Diritto

Frodi carosello: IVA detraibile se c’è la buona fede

Grava sull’Amministrazione finanziaria l’onere di provare, anche con presunzioni semplici, il coinvolgimento del contribuente/cessionario nella frode carosello; se il contribuente è in buona fede, non può essergli negata la detraibilità dell’Iva versata
Grava sull’Amministrazione finanziaria l’onere di provare, anche con presunzioni semplici, il coinvolgimento del contribuente/cessionario nella frode carosello; se il contribuente è in buona fede, non può essergli negata la detraibilità dell’Iva versata

Grava sull’Amministrazione finanziaria l’onere di provare, anche con presunzioni semplici, il coinvolgimento del contribuente/cessionario nella frode carosello; se il contribuente è in buona fede, non può essergli negata la detraibilità dell’IVA versata. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 13787 depositata il 17 giugno 2014.

IL FATTO
Il caso trae origine dal ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate contro un contribuente, titolare di una ditta individuale, per la cassazione della sentenza con cui la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia aveva annullato un avviso di accertamento Iva per l’anno 2003 emesso dall’ufficio impositore, che aveva negato di fatto la detraibilità dell’Iva versata su fatture relative ad operazioni soggettivamente inesistenti.

Nel ricorso per cassazione, l’Agenzia delle Entrata lamentava l’erronea applicazione dei principi normativi e giurisprudenziali che regolano la distribuzione dell’onere della prova in materia di accertamento dell’Iva indebitamente detratta in relazione ad operazioni soggettivamente inesistenti. Inoltre, secondo l’ufficio la Commissione Tributaria Regionale avrebbe erroneamente limitato la propria indagine all’esistenza o meno della prova della partecipazione o, alternativamente, della conoscenza dell meccanismo fraudolento da parte del contribuente, trascurando di accertare se tale meccanismo potesse essere conosciuto dal contribuente secondo l’ordinaria diligenza.

Il contribuente evidenziava invece come fosse stata raggiunta la prova della propria buona fede, intesa come ignoranza circa l’inserimento delle proprie operazioni commerciali in un più ampio meccanismo fraudolento, e richiamava orientamenti giurisprudenziali recenti che, in ogni caso, graverebbero l’Amministrazione dell’onere di provare il coinvolgimento o la conoscenza da parte del contribuente della contrarietà dei propri comportamenti alle norme fiscali.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato dall’Amministrazione finanziaria. In particolare, la Suprema Corte si è di recente soffermata specificamente sul riparto dell’onere probatorio tra Fisco e contribuente in ordine al coinvolgimento dell’acquirente nelle frodi “carosello” poste in essere dal fornitore, enunciando, nella sentenza n. 10414/11, i seguenti principi: “nel caso, come il presente, di apparente regolarità contabile della fattura, dotata dei requisiti di legge, l’onere della prova grava sull’Ufficio, nel senso che questi deve provare:

  1. gli elementi di fatto della frode, attinenti il cedente, ovvero la sua natura di “cartiera”, la inesistenza di una struttura autonoma operativa, il mancato pagamento dell’Iva come modalità preordinata al conseguimento di un utile nel meccanismo fraudolento e simili;
  2. la connivenza nella frode da parte del cessionario, non necessariamente però con prova “certa” ed incontrovertibile, bensì con presunzioni semplici, purchè dotate del requisito di gravità, precisione e concordanza, consistenti nella esposizione di elementi obiettivi – che possono coincidere con quelli di cui al punto 1. -, tali da porre sull’avviso qualsiasi imprenditore onesto e mediamente esperto sulla inesistenza sostanziale del contraente, il quale non può non rilevarla e peraltro deve coglierla, per il dovere di accortezza e diligenza insito nell’esercizio di una attività imprenditoriale e commerciale qualificata.

Qualora, con giudizio di fatto rimesso al giudice del merito, l’Amministrazione abbia fornito una prova nei termini di cui sopra, l’onere a carico della medesima si intende assolto e grava sul contribuente l’onere della prova contraria”.

L’onere di provare la connivenza del cessionario nella frode del cedente grava dunque sull’Amministrazione; quest’ultima può fornire tale prova anche mediante presunzioni semplici, le quali possono derivare anche dalle medesime risultanze di fatto attinenti alla natura di “cartiera” del cedente.

La sentenza gravata, secondo gli ermellini, non si è discostata dai suddetti principi, perché ha annullato l’impugnato avviso di accertamento non sulla base di un’affermazione di diritto secondo la quale all’Amministrazione sarebbe preclusa la possibilità di provare per presunzioni la connivenza dell’acquirente nella frode del cessionario, bensì sulla base di un giudizio di fatto secondo il quale, nella specie, l’Amministrazione non avrebbe assolto, nemmeno per presunzioni, all’onere probatorio sulla stessa gravante.

Corte di Cassazione – Ordinanza N. 13787/2014

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