Diritto

Il danno da dequalificazione professionale va sempre provato dal lavoratore

Il danno da dequalificazione professionale va sempre provato dal lavoratore
Il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, in tutti i casi in cui è ritenuto risarcibile, non può prescindere dalla allegazione da parte del richiedente degli elementi di fatto dai quali desumere l’esistenza e l’entità del pregiudizio

In tema di danno da dequalificazione, trattandosi di danno non patrimoniale, il diritto al risarcimento, in tutti i casi in cui è ritenuto risarcibile, non può prescindere dalla allegazione da parte del richiedente degli elementi di fatto dai quali desumere l’esistenza e l’entità del pregiudizio. E’ quanto emerge dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 7818 del 3 aprile 2014.

IL FATTO

Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Firenze ha condannato il Ministero della Difesa a pagare ad una propria dipendente € 25.000.00 a titolo di risarcimento del danno per l’illegittima dequalificazione subita dalla lavoratrice a seguito del passaggio dalla sezione contratti alla sezione matricola e poi da quest’ultimi alla sezione servitù militari svolgendo mansioni poco più che esecutive.

La Corte ha ricordato che la giurisprudenza di legittimità aveva ribadito la necessità che del danno fosse data la prova e che fosse indicato con specifiche deduzioni; che tuttavia occorreva tenere conto dell’esistenza di beni tutelabili e protetti ex art. 41 Cost. e art. 2087 c.c. rispetto ai quali la verificazione di un danno non era elemento costitutivo poiché l’ordinamento tutelava in sé alcuni valori fondamentali della persona, quali la dignità del lavoro, la libertà di espressione, la libertà di associazione e che in tali casi il danno si identificava con la lesione medesima, come era avvenuto nel caso in esame.

La Corte territoriale ha poi quantificato in €. 10.000.00 il danno biologico; inoltre, valutata la particolare gravità della dequalificazione e della sua notevole durata e tenuto conto del pregiudizio esistenziale e della lesione della dignità del lavoratore, ha determinato il danno nel suo complesso in € 25.000,00.

Avverso la sentenza propone ricorso in Cassazione il Ministero della Difesa, sostenendo l’illegittimità della sentenza della Corte d’Appello, che, in particolare, veniva censurata nella parte in cui aveva proceduto alla liquidazione del danno esistenziale ritenendolo sussistente ex se ogniqualvolta sia lesa l’integrità psico-fisica del lavoratore senza che il danneggiato debba dedurre o provare le ricadute della lesione nella vita di relazione.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSSAZIONE

La Cassazione ha, sul punto, accolto il ricorso del Ministero, non condividendo il ragionamento seguito dalla Corte d’Appello secondo cui il danno non patrimoniale costituirebbe una categoria ampia e onnicomprensiva nella cui liquidazione il giudice deve tener conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di diverse categorie autonomamente valutabili per pregiudizi identici.

Secondo la Suprema Corte, pur dovendosi rilevare che per quanto attiene alla prova del danno, le SS.UU del 2008 (n. 26972), richiamate dalla stessa Corte territoriale, hanno ammesso che essa possa fornirsi anche per presunzioni semplici, deve, tuttavia, escludersi che il danno sia “in re ipsa” (nello stesso senso Cass. SU n. 6572 del 24 marzo 2006), dovendo essere dimostrato in giudizio con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento, assumendo peraltro precipuo rilievo la prova per presunzioni, per cui dalla complessiva valutazione di precisi elementi, che solo dall’interessato possono essere dedotti, si possa, attraverso un prudente apprezzamento, coerentemente risalire al fatto ignoto, ossia all’esistenza del danno, facendo ricorso, ai sensi dell’art. 115 c.p.c.. a quelle nozioni generali derivanti dall’esperienza, delle quali ci si serve nel ragionamento presuntivo e nella valutazione delle prova.
Il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, in tutti i casi in cui è ritenuto risarcibile, non può prescindere dalla allegazione da parte del richiedente degli elementi di fatto dai quali desumere l’esistenza e l’entità del pregiudizio.

La Corte territoriale non si è attenuta a detti principi.

In definitiva, il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, in tutti i casi in cui è ritenuto risarcibile, non può prescindere dalla allegazione da parte del richiedente degli elementi di fatto dai quali desumere l’esistenza e l’entità del pregiudizio.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 7818/2014

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *