Diritto

Frodi carosello e ripartizione dell’onere probatorio

Frodi carosello e ripartizione dell'onere probatorio
Qualora sia contestata l’inesistenza soggettiva dell’operazione, grava sull’Amministrazione finanziaria l’onere di provare, anche in via presuntiva, ex art. 2727 c.c., l’interposizione fittizia del cedente ovvero la frode fiscale realizzata a monte dell’operazione, eventualmente da altri soggetti, nonché la conoscenza o conoscibilità da parte del cessionario della frode commessa; spetta, invece, al contribuente che intende esercitare il diritto alla detrazione o al rimborso, provare la corrispondenza anche soggettiva dell’operazione di cui alla fattura con quella in concreto realizzata ovvero l’incolpevole affidamento sulla regolarità fiscale, ingenerato dalla condotta del cedente

Nel caso di apparente regolarità contabile della fattura, dotata dei requisiti di legge, l’onere della prova grava sull’Ufficio, nel senso che questi deve provare 1) gli elementi di fatto della frode, attinenti il cedente, ovvero la sua natura di “cartiera”, la inesistenza di una struttura autonoma operativa, il mancato pagamento dell’IVA come modalità preordinata al conseguimento di un utile nel meccanismo fraudolento e simili; 2) la connivenza nella frode da parte del cessionario, non necessariamente però con prova “certa” ed incontrovertibile, bensì con presunzioni semplici, purché dotati del requisito di gravità, precisione e concordanza, consistenti nella esposizione di elementi obiettivi – che possono coincidere con quelli sub) 1 – tali da porre sull’avviso qualsiasi imprenditore onesto e mediamente esperto sulla inesistenza sostanziale del contraente, il quale non può non rilevarla e peraltro deve coglierla, per il dovere di accortezza e diligenza insito nell’esercizio di una attività imprenditoriale e commerciale qualificata. Qualora, con giudizio di fatto rimesso al giudice del merito, la Amministrazione abbia fornito una prova nei termini di cui sopra, l’onere a carico della medesima si intende assolto e grava sul contribuente l’onere della prova contraria. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 5313 depositata il 17 marzo 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la CTR del Lazio, riformando la decisione di primo grado, ha annullato un avviso di accertamento relativo all’anno d’imposta 2002 con il quale l’Ufficio aveva contestato ad una contribuente la registrazione di fatture di acquisto emesse per operazioni soggettivamente inesistenti dalla società G. C. S.r.l. (ritenuta dall’Agenzia delle Entrate una mera “cartiera”) e, conseguentemente, aveva contestato la deducibilità ai fini IRAP degli importi fatturati e la detraibilità dell’IVA versata, procedendo ai conseguenti recuperi e sanzioni.

Nel ricorso per cassazione, ad avviso dell’Ufficio la CTR avrebbe errato nel non applicare le regole di riparto dell’onere della prova in materia di operazioni soggettivamente inesistenti, alla cui stregua, una volta che l’Amministrazione abbia fornito la prova, anche presuntiva, della natura di “cartiera” del soggetto apparentemente cedente (e, quindi, dell’inesistenza soggettiva delle operazioni), spetterebbe al contribuente di provare il proprio incolpevole affidamento, a nulla rilevando la regolarità documentale delle fatture.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dall’Ufficio. Sul punto, gli Ermellini osservano che, in tema di coinvolgimento del cessionario nelle frodi triangolari o nelle frodi “carosello”, la Suprema Corte ha precisato i criteri di riparto dell’onere probatorio tra Fisco e contribuente enunciando, nella sentenza n. 10414/11, i seguenti principi: “Nel caso di apparente regolarità contabile della fattura, dotata dei requisiti di legge, l’onere della prova grava sull’Ufficio, nel senso che questi deve provare 1) gli elementi di fatto della frode, attinenti il cedente, ovvero la sua natura di “cartiera”, la inesistenza di una struttura autonoma operativa, il mancato pagamento dell’IVA come modalità preordinata al conseguimento di un utile nel meccanismo fraudolento e simili; 2) la connivenza nella frode da parte del cessionario, non necessariamente però con prova “certa” ed incontrovertibile, bensì con presunzioni semplici, purché dotati del requisito di gravità, precisione e concordanza, consistenti nella esposizione di elementi obiettivi – che possono coincidere con quelli sub) 1 – tali da porre sull’avviso qualsiasi imprenditore onesto e mediamente esperto sulla inesistenza sostanziale del contraente, il quale non può non rilevarla e peraltro deve coglierla, per il dovere di accortezza e diligenza insito nell’esercizio di una attività imprenditoriale e commerciale qualificata.
Qualora, con giudizio di fatto rimesso al giudice del merito, la Amministrazione abbia fornito una prova nei termini di cui sopra, l’onere a carico della medesima si intende assolto e grava sul contribuente l’onere della prova contraria”.

Si veda anche, in termini analoghi, la sentenza n. 24426/13, secondo la quale: “l’Amministrazione finanziaria (…) ha l’onere di provare, anche avvalendosi di presunzioni semplici, che (…) il contribuente, al momento in cui acquistò il bene od il servizio, sapeva o avrebbe dovuto sapere, con l’uso dell’ordinaria diligenza, che l’operazione invocata a fondamento del diritto a detrazione si inseriva in una evasione commessa dal fornitore, fermo restando che, nelle ipotesi più semplici (operazioni soggettivamente inesistente di tipo triangolare), detto onere può esaurirsi, attesa l’immediatezza dei rapporti, nella prova che il soggetto interposto è privo di dotazione personale (…)”, nonché la più recente n. 13803/14, in forza della quale: “In materia di detrazione IVA, liquidata nella fattura passiva emessa dal cedente e versata in rivalsa dal cessionario, qualora sia contestata la inesistenza soggettiva dell’operazione, grava sull’Amministrazione finanziaria l’onere di provare, anche in via presuntiva, ex art. 2727 cod. civ., la interposizione fittizia del cedente ovvero la frode fiscale realizzata a monte dell’operazione, eventualmente da altri soggetti, nonché la conoscenza o conoscibilità da parte del cessionario della frode commessa, spetta, invece, al contribuente che intende esercitare il diritto alla detrazione o al rimborso, provare la corrispondenza anche soggettiva della operazione di cui alla fattura con quella in concreto realizzata ovvero l’incolpevole affidamento sulla regolarità fiscale, ingenerato dalla condotta del cedente”.

Nel caso di specie, ha errato la CTR laddove giudica insufficienti le prove offerte dall’Ufficio in quanto “fondate su presunzioni semplici”, invece che su “valide e documentate prove”, e conclude che “L’Agenzia delle Entrate, fondando l’accertamento su semplici presunzioni, non ha fornito nessun elemento certo e preciso di prova in ordine all’inesistenza del terzo interpositore (cedente)”; in tal modo negando che l’Ufficio possa adempiere al proprio onere probatorio anche mediante presunzioni.

Da qui, dunque, l’accoglimento del ricorso.

Nel caso di apparente regolarità contabile della fattura, dotata dei requisiti di legge, l’onere della prova grava sull’Ufficio, nel senso che questi deve provare 1) gli elementi di fatto della frode, attinenti il cedente, ovvero la sua natura di “cartiera”, la inesistenza di una struttura autonoma operativa, il mancato pagamento dell’IVA come modalità preordinata al conseguimento di un utile nel meccanismo fraudolento e simili; 2) la connivenza nella frode da parte del cessionario, non necessariamente però con prova “certa” ed incontrovertibile, bensì con presunzioni semplici, purché dotati del requisito di gravità, precisione e concordanza, consistenti nella esposizione di elementi obiettivi – che possono coincidere con quelli sub) 1 – tali da porre sull’avviso qualsiasi imprenditore onesto e mediamente esperto sulla inesistenza sostanziale del contraente, il quale non può non rilevarla e peraltro deve coglierla, per il dovere di accortezza e diligenza insito nell’esercizio di una attività imprenditoriale e commerciale qualificata. Qualora, con giudizio di fatto rimesso al giudice del merito, la Amministrazione abbia fornito una prova nei termini di cui sopra, l’onere a carico della medesima si intende assolto e grava sul contribuente l’onere della prova contraria.
Corte di Cassazione – Ordinanza N. 5313/2015

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