Diritto

Frode fiscale “suggerita” al cliente: ne risponde anche il commercialista

Frode fiscale ''suggerita'' al cliente: ne risponde anche il commercialista
Il commercialista che partecipa ad una complessa attività di frode fiscale, fornendo consigli, impartendo direttive sulla false fatturazioni, può rispondere in concorso con i cliente dei reati fiscali

Il commercialista che partecipa ad una complessa attività di frode fiscale, fornendo consigli, impartendo direttive sulla false fatturazioni, può rispondere in concorso con il cliente dei reati fiscali. Ad esso potrà essere applicata, in attesa del processo, la misura cautelare degli arresti domiciliari: l’avere pianificato e realizzato un complesso progetto criminoso coinvolgente un numero consistente di società e di persone, l’avere perpetuato l’attività illecita per lungo tempo e l’avere lucrato ingenti capitali destinati all’Erario, sono sicuramente elementi che denotano la “pericolosità” del professionista. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, Sezione III° penale, con la sentenza n. 23522 del 5 giugno 2014.

IL FATTO
Un commercialista era indagato, in concorso con i propri clienti, per i reati di dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture false ed emissione di fatture per operazioni inesistenti, previsti rispettivamente dagli artt. 2 ed 8 del D.Lgs. n. 74/00.
Allo stesso, in sostanza, era contestato di aver ideato il complesso meccanismo di frode fiscale attuato dalle società clienti e di aver partecipato attivamente allo stesso.
Nell’ambito del procedimento penale, il Gip disponeva nei confronti dell’indagato la misura cautelari degli arresti domiciliari.
Il provvedimento veniva, successivamente, confermato anche dal Tribunale del riesame cui si era rivolto il professionista.

Avverso l’ordinanza del Tribunale, il commercialista proponeva ricorso in Cassazione, lamentando, in particolare:

  • la mancanza dei gravi indizi di colpevolezza, essendo i contatti avuti con le società tutti inerenti prestazioni professionali di commercialista, regolarmente fatturate. La sua condotta, dunque, sarebbe stata solo di tipo professionale;
  • insussistenza delle esigenze cautelari previste dall’art. 274 c.p.p. Infatti, non vi era alcuna possibilità di reiterazione del reato, né tantomeno di inquinamento probatorio, essendo ormai i fatti risalenti nel tempo ed essendo già stata acquisita tutta la documentazione.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
Ebbene, la Suprema Corte ha avallato il verdetto del giudice di merito, poiché congruamente motivato. Il Tribunale in particolare ha evidenziato come “l’avere preso parte alla contestata associazione per delinquere, l’avere pianificato e realizzato un complesso progetto criminoso coinvolgente un numero consistente di società e di persone, l’avere perpetuato l’attività illecita per lungo tempo (dal 2006 al 2011) e l’avere lucrato ingenti capitali destinati all’Erario sono elementi che denotano la tendenza del professionista e dei suoi clienti a compiere imprese delittuose con modalità strutturate e sofisticate, a commettere reati per finalità di indebito profitto, nonché ad avvalersi, nei propri intenti illeciti, del contributo fiduciario di altri soggetti parimenti intranei ad ambienti dediti a condotte di frode dell’azione fiscale”.

Ad avviso degli Ermellini, poi, il Tribunale ha giustamente parametrato la gravità e pericolosità dell’agire del ricorrente alle sue particolari competenze professionali, “che gli hanno consentito – si legge in sentenza – di coordinare a livello di regia la tenuta delle scritture contabili del gruppo di società utilizzate nelle operazioni illecite”.

Per la Cassazione, infine, l’ordinanza impugnata ascrive all’indagato, in maniera logica e coerente, un giudizio di provvisoria colpevolezza in ordine alla fattispecie di dichiarazione fraudolenta mediante l’uso di fatture per operazioni inesistenti, stante il ruolo di consulente svolto dal medesimo, nonché di materiale esecutore della trasmissione telematica delle dichiarazioni fiscali incriminate.

Per ciò che riguarda le esigenze cautelari, la Cassazione ricorda come la pericolosità di un soggetto possa desumersi, oltre che dalla personalità dell’imputato/indagato, anche dalle specifiche modalità e circostanze del fatto.

La Corte pertanto, ritenendo la sussistenza e la attualità delle esigenze cautelari, ha confermato gli arresti domiciliari a carico dell’indagato che dovrà, a questo punto, attendere l’esito del processo.

Approfondimenti - Concorso di colpa del professionista

La maggior parte dei reati tributari sono di tipo proprio: essi possono, cioè, essere commessi unicamente dal soggetto che riveste una posizione qualificata (rectius: contribuente obbligato nei confronti del fisco). Tuttavia, chi si trova a svolgere funzioni di gestione e consulenza tributaria (commercialisti, consulenti contabili, avvocati, etc.) in taluni casi può concorrere, ai sensi dell’art. 110 c.p., negli eventuali reati commessi dai clienti. La posizione del professionista delegato agli adempimenti fiscali si presenta, quindi, estremamente delicata in relazione agli eventuali reati che possano scaturire dai consigli, dai pareri e dagli stessi comportamenti materiali del consulente.
Il concorso del professionista può essere di carattere materiale, consistendo, cioè, in una condotta concreta, ovvero morale. Quest’ultimo può concretizzarsi nelle differenti forme della determinazione, istigazione o rafforzamento del proposito criminoso altrui. Occorre sottolineare come i reati tributari siano punibili solo a titolo di dolo e non di colpa ed è quindi necessario che la condotta del consulente, affinché questo possa rispondere a titolo di concorso, sia sorretta dalla coscienza e volontà circa la commissione dell’illecito tributario. In sostanza, il professionista potrà essere chiamato a rispondere quando, con un proprio comportamento cosciente e volontario, abbia intenzionalmente dato un contributo causale, materiale o morale, alla realizzazione del reato commesso dal cliente; rimangono, quindi, escluse eventuali condotte di natura colposa, quali errori materiali o concettuali dovuti a negligenza o imperizia. Ad esempio, la Corte di Cassazione (sentenza n. 175/13) ha specificato che la delega delle incombenze fiscali ad un commercialista non modifica il destinatario dell’obbligo, titolare della posizione di garanzia, che è il contribuente. Pertanto, il consulente non risponderà, neppure a titolo di concorso, nel reato tributario commesso dal cliente, qualora la sua condotta sia meramente colposa. Ci si è poi chiesti sia in dottrina che in giurisprudenza se per aversi concorso morale sia sufficiente un mero consiglio o se sia necessario dare specifiche direttive ed istruzioni sulle modalità di commissione dell’illecito tributario. La giurisprudenza più recente (Cassazione, sentenza n. 9916/2010 e n. 24166/2011) ha puntualizzato che il professionista può essere chiamato a rispondere in concorso soltanto se è riconoscibile un suo comportamento concreto nella realizzazione dell’illecito quale, ad esempio, la macchinazione insieme al cliente degli artifici e delle modalità di commissione del reato. Nessuna responsabilità può invece essere imputata al professionista che si limiti ad illustrare al cliente diverse soluzioni possibili, e quindi la consulenza sia consistita nell’indicare semplicemente alternative ed espedienti attuabili.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *