Fisco

Guardia di finanza: accesso sbarrato all’abitazione del convivente

La guardia di finanza non può effettuare accessi presso domicili diversi dall'abitazione del contribuente, neanche laddove sia l'abitazione di fatto col proprio convivente
La guardia di finanza non può effettuare accessi presso domicili diversi dall’abitazione del contribuente, neanche laddove sia l’abitazione di fatto col proprio convivente

La Guardia di Finanza non si allarghi. Se ha ricevuto il via libera del Pm all’accesso all’abitazione del contribuente non può entrare nella casa della convivente. Neppure se è lo stesso contribuente ad ammettere di risiedervi abitualmente. A queste conclusioni arriva la Corte di cassazione con la sentenza numero 4498 della Sezione tributaria depositata ieri. La pronuncia ha così respinto il ricorso presentato dall’amministrazione finanziaria contro la sentenza della commissione provinciale di Piacenza favorevole a un contribuente che lamentava l’illegittimità di 3 avvisi di accertamento elevati in seguito a un’accesso della GdF presso un’abitazione privata. Peccato però che l’abitazione dove la documentazione alla base degli accertamenti era stata rinvenuta fosse quella della convivente e non quella dell’interessato per la quale era invece stata ottenuta l’autorizzazione da parte del pubblico ministero.
L’Agenzia delle Entrate aveva proposto ricorso sostenendo, tra l’altro, che, una volta ottenuto il via libera da parte dell’autorità giudiziaria, i militari della Guarda di Finanza potevano anche accedere a locali diversi da quelli indicati nell’autorizzazione, purché suscettibili della medesima relazione giuridica con il contribuente interessato. Di conseguenza la documentazione trovata nella casa della convivente poteva essere tranquillamente utilizzata, tenuto anche conto che lo stesso contribuente aveva ammesso di convivere proprio in quei locali e di avervi quindi “di fatto” fissato la propria residenza.
La Cassazione però non è stata di questo avviso e ha invece precisato l’assoluta tassatività dell’autorizzazione rilasciata dalla Procura. Un’autorizzazione che va interpretata come filtro preventivo necessario rispetto a un atto pubblico particolarmente invasivo nei confronti di un bene costituzionalmente riconosciuto inviolabile come il domicilio. Non si tratta perciò di un semplice adempimento formale, ma della conseguenza dell’accertamento nel caso specifico dei presupposti che legittimano l’accesso del personale dell’amministrazione finanziaria o della Guardia di Finanza, al punto che il provvedimento può essere impugnato dal contribuente davanti al giudice tributario insieme con la contestazione della legittimità della pretesa del fisco.
Dalla Corte in conclusione arriva l’enunciazione di un principio a tutela del contribuente: «in tema di accessi, ispezioni e verifiche fiscali da parte degli uffici finanziari dello Stato (o della Guarda di Finanza nell’esercizio dei compiti di collaborazione con detti uffici, a essa demandati), l’autorizzazione all’accesso data dal procuratore della repubblica, ai sensi dell’articolo 52 del Dpr 633/1972, legittima solo lo specifico accesso in tal senso autorizzato; sicché, in base a essa, non è consentito agli uffici finanziari accedere in altri luoghi ove si ritenga che l’abitazione debba essere individuata in via di fatto»

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