Diritto

Il Fisco non può opporsi se i giudici penali negano il sequestro

L’amministrazione finanziaria non può opporsi se i giudici penali negano il sequestro dei beni di un gruppo di imputati rinviati a giudizio per il reato di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari
L’amministrazione finanziaria non può opporsi se i giudici penali negano il sequestro dei beni di un gruppo di imputati rinviati a giudizio per il reato di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari

L’amministrazione finanziaria non può opporsi se i giudici penali negano il sequestro dei beni di un gruppo di imputati rinviati a giudizio per il reato di associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari. Neppure facendo appello alla direttiva comunitaria n. 2012/29/UE che prevede il diritto della vittima a ottenere un risarcimento da parte dell’autore del reato. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 42230 depositata il 21 ottobre 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una ordinanza con cui il Tribunale di Venezia ha dichiarato inammissibile l’istanza di riesame proposta dal Mef nonché dalla Agenzia delle Entrate avverso l’ordinanza con la quale il giudice del dibattimento aveva rigettato l’istanza di sequestro conservativo dei beni immobili e mobili del legale rappresentante di una società nonchè degli imputati rinviati a giudizio per rispondere della imputazione di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari nonché per rispondere dei reati fine.

La inammissibilità era legata alla mancata previsione del potere di impugnazione della ordinanza reiettiva del sequestro in capo alla parte civile; nel fare questa affermazione il Tribunale di Venezia ha rilevato la infondatezza dei contrari argomenti addotti dai ricorrenti.

In particolare ha osservato che non valeva richiamare la direttiva comunitaria n. 2012/29, la quale all’art. 16 sancisce espressamente il diritto della vittima del reato di ottenere un risarcimento da parte dell’autore di esso nell’ambito del procedimento penale.
Al riguardo il Tribunale ha osservato che la direttiva in questione, non auto applicativa, prevede un termine per il suo recepimento nei vari ordinamenti nazionali, compreso quello italiano, ancora non decorso, in quanto fissato al 16 novembre 2016; essa, peraltro, secondo la precisa indicazione rinvenibile nel suo art. 1, lettera a), si riferisce esclusivamente alle vittime che siano persone fisiche e non riguarda il caso in cui vittima del reato sia un ente impersonale.

Il Tribunale ha, altresì, ritenuto che la impossibilità di adire il giudice del riesame da parte del danneggiato civile dal reato non contrasta con alcun parametro costituzionale, atteso che non vi è violazione del principio di eguaglianza attesa la particolare posizione che ha la parte civile nel giudizio penale, né vi è violazione dell’art. 24 della Costituzione, coma già affermato dalla Consulta con la sentenza n. 424 del 1998, alle cui argomentazioni deve anche aggiungersi che comunque il credito vantato dai ricorrenti trova la sua adeguata tutela, anche cautelare, sia in sede tributaria, a mente dell’art. 22 del D.Lgs. n. 472 del 1997, che in sede civile.

Avverso detta ordinanza hanno proposto ricorso per cassazione sia il Mef che l’Agenzia delle Entrate, osservando che l’orientamento fatto proprio dal Tribunale lagunare si pone in contrasto coi principi sanciti dalla giurisprudenza costituzionale in materia di pienezza della tutela cautelare, che nel caso di specie non sarebbe assicurata in quanta, essendo i crediti vantati dalla Amministrazione dipendenti dalla commissione di reati tributari, essi non sarebbero azionabili, neppure in fase cautelare, in sede civile, dovendo essere tutelati di fronte alle competenti commissioni tributarie, coi limiti caratteristici di tale giurisdizione.
Né la posizione della Amministrazione troverebbe tutela nell’art. 22 del D.Lgs. n. 472 del 1997 in quanto il credito nel caso in questione vantato deriverebbe dalla violazione dell’art. 416 cod. pen., che, per il giudice tributario, si porrebbe come un quid facti esterno rispetto al contenuto dell’avviso dì accertamento tributario contestato.
L’amministrazione ha, altresì, dedotto la violazione della direttiva comunitaria n. 2012/29, la quale assicurerebbe il grado minimo di tutela per quanto riguarda i diritti delle vittime della criminalità, tutela che, secondo l’interpretazione della normativa offerta dal Tribunale di Venezia non sarebbe assicurata alla parte civile; peraltro il Tribunale di Venezia si sarebbe altresì sottratto all’obbligo, sancito dall’art. 267, comma terzo, del Trattato sul funzionamento dell’Unione, di sollevare, prima di procedere alla autonoma interpretazione della normativa comunitaria, la specifica questione di fronte agli organi giurisdizionali comunitari; a tal proposito la difesa pubblica si preoccupa di rilevare che, essendo il ricorso per cassazione avverso i provvedimenti cautelari reali consentito solo per violazione di legge, rispetto a tutti gli altri temi il giudice del riesame si pone rispetto alla questione di fronte a lui sollevata come giudice di estrema istanza.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dal Mef e dall’Agenzia delle Entrate. Sul punto, osservano gli Ermellini come le Sezioni Unite della Suprema Corte, nel dirimere un contrasto giurisprudenziale esistente in seno alla Corte stessa in ordine alla possibilità per la parte civile di proporre ricorso per cassazione contro il provvedimento con il quale era stato annullato o revocato il decreto di sequestro conservativo emesso ad istanza di tale parte, ha testualmente affermato il principio di diritto in forza del quale la parte civile non è legittimata a ricorrere per cassazione contro il provvedimento che abbia annullato o revocato, in sede di riesame, l’ordinanza di sequestro conservativo disposto a favore della stessa parte civile (Cass. Sez U., sent. 20 novembre 2014, n. 47999).

Né tale soluzione si presta ad essere tacciata di determinare un’ingiustificata compressione del diritto di agire in giudizio della parte danneggiata dal reato; come è stato, infatti, segnalato dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 47999/2014, alla parte civile è comunque consentito, revocando la propria costituzione nel giudizio penale, di rimettere in gioco ogni sua pretesa, anche a carattere cautelare, di fronte al giudice civile, posto che, come fu significativamente segnalato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 424 del 1998, l’unica differenza fra il sequestro conservativo disposto in sede penale e l’analogo provvedimento disposto in sede civile, sta nel fatto che i crediti a garanzia dei quali la parte civile ha chiesto la cautio in sede penale si considerano assistiti da privilegio speciale ricadente sul beni oggetto di sequestro.

Nessun rilevo ha la circostanza che il credito in questo caso specifico vantato dalla parte civile sia un credito tributario, posto che, semmai vi è da parte dell’ordinamento la predisposizione di peculiari strumenti volti a rafforzare la posizione di vantaggio che l’Erario ha, per evidenti ragioni di generale interesse, in ordine alla conservazione dei mezzi per la soddisfazione del credito di diritto pubblico conseguente alla evasione delle imposte avvenuta anche per effetto di condotte costituenti reato.

Non vale, infine, richiamare quanto previsto dalla direttiva eurounitaria n. 2012/29/UE, posto che trattasi di direttiva non ancora esecutiva e per la cui attuazione il Governo ha tempo sino al 16 novembre 2016 e che, coma già rilevato dal Tribunale lagunare, ha ad oggetto la tutela delle vittime del reato, per tali dovendosi intendere, come è desumibile da svariati indici ermeneutici di cui è disseminato il testo della direttiva in questione in particolare nei suoi numerosi considerando, e come è espressamente chiarito nel testo della direttiva, all’art, 2, lettera a) che è vittima del reato: “una persona fisica che ha subito un danno (…) direttamente da un reato” ovvero “un familiare di una persona la cui morte è stata causata direttamente da un reato e che ha subito un danno in conseguenza della morte di tale persona”.

Ne consegue il rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 42230/2015

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