licenziamento in base al principio di autotutela nel contratto a prestazioni corrispettive, se il rifiuto è proporzionato all’illegittimo comportamento del datore di lavoro e conforme a buona fede (Cassazione n. 4060/2008). Tuttavia, precisa l’estensore, per ritenere giustificato il rifiuto di adempiere, il giudice del merito deve fare una valutazione comparativa degli inadempimenti, considerando anche la loro proporzionalità rispetto alla funzione economico sociale del contratto e all’incidenza sull’equilibrio sinallagmatico, sulle posizioni delle parti e sui loro interessi. In sostanza, il rifiuto di adempiere non sarà secondo buona fede se l’inadempimento è grave o di scarsa importanza in relazione all’interesse dell’altra parte contrattuale. Nel caso affrontato dalla Corte, l’interesse aziendale all’esecuzione della prestazione è venuto meno nella misura in cui il comportamento del dipendente di non osservare l’orario di lavoro è stato tollerato dalla società che non ha contestato immediatamente con sanzioni di carattere disciplinare. L’inattività forzata del lavoratore non solo non giustificherà il licenziamento ma sarà anche fonte dell’obbligo di risarcimento del danno in capo al datore di lavoro. Lo ribadisce la Cassazione anche nella sentenza n. 7963 del 18 maggio 2012: l’articolo 2103 del Codice civile riconosce al lavoratore il diritto a svolgere le mansioni per le quali è stato assunto o equivalenti alle ultime effettivamente svolte, con il diritto a non essere lasciato in condizioni di forzata inattività e senza assegnazione di compiti, ancorché senza conseguenze sulla retribuzione. La condotta del datore che lascia inattivo il dipendente, dunque, non solo è in contrasto con l’articolo 2103, ma è anche lesiva del diritto al lavoro.

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