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Il Governo «blinda» il Decreto del Fare. Oggi il voto di fiducia alla Camera

Il Governo «blinda» il Decreto del Fare. Oggi il voto di fiducia alla Camera
Tra le ultime modifiche wi-fi libero e tagli alla banda larga. Tensione Governo-maggioranza sui tetti ai manager

Per la seconda volta in un mese il governo Letta è costretto a blindare con la fiducia un decreto in scadenza. Era già accaduto il 20 giugno scorso alla Camera sul testo per le emergenze ambientali e il copione si è ripetuto ieri, sempre a Montecitorio, sul Dl del fare. Il voto è stato fissato per stamattina alle 11.30. E – come confermato dal responsabile per i Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini – riguarderà l’articolato approvato ieri notte dalle commissioni Affari costituzionali e Bilancio. Incluse le ultime modifiche su wi-fi libero, azionariato diffuso, Expo 2015, tagli alla banda larga e incompatibilità per i sindaci. Nel motivare la scelta dell’esecutivo il ministro Franceschini ha sottolineato come fino alla pausa estiva il calendario parlamentare si annunci complicato: «Bisogna esaminare sei decreti legge, le leggi europee, il ddl di riforma costituzionale, il testo sul finanziamento pubblico ai partiti e quello sull’omofobia». Aggiungendo che «affrontare il voto su 800 emendamenti al “dl fare” non consentirebbe di riuscire ad esaminare tutto in tempo». Mentre nuove tensioni con la maggioranza si registrano sulla norma che non estende il tetto agli stipendi dei manager.

Nel testo che, ostruzionismo permettendo, dovrebbe ottenere oggi la fiducia e domani l’ok finale di Montecitorio sono rimaste tutte le novità introdotte lunedì sera in commissione. A cominciare dal ripristino della liberalizzazione del wi-fi con l’approvazione di un emendamento dei relatori Francesco Boccia (Pd) e Francesco Paolo Sisto (Pdl) secondo cui «l’offerta di accesso alla rete internet al pubblico tramite tecnologia Wi-Fi non richiede l’identificazione personale degli utilizzatori». Una buona notizia per gli utenti del web che è stata però in parte vanificata dalla decisione di ridurre di 20,75 milioni (su 150) gli stanziamenti per la banda larga. Una modifica alla norma di copertura del decreto motivata con la necessità di evitare la sforbiciata alle emittenti locali. A completare le fonti di finanziamento sono arrivate anche una decurtazione alle dotazioni di alcuni ministeri (Economia, Lavoro e Affari esteri) e una riduzione di 18,9 milioni al fondo per alleggerire l’Irap sugli autonomi.

Tra gli altri ritocchi dell’ultim’ora vanno segnalati inoltre il finanziamento di 5 milioni per le iniziative agroalimentari collegate a Expo 2015, gli sgravi contributivi per le cooperative agricole, l’esenzione dall’imposta di bollo dello 0,15% per le comunicazioni agli investitori dei piani di azionariato diffuso (limitatamente alle quote acquistate prima del salva-Italia del dicembre 2011) e un diverso regime di incompatibilità tra la carica di parlamentare o ministro e quella di sindaco. Che non varrà per i primi cittadini di «enti pubblici territoriali con popolazione tra 5.000 e 15.000 abitanti, le cui elezioni si siano tenute anche successivamente alla data di entrata in vigore» del decreto n. 138 dell’estate 2011.

La blindatura decisa dall’Esecutivo rimanda al Senato la decisione sui nodi ancora da sciogliere. A cominciare dalle borse di studio per gli studenti meritevoli, colpevoli secondo la coordinatrice degli assessori regionali all’Istruzione, Stella Targetti, di creare «confusione tra due distinti sistemi di diritto allo studio, quello “ministeriale” e l’altro “regionale”». E soprattutto l’esclusione dal tetto alle retribuzioni degli emolumenti per gli amministratori delle società non quotate che svolgono servizi di interesse generale anche di rilevanza economica (Poste, Ferrovie, Anas). Un errore a cui «va posto sicuramente rimedio», hanno ammonito i deputati Simonetta Rubinato, Angelo Rughetti, Andrea Romano e Lello Di Gioia. Ma il governo continua a vederla diversamente. In una nota del ministero dello Sviluppo diffusa in serata viene precisato che la norma «introduce elementi di uniformità e di regolazione nella determinazione dei compensi per i manager pubblici» e non è giusto interpretarla come «tentativo di eliminare il tetto retributivo».

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