Lavoro

Il datore di lavoro pubblico ha gli stessi doveri di quello privato, soprattutto in materia di licenziamento

L’assenza di criteri oggettivi nella procedura di eccedenza e il mancato rispetto sotto molteplici profili dei principi di correttezza e buona fede rendono il licenziamento illegittimo
L’assenza di criteri oggettivi nella procedura di eccedenza e il mancato rispetto sotto molteplici profili dei principi di correttezza e buona fede rendono il licenziamento illegittimo

Una recente sentenza del Tribunale di Padova chiarisce come la privatizzazione del pubblico impiego non può risolversi – per le amministrazioni pubbliche – nel mutuare le condotte illegittime dei datori di lavoro privati.

Il Tribunale di Padova, con decreto depositato il 6/2/2013, ha affermato che nel rapporto di lavoro con le pubbliche amministrazioni valgono (almeno) le garanzie per i lavoratori e gli obblighi per i datori di lavoro vigenti nei rapporti con realtà organizzative di diritto privato e che – anzi – il datore di lavoro pubblico, proprio per la sua natura, è soggetto a vincoli – oseremmo dire – etici, ancor più stringenti.

I termini del provvedimento del Tribunale di Padova

Il Tribunale aveva condannato un Comune a reintegrare un proprio dipendente nella posizione di lavoro precedentemente occupata in una specifica struttura dell’amministrazione.

Avverso tale provvedimento il Comune ha proposto reclamo ex art. 669 terdecies e il Tribunale – condividendo le motivazioni espresse nell’ordinanza – ha emanato un decreto motivato di rigetto, ex art. 737 c.p.c., con il quale fa propri e riepiloga una serie di punti fermi già espressi ed argomentati nell’ordinanza oggetto di reclamo: punti fermi che possono essere riassunti nella insussistenza di poteri autoritativi della pubblica amministrazione che le consentano – nella sua veste di datore di lavoro – di violare i principi di base della tutela dei lavoratori dalle discriminazioni.

Nel dettaglio, il Tribunale ha rilevato come la procedura di dichiarazione di eccedenza di personale ex art. 6 e 33 del D. Lgs. 165/01, all’esito della quale il dipendente era stato collocato in disponibilità, era viziata sotto molteplici profili e, soprattutto, era “priva dei requisiti di oggettività tanto da assumere… un carattere <<mirato>>”.

A riprova di ciò, i giudici (tanto il monocratico che il collegiale che ha adottato il decreto in commento), hanno sottolineato come, in violazione della normativa vigente:

  1. non era stata fornita la prescritta informativa preventiva alle rappresentanze sindacali, recante le indicazioni necessarie a consentire una valutazione delle ragioni poste alla base della dichiarazione di eccedenza di personale;
  2. il Comune non aveva adottato alcun atto generale volto a prefissare i criteri per l’individuazione della (o delle) posizioni organizzative da sopprimere. A tale specifico proposito, il Tribunale sottolinea, poi, come solo la preventiva adozione di tale provvedimento avrebbe potuto consentire all’Amministrazione di fornire prova in giudizio circa “… la conformità del proprio operato al principio di buona fede”: principio che deve e non può non presiedere alla condotta del datore di lavoro, ancor più se pubblico;
  3. il Comune non ha operato alcuna valutazione comparativa tra le posizioni lavorative della medesima categoria contrattuale in servizio nella medesima o in altra area dell’Amministrazione, nè ha fornito in giudizio alcuna spiegazione del motivo per il quale il dipendente non poteva essere adibito ad altre mansioni (se del caso inferiori), al fine di evitare l’adozione di un provvedimento nei fatti prodromico al licenziamento.

E’ importante riportare uno specifico passaggio motivazionale che rappresenta il fulcro, non solo del decreto, ma del diritto del lavoro con le pubbliche amministrazioni: afferma il Tribunale che: “… L’onere di effettuare la comparazione e di ricercare una nuova collocazione al dipendente, se grava indiscutibilmente sul datore di lavoro privato quando procede al licenziamento per giustificato motivo oggettivo, a maggior ragione deve trovare applicazione nel settore pubblicistico, in cui i principi di correttezza e buona fede assumono una valenza e una connotazione particolare, intrecciandosi con la necessità di un’azione coerente, uniforme e trasparente della P.A., in ossequio al principio costituzionale di cui all’art. 97 Cost.”.

Tali sono i motivi posti alla base della declaratoria di illegittimità della procedura di eccedenza, quali individuati, per così dire “a prescindere” dal decreto in commento.

Quanto, poi, alle eccezioni specificatamente avanzate dal Comune reclamante, riportiamo di seguito l’argomentazione e la specifica valutazione del Tribunale su ciascun punto, per fornire un utile elenco di ciò che ad un’amministrazione pubblica non è concesso nella gestione del rapporto di lavoro con i propri dipendenti:

  1. il Comune affermava che il giudice monocratico avrebbe fatto applicazione di norme entrate in vigore solo dopo i fatti contestati (con specifico riferimento alle modifiche apportate all’art. 6 del D. Lgs. 165/01 introdotte solo dal D.L. 95/12). Il Tribunale ha – invece – rilevato come l’obbligo di informativa preventiva delle rappresentanze sindacali fosse previsto sin dal 2001 dall’art. 33 del D. Lgs. 165/01. Aggiunge, il Tribunale, che non poteva darsi valenza di “informativa” ai sensi di legge, alla “scarna missiva”, esibita in giudizio, posto che – per potersi considerato assolto l’obbligo – la comunicazione avrebbe dovuto, quantomeno, indicare le posizioni coinvolte nella procedura di eccedenza, “… in ossequio ai principi già enunciati di buona fede e trasparenza dell’azione amministrativa”;
  2. l’Amministrazione lamentava, poi, la carenza di giurisdizione del giudice adito, vertendosi su atti di organizzazione, asseritamente sindacabili in via esclusiva davanti al Giudice amministrativo. A tal proposito, il Tribunale si limita a rammentare la giurisprudenza della Corte di Cassazione che – da tempo – ha chiarito come “… tutti gli atti di gestione del rapporto di lavoro, che incidono come tali sui diritti soggettivi del lavoratore, sono oggetto di valutazione da parte del Giudice ordinario, non residuando nell’ambito di tale rapporto situazioni di interesse legittimo (V. Cass. S.U. 28806/11). Se poi nella valutazione del diritto del lavoratore vengono in rilievo atti amministrativi di organizzazione, il Giudice ordinario provvederà se del caso alla loro disapplicazione in virtù degli ampi poteri attribuiti dall’art. 63 comma 2 D. Lgs. n. 165/2001.”;
  3. quanto all’eccezione secondo la quale il lavoratore sarebbe soggetto al potere direttivo del datore di lavoro, il Giudice chiarisce come tale potere non sia incondizionato e debba essere esercitato nel rispetto di norme di legge e principi generali che – nel caso di specie – risultano palesemente violati;
  4. con due ulteriori eccezioni, il Comune affermava che nell’ambito del doveroso rispetto delle norme sulla c.d. “spending review” la dichiarazione di eccedenza del dipendente fosse dipesa dal suo alto “costo uomo” e che ciò non sarebbe stato in conflitto con la successiva assunzione di un funzionario in altra area dell’amministrazione poiché, a dire del Comune stesso, il soggetto dichiarato in eccedenza non avrebbe potuto ricoprire tale diverso incarico. Anche in questo caso, la valutazione del Tribunale è tanto netta quanto impietosa: da un lato viene rilevato come sia “singolare” che il contenimento dei costi connesso alla spending review sia stato operato mediante contemporanea assunzione di un funzionario ed attribuzione delle mansioni svolte dal funzionario dichiarato eccedente al Segretario Generale, con riconoscimento in suo favore di una cospicua retribuzione aggiuntiva. In secondo luogo, il Comune non ha dimostrato che il lavoratore dichiarato eccedente non avrebbe potuto svolgere le mansioni di funzionario dell’area tecnica “… atteso il principio dell’equivalenza formale delle mansioni ascrivibili alla categoria D3”. Inoltre, proprio in coerenza con i principi di correttezza e buona fede, la P.A., al fine di evitare un provvedimento più grave avrebbe quantomeno dovuto offrire al reclamato una posizione lavorativa di categoria inferiore, attesa la pacifica scopertura di posizioni di area C”.

In conclusione, il Giudice rileva che “L’assenza di criteri oggettivi nella procedura di eccedenza e il mancato rispetto sotto molteplici profili dei principi di correttezza e buona fede imprime al provvedimento adottato – come già rilevato dal primo Giudice – un carattere ad personam, certamente contrario allo spirito e alla lettera della legge”.

Conclusioni

Il decreto appena commentato non farebbe di per sé “notizia”, posto che con esso il Tribunale di Padova si è limitato a stendere un elenco di norme e principi pacifici in giurisprudenza e che dovrebbero rappresentare la pietra angolare dell’azione dell’amministrazione pubblica.

La buona fede e la trasparenza dell’azione amministrativa non hanno una valenza esclusivamente “esterna” nei confronti della generalità dei cittadini o, come in questo caso, della collettività locale amministrata ma anche – e per certi versi soprattutto – verso l’interno, ossia nei confronti dei soggetti per i quali l’amministrazione è datore di lavoro.

Tuttavia – purtroppo – decisioni come questa continuano ad essere assunte perché esistono tuttora amministrazioni pubbliche che “faticano” ad introiettare i principi ed i limiti posti dall’art. 97 della Costituzione all’azione amministrativa e, in particolare, ai poteri delle persone fisiche che – pro tempore – ricoprono l’incarico di Amministratori.

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