Diritto

I movimenti non motivati sul conto corrente inchiodano il contribuente

I movimenti non motivati sul conto corrente inchiodano il contribuente
Se il fisco procede ad accertamento induttivo ai fini IVA, utilizzando i dati risultanti dai c/c bancari, per superare la presunzione posta a carico del contribuente non basta una prova generica: il contribuente è gravato dell’onere di fornire la prova analitica della riferibilità di ogni singola movimentazione alle operazioni già indicate in dichiarazione, ovvero dell’estraneità delle stesse alla sua attività

I dati tratti dai conti correnti bancari legittimamente acquisiti dalla Guardia di Finanza possono essere utilizzati sia per dimostrare l’esistenza di un’eventuale attività occulta, sia per quantificare il reddito ricavato da tale attività. In questo caso il contribuente è gravato dell’onere di fornire la prova analitica della riferibilità di ogni singola movimentazione alle operazioni già indicate in dichiarazione, ovvero dell’estraneità delle stesse alla sua attività. E ciò anche se, nell’anno di imposta in contestazione, il contribuente risulta formalmente non esercente alcuna attività commerciale. E’ quanto affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 7648 del 2 aprile 2014.

IL FATTO

A seguito di processo verbale di constatazione redatto dalla Guardia di Finanza, veniva notificato un avviso di accertamento parziale, con il quale l’ufficio recuperava a tassazione la maggiore IVA dovuta, conseguente dell’omessa regolarizzazione di acquisti senza fattura, alla mancata emissione di fatture relative ad operazioni attive imponibili, alla violazione dell’obbligo della dichiarazione di inizio di attività e alla mancata tenuta dei registri di cui agli artt. 23 – 25 del D.P.R. n. 633/72.

L’atto impositivo veniva impugnato dal contribuente dinanzi alla Ctp, che accoglieva il ricorso.

L’appello avverso la pronuncia di primo grado, proposto dall’Agenzia delle Entrate veniva, peraltro, accolto dalla Ctr la quale riteneva legittimo l’accertamento induttivo dell’ufficio, alla stregua delle risultanze del processo verbale di constatazione redatto dalla Guardia di Finanza, fondato sulle indagini bancarie, e non avendo il contribuente fornito elementi di prova di segno contrario.

Avverso la sentenza della Ctr proponeva ricorso in cassazione il contribuente, ritenendo in primo luogo illegittima la rettifica emessa dall’ufficio sulla base delle sole risultanze bancarie, senza che risultasse dimostrato dall’amministrazione finanziaria lo svolgimento da parte del medesimo, nell’anno in contestazione, di una attività commerciale imponibile ai fini IVA. In particolare, l’ufficio, a parere del contribuente, non sarebbe stato legittimato a presumere che i movimenti sui conti bancari esaminati si riferissero ad acquisti in nero ed a conseguenti ricavi. Dallo stesso processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza, era difatti possibile, secondo il contribuente, desumere che, dalla risposta data dai clienti al questionario inviato loro dall’amministrazione finanziaria, era risultato che il medesimo aveva iniziato l’attività di vendita di autovetture in data successiva.

In secondo luogo, secondo il contribuente sarebbe del tutto erroneo l’assunto della Ctr, secondo la quale cederebbe a carico del contribuente l’onere di dimostrare che le movimentazioni registrate sui suoi conti bancari fossero imputabili ad operazioni non imponibili. Ben al contrario, ad avviso del contribuente, sarebbe stato onere dell’ufficio di provare che il contribuente sottoposto a verifica era soggetto IVA, avendo svolto, nell’anno in contestazione, un’attività commerciale, alla quale fossero – in ipotesi – riferibili le movimentazioni bancarie riscontrate. Difettando, dunque, la prova della sussistenza di operazioni imponibili, del tutto erroneo sarebbe, ad avviso del contribuente, l’ulteriore assunto della Ctr, laddove ha ritenuto che l’accertamento induttivo dell’ufficio fosse legittimo, anche sull’insussistente presupposto che il contribuente fosse tenuto a presentare, per l’anno in discussione, la dichiarazione annuale IVA, e che ne avesse, invece, omesso la presentazione.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

La Suprema Corte respinge il ricorso presentato dal contribuente. In particolare osserva che in materia di IVA, allorquando l’amministrazione finanziaria proceda ad accertamento induttivo, utilizzando i dati risultanti dai conti correnti bancari, al fine di superare la presunzione posta a carico del contribuente dall’art. 51, comma 2 n. 2 del D.P.R. n. 633/72 (in virtù della quale le movimentazioni di denaro, nella specie bancarie, risultanti dai dati acquisiti dall’ufficio si presumono conseguenza di operazioni imponibili) non è sufficiente una prova generica circa ipotetiche, distinte, causali dall’affluire di somme sui conti correnti. Il contribuente è, per vero, gravato – a fronte di tale presunzione – dall’onere di fornire la prova analitica della riferibilità di ogni singola movimentazione alle operazioni già evidenziate nelle dichiarazioni, ovvero delle estraneità delle stesse alla sua attività, con conseguente non rilevanza fiscale dei movimenti rilevati sui suoi conti bancari.

Orbene, nel caso concreto, l’ufficio procedeva all’accertamento induttivo ex art. 55 del D.P.R. n. 633/72 – come si evince dal processo verbale di constatazione – sulla base del riscontro dell’omessa regolarizzazione di acquisti senza fattura, della mancata emissione di fatture relative ad operazioni attive imponibili, della violazione dell’obbligo della dichiarazione di inizio di attività e della mancata tenuta dei registri. Constatata, pertanto, la totale inadempienza del contribuente agli obblighi previsti dalla normativa in materia di IVA, l’ufficio provvedeva all’invio ai clienti del medesimo di appositi questionari, onde acquisire ulteriori elementi di valutazione, ai fini dell’emissione del conseguente atto impositivo.

Ebbene, dalle risposte date dai clienti a detti questionari, emergeva che sicuramente il contribuente aveva effettivamente venduto autovetture a diversi clienti in data precedente rispetto a quella dichiarata, i quali confermavano di non avere mai ricevuto fatture per tali vendite, effettuate, pertanto “in nero”.

La Guardia di Finanza, rilevava, sugli stessi conti bancari utilizzati per gli anni successivi, movimentazioni in uscita ed in entrata per somme ingenti, anche nel precedente anno, in relazione alle quali il contribuente non era in grado di fornire alcuna giustificazione, essendosi limitato ad asserire, sena peraltro allegare alcun elemento di riscontro di segno contrario, che tali movimentazioni, che avevano interessato i suoi conti personali, non fossero riconducibili ad operazioni imponibili da lui svolte.

Secondo la Corte di Cassazione ne discende che, in relazione a tali risultanze dei conti del contribuente è da ritenersi, senza dubbio, operativa la presunzione, prevista dall’art. 51 comma 2 n. 2 del D.P.R. n. 633/72, che i prelevamenti dissimulassero acquisti in nero ed i versamenti i relativi ricavi. Sicchè, continuano gli Ermellini – contrariamente all’assunto del ricorrente – alcun onere probatorio poteva ritenersi gravante sull’amministrazione finanziaria, poichè assistita dalla suddetta presunzione, non smentita da risultanze probatorie di segno opposto fornite dal contribuente.

Nè giova a quest’ultimo appellarsi – secondo la Corte – quale elemento decisivo e dirimente qualsiasi dubbio circa lo svolgimento di attività di impresa nell’anno in questione, alle risposte fornite dai clienti ai questionari inviati loro dall’amministrazione finanziaria, ed in forza delle quali l’inizio dell’attività sarebbe databile soltanto a partire da un periodo successivo.
Per la Cassazione va – per vero – osservato al riguardo che le risposte a tali questionari sono idonee a fornire all’amministrazione finanziaria soltanto uno degli elementi indiziari di valutazione, cui essa può fare ricorso ai fini dell’emissione di un eventuale atto impositivo. Tale elemento indiziario, pertanto, ben può essere superato o smentito da risultanze ulteriori più decise sul piano probatorio. E, nel caso concreto, tali risultanze sono costituite dalle movimentazioni bancarie dell’anno precedente, della stessa natura di quelle riscontrate negli anni successivi, operate sugli stessi conti, e per le quali – come dinanzi detto – mancano giustificazioni di sorta da parte del contribuente.

Siffatte risultanze degli accertamenti bancari, dunque, sono da ritenersi suscettibili di dimostrare, in assenza di una diversa, comprovata, versione dei fatti, ed in mancanza – come in precedenza rilevato – perfino della dichiarazione di inizio dell’attività di impresa, anche una retrodatazione dell’attività stessa, svolta dal contribuente in forma occulta, rispetto alla data indicata nei suddetti questionari. Deve, invero, rilevarsi in proposito che – ben al contrario di quanto sostenuto dal contribuente – l’utilizzazione dei dati acquisiti, ai fini IVA, presso le aziende di credito, ai sensi dell’art. 51, comma 2 n. 2 del D.P.R. n. 633/72, non è subordinata alla prova che il contribuente eserciti attività di impresa o di lavoro autonomo. E difatti, tali dati risultanti dai conti correnti bancari, legittimamente acquisiti dall’ufficio anche tramite la Guardia di Finanza, ben possono essere utilizzati sia per dimostrare l’esistenza di una eventuale attività occulta (impresa, arte o professione), sia per quantificare il reddito ricavato da tale attività, incombendo al contribuente l’onere di dimostrare che i movimenti bancari che non trovano giustificazione sulla base delle sue dichiarazioni non sono fiscalmente rilevanti.

In conseguenza di tutto quanto su esposto, pertanto, per la Cassazione è del tutto evidente l’infondatezza anche della censura relativa alla pretesa illegittimità dell’accertamento induttivo, nella parte in cui è stato emesso dall’ufficio, in relazione all’omessa presentazione della dichiarazione IVA annuale per l’anno in questione. Ed infatti, l’accertato compimento di operazioni imponibili nell’anno in discussione comporta, ai sensi dell’art. 28 del D.P.R. n. 633/72, l’obbligo per il contribuente di presentare la dichiarazione annuale, la cui omissione espone il contribuente medesimo all’accertamento induttivo.

Per questi motivi, la Suprema Corte rigetta il ricorso condannando il contribuente alle spese di giudizio.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 7648/2014

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