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I magazzini senza rifiuti pagano la Tari

I magazzini senza rifiuti pagano la Tari
I magazzini in cui non si producono in modo continuativo e prevalente rifiuti speciali non assimilati pagano la Tari, salvo che il regolamento del comune ne preveda l’esclusione. Lo sostiene l’Ifel, in una nota diffusa per chiarire i numerosi dubbi posti dalla disciplina della tassa rifiuti riguardante le superfici produttive di rifiuti speciali

I magazzini in cui non si producono in modo continuativo e prevalente rifiuti speciali non assimilati pagano la Tari, salvo che il regolamento del Comune ne preveda l’esclusione. Lo sostiene l’Ifel, in una nota diffusa per chiarire i numerosi dubbi posti dalla disciplina della tassa rifiuti riguardante le superfici produttive di rifiuti speciali.

Si tratta, in particolare, dei commi 649 e 682 della legge n. 190/2014, che individuano quattro casistiche:

  1. detassazione delle superfici ove si formano, in via continuativa e prevalente, rifiuti speciali non assimilabili (comma 649, primo periodo);
  2. riduzione per avvio a riciclo a spese del produttore dei rifiuti speciali assimilati agli urbani (comma 649, secondo periodo);
  3. detassazione dei magazzini funzionalmente ed esclusivamente collegati ad aree di produzione di rifiuti speciali non assimilabili (comma 649, terzo periodo);
  4. riduzione per zone di produzione promiscua di rifiuti speciali e rifiuti speciali assimilati (comma 682).

Tali previsioni sono state oggetto di due interventi interpretativi da parte del Mef, dapprima la nota prot. 38997 del 9 ottobre 2014 e successivamente la risoluzione n. 2/DF del 9 dicembre 2014.

Il nodo più complesso riguarda i magazzini, che secondo Via XX settembre «devono essere considerati intassabili in quanto produttivi di rifiuti speciali, anche a prescindere dall’intervento regolamentare del Comune».
Secondo l’Ifel, tale affermazione (che ha portato diverse associazioni di categoria a chiedere la modifica dei regolamenti comunali) si deve ritenere pertinente esclusivamente con riferimento al particolare caso di magazzini in cui sono prodotti esclusivamente rifiuti speciali non assimilati. Essa, invece, non può assurgere a principio generale valido con riferimento a tutti i magazzini. Pertanto, sottolinea la nota, l’obbligo per i Comuni di individuare le aree dei magazzini funzionalmente connessi all’attività produttiva non può prescindere dalla circostanza che nei magazzini si possano produrre comunque rifiuti speciali non assimilati, coerentemente con la disposizione normativa che esclude dall’obbligo di conferimento, e dal conseguente assoggettamento al tributo, solo le aree di produzione di rifiuti non assimilabili.

In altri termini, secondo Ifel, il terzo periodo del comma 649 permette ai Comuni di detassare parti di aree dei magazzini in cui vi sia comunque una produzione di rifiuti speciali non assimilati, anche se non in modo continuativo e prevalente, ovvero superfici che secondo i criteri ordinari sarebbero comunque assoggettabili. La nota, inoltre, riprendendo quanto già sostenuto dall’Anci Emilia-Romagna nella circolare 142/2014, afferma che esulano dalla fattispecie in esame le aree di produzione di rifiuti urbani, di rifiuti speciali assimilati ed anche di rifiuti speciali non assimilati ma assimilabili. Inoltre, il termine «merci» va riferito al materiale necessario al ciclo produttivo purché appartenente «merceologicamente» alle materie non assimilabili con regolamento comunale. Pagano sempre la Tari i magazzini di prodotti finiti e di semilavorati, perché il loro impiego non determina la produzione di rifiuti speciali non assimilabili.

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