Fisco

Il buon senso arbitro del nuovo redditometro

Il buon senso arbitro del nuovo redditometro
La Corte dei Conti boccia il nuovo redditometro

Il nuovo redditometro è (potenzialmente) migliore del vecchio. Questa considerazione potrebbe essere una parziale consolazione di fronte alla “bocciatura” da parte della Corte dei Conti di ieri. Anche se i rilievi dei giudici contabili risultano essenzialmente rivolti alle maggiori entrate previste da precedenti Governi – utilizzando per lo più il vecchio strumento – e non all’istituto in sé. Tuttavia, visto che attorno al redditometro aleggia una sorta di preoccupazione collettiva, è bene svolgere qualche considerazione per riportare su un piano di buon senso tutta la materia.

Innanzitutto, la considerazione che il nuovo strumento è migliore del vecchio. Non si può non essere d’accordo – almeno come principio di fondo – su questa affermazione. Il vecchio strumento individuava un numero limitato di beni, per i quali con dei coefficienti e degli indici desueti si voleva rappresentare la capacità di mantenimento di quegli stessi beni. A volte si avevano risultati assolutamente irrazionali: bastava possedere un appartamento con una superficie di 100 metri quadrati, magari pervenuto per successione, e un’autovettura di una certa cilindrata, magari acquistata usata, perché venisse attribuito al contribuente un reddito superiore a 40mila euro.
E risultavano veramente poche le possibilità di giustificazione da parte del contribuente, soprattutto quando si finiva a discutere davanti al giudice tributario. Questo in considerazione della valenza presuntiva che veniva attribuita (di presunzione legale, con inversione dell’onere della prova) al vecchio strumento.

Con il nuovo redditometro le cose cambiano, anche se non la filosofia di fondo. La ratio del “sintetico” e del redditometro è sempre rimasta la stessa: se un contribuente ha speso vuol dire che prima ha guadagnato. Soltanto che le spese individuate dal precedente redditometro erano poche e di tipo figurativo, mentre con il nuovo le spese prese in considerazione sono quasi tutte quelle che un contribuente può sostenere, così come si dovrebbe fare maggiormente ricorso alle spese effettive. Il condizionale si deve al fatto che, per talune voci, entrano in gioco anche i valori Istat (anche se l’Agenzia, nella circolare n. 24/E/2013, ha cercato di smorzare la rilevanza degli stessi o, comunque, li ha parzialmente differiti al secondo contraddittorio tra ufficio e contribuente). Comunque, le spese effettivamente sostenute dal contribuente sono più numerose di quelle per le quali entrano in gioco i valori Istat. Da qui – oltre alla considerazione che il numero delle spese risulta nettamente maggiore rispetto al passato – l’affermazione che il nuovo strumento risulta, in linea di principio, migliore di quello precedente.

È vero che c’è qualche altra stortura, come quella degli incrementi patrimoniali, per i quali la norma non ha riprodotto la previsione del passato, in base alla quale l’investimento si considerava presuntivamente sostenuto con il reddito dell’anno e dei quattro precedenti. Su questo punto c’è stata probabilmente una certa “ingordigia” da parte del legislatore del 2010, che ha voluto considerare gli investimenti realizzati con il reddito dell’anno, defalcati i soli disinvestimenti dell’anno stesso e dei quattro precedenti.
Tuttavia, la questione può essere risolta con il buon senso da parte dell’amministrazione. Ecco, il buon senso. Si è dell’avviso che l’operazione legata al nuovo redditometro abbia un senso se viene utilizzato il buon senso. È questa la vera scommessa. La verifica se questo buon senso verrà utilizzato o meno si avrà nel contraddittorio, dove i valori del nuovo redditometro dovranno essere adeguati alla singola posizione del contribuente.
È evidente, infatti, che il valore degli investimenti deve essere adeguato, visto che non è pensabile che, ad esempio, l’acquisto di una abitazione derivi, in assenza di disinvestimenti, interamente dal reddito dell’anno, al netto dell’eventuale mutuo o finanziamento. La necessità di una personalizzazione dei valori si avrà, inoltre, quando l’Agenzia considererà le spese medie Istat oppure quando il contribuente conseguirà dei redditi, come quelli d’impresa, che non esprimono affatto la reale capacità di spesa.
Agli uffici spetta quindi il compito più difficile: applicare uno strumento sicuramente migliore del passato, utilizzando il buon senso. Per ora, però, questo buon senso non trova riscontro nei primi documenti dell’Agenzia. Affermare che il nuovo strumento non è un’evoluzione di quello precedente, con il divieto di applicarlo anche al 2008, non va certo incontro al buon senso. Occorre però essere (necessariamente) ottimisti.

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