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I negozi di Dolce e Gabbana di Via della Spiga chiusi per indignazione; Maroni: «Li ospiteremo noi»

Le boutique di Dolce & Gabbana di Via della Spiga e Corso Venezia resteranno chiuse per indignazione. Nel cartello appeso nelle vetrine si legge «Chiuso per indignazione»
Le boutique di Dolce & Gabbana di Via della Spiga e Corso Venezia resteranno chiuse per indignazione. Nel cartello appeso nelle vetrine si legge «Chiuso per indignazione»

Dopo le accese polemiche con l’assessore alle Attività produttive della giunta Pisapia, Franco D’Alfonso che ricordava la loro condanna per evasione fiscale (i due stilisti sono stati condannati a un anno e otto mesi di reclusione, con la sospensione condizionale della pena, per la presunta evasione di 200 milioni di euro) con la replica via Twitter di Stefano Dolce «Comune di Milano fate schifo!!!» oggi terzo round per la coppia di stilisti che hanno deciso di chiudere i loro negozi.

Le boutique di Dolce & Gabbana di Via della Spiga e Corso Venezia resteranno infatti chiuse per indignazione. Nel cartello appeso nelle vetrine si legge «Chiuso per indignazione» (con tanto di traduzione in inglese) che riporta un articolo di giornale col titolo «Il Comune chiude le porte a D&G». L’ufficio stampa di Dolce & Gabbana conferma che almeno per oggi resteranno chiuse tutte le attività della griffe nella città di Milano, comprese l’edicola di Via della Spiga 2, il Martini Bar, il barbiere e il ristorante Gold in via Risorgimento.

Intanto arriva il commento del presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni: «Se Dolce e Gabbana avranno bisogno di spazio per le sfilate, siamo disponibili a mettere a disposizione gli spazi di Regione Lombardia». A margine di un incontro in Confcommercio, Maroni ha aggiunto: «Il metodo che noi usiamo è il dialogo, sempre e con tutti. Mi ha sorpreso la reazione di Dolce e Gabbana nei confronti del Comune. Mi auguro che nell’interesse di tutti torni il dialogo, poi ognuno è responsabile delle azioni che fa».

Come è nata la querelle. A provocare tanta collera era stato l’assessore al Commercio, Franco D’Alfonso che aveva arricciato il naso di fronte alla condanna di Dolce e Gabbana in primo grado per omessa dichiarazione dei redditi, chiarendo che il pubblico dovrebbe prendere le distanza da esempi simili, evitando di concedere loro spazi cittadini. Alla replica furiosa di Gabbana su Twitter era seguita quella di molti follower che si erano subiti uniti in un corale rimprovero nei confronti di Palazzo Marino: c’era chi consigliava a D’Alfonso di rivolgersi ai «cinesi che li stanno seppellendo» e a Dolce e Gabbana di «lasciare l’Italia». L’assessore comunale in serata era corso ai ripari sul fronte istituzionale: «Oggi su alcuni organi di stampa é stata riportata una mia frase, non contenuta in un’intervista, ma estrapolata da una conversazione informale riguardante argomenti generali, che non esprimeva certo l’opinione dell’amministrazione». «Preciso che da parte mia c’è l’assoluto rispetto del principio costituzionale della presunzione di innocenza fino ad una sentenza definitiva – prosegue -. Il garantismo è un principio universale che vale per tutti. Auspico quindi che nel procedimento in corso Dolce e Gabbana chiariscano la loro posizione».

Nullo anche l’intervento di Pisapia. «La battuta dell’assessore D’Alfonso è stata improvvisa, ma la reazione di Stefano Gabbana è stata ingenerosa». Anche il sindaco di Milano Giuliano Pisapia in serata ha cercato di riappacificare gli animi ma con scarsi risultati.
«Ho sempre ritenuto – ha aggiunto Pisapia – che la presunzione di innocenza fino alla condanna definitiva sia uno dei principi fondanti di ogni democrazia. Principio che, per quanto mi riguarda, vale per tutti e dunque anche per Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Lo stesso assessore D’Alfonso ha chiarito del resto come la sua fosse un’affermazione personale e non riconducibile all’Amministrazione e ha comunque aggiunto che anche lui crede fermamente nella presunzione di innocenza».
«Non trovo dunque accettabile – ha concluso il sindaco – che si possa rispondere a una frase infelice offendendo il Comune e, quindi, la città come in queste ore è accaduto da parte di chi, comprensibilmente, si è sentito offeso. Milano è la capitale della moda, un settore che sosteniamo con piena convinzione e massimo impegno e vuole essere sempre più anche la capitale dei diritti. Spero, quindi, che questo spiacevole episodio possa chiudersi al più presto e senza alcuno strascico».

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