Diritto

Fideiussione per il rimborso IVA: costo sempre rimborsabile

Fideiussione per il rimborso IVA: costo sempre rimborsabile
L’Amministrazione finanziaria è sempre tenuta al rimborso del costo della fideiussione sostenuto dal contribuente per ottenere il rimborso IVA

L’Amministrazione è sempre tenuta al rimborso del costo della fideiussione sostenuto dal contribuente per ottenere il rimborso IVA. Intanto lo prevede lo Statuto del contribuente che ha natura precettiva e le cui disposizioni rappresentano principi generali non derogabili dell’ordinamento tributario. Poi non rileva che al momento del rimborso non sia stato ancora emanato il decreto attuativo previsto dallo Statuto. Inoltre, non conta neppure che la fideiussione sia stata prestata in ottemperanza ad un obbligo normativo oppure prestata volontariamente per accelerare la procedura di rimborso. Pertanto vanno restituite le spese sostenute per le fideiussioni prestate anteriormente all’entrata in vigore dello Statuto. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 16409 del 5 agosto 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate avverso la sentenza con la quale la Commissione Tributaria Regionale del Friuli Venezia Giulia ha riconosciuto, in base al disposto dell’art. 8, comma 4, della legge n. 212 del 2000 (Statuto dei diritti del contribuente), il diritto di una società al rimborso del costo della fideiussione che essa aveva richiesto nelle more di alcuni giudizi in tema di IVA successivi alla esecuzione di rimborso (poi conclusisi a favore della contribuente).

In particolare, il giudice d’appello ha ritenuto che il citato art. 8, comma 4, dello Statuto dei diritti del contribuente introduce un vero e proprio diritto soggettivo in capo al contribuente, del quale mira a tutelare l’integrità patrimoniale, diritto non condizionato all’emanazione di disposizioni di attuazione (previste nel comma 6 dello stesso articolo 8), né limitato alle polizze fideiussorie stipulate successivamente alla data di entrata in vigore della norma.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’Agenzia delle Entrate, formulando il quesito se il diritto al rimborso previsto dall’art. 8, comma 4, legge cit. valga solo per le spese per polizze stipulale obbligatoriamente e dunque non anche per quelle di natura facoltativa (art. 38-bis, comma 6, del D.P.R. n. 633/72).
Inoltre, ad avviso dell’Ufficio, nell’assenza del regolamento attuativo di cui al comma 6 dello stesso art. 8, che indichi i capitoli di bilancio designati a tal fine e le modalità di pagamento, l’Amministrazione finanziaria non sarebbe tenuta al rimborso delle somme ivi previste.
Infine, si ribadisce che la norma sarebbe applicabile alle sole spese sostenute a fronte di polizze stipulate dopo la sua entrata in vigore (1° agosto 2000).

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate. In primo luogo, i giudici osservano come la norma in esame (comma 4), in base al suo tenore testuale, abbia natura immediatamente precettiva, prevedendo il diritto al rimborso del costo delle fideiussioni richieste dal contribuente nei casi indicati e imponendo all’Amministrazione Finanziaria l’obbligo di provvedere quando sia definitivamente accertato che l’imposta non era dovuta o era dovuta in misura inferiore a quella accertata; si tratta di una disciplina in sé sufficientemente compiuta – essendo stabiliti i presupposti dell’insorgenza del diritto al rimborso, il suo oggetto, il soggetto tenuto a provvedere e il soggetto avente diritto -, tale da attribuire al contribuente un diritto soggettivo perfetto, posto a tutela della sua integrità patrimoniale.

A fortiori ciò vale considerando che la norma è contenuta nello Statuto dei diritti del contribuente, il cui art. 1 stabilisce, al comma 1, che “le disposizioni della presente legge, in attuazione degli artt. 3, 23, 53 e 97 Cost., costituiscono principi generali dell’ordinamento tributario e possono essere derogate o modificate solo espressamente e mai da leggi speciali”.

L’omessa emanazione del decreto ministeriale previsto dal comma 6 non è idonea, pertanto, ad impedire l’operatività immediata della norma, considerando che le disposizioni di attuazione ivi contenute non possono che riguardare, data la rilevata compiutezza della disciplina primaria, aspetti di natura meramente pratico-operativa, la cui mancato regolamentazione non può ritenersi ostativa all’esecuzione del rimborso.

La norma – prosegue la sentenza -, comprende i costi di tutte le fideiussioni che il contribuente ha richiesto, dovendosi chiaramente intendere l’espressione “ha dovuto richiedere” non nel senso dell’esistenza di un ipotetico obbligo normativo in tal senso, bensì con riferimento alla necessità (onere) della richiesta della fideiussione in rapporto allo scopo perseguito (ottenere la sospensione del pagamento di tributi o la rateizzazione o il rimborso).

Infine, conclude la Suprema Corte, non vi è alcuna ragione, né letterale né sistematica, per ritenere che il diritto al rimborso concerna solo i costi relativi a fideiussioni richieste dopo l’entrata in vigore della norma in esame, laddove, anzi, deve ritenersi che il diritto al rimborso, insorto dopo l’entrala in vigore della norma, riguardi anche le spese per polizze anteriormente stipulate (cfr. Cass. n. 14024 del 2009).

Ne consegue il rigetto del ricorso.

L’art. 8, comma 4, della legge n. 212/2000 così dispone: “L’amministrazione finanziaria è tenuta a rimborsare il costo delle fideiussioni che il contribuente ha dovuto richiedere per ottenere la sospensione del pagamento o la rateizzazione o il rimborso dei tributi. Il rimborso va effettuato quando sia stato definitivamente accertato che l’imposta non era dovuta o era dovuta in misura minore rispetto a quella accertata”.

Il successivo comma 6 prevede che “Con decreto del Ministro delle finanze, adottato ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, relativo ai poteri regolamentari dei Ministri nelle materie di loro competenza, sono emanate le disposizioni di attuazione del presente articolo.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 16409/2015

Un Commento

  1. In diverse occasioni sia la CTP di Milano che la CTR della Lombardia (CTP Milano sent. n. 165/23/2011; CTP Milano sent. n. 3111/24/2013; CTR Milano sent. n. 127/43/2012; CTR Milano sent. n. 30/2015. CTP Milano, sent. n. 4610/2016) si sono espresse in senso analogo, riconoscendo il diritto del contribuente al pieno rimborso.
    Peraltro, si tratta di processi definiti (e quindi decisioni aventi forza di giudicato). La tesi pro contribuente, a mio avviso, è assolutamente da preferire. Esaminando i principi recati in merito dalla sentenza della CTR della Lombardia n. 127/43/12 (passata in giudicato), che ben esamina la questio iuris di cui discutiamo, emergono molti spunti a favore della posizione dei contribuenti: “la Commissione non condivide l’interpretazione dell’art. 8 comma 4 della Legge 212/2000 fornita dall’Ufficio appellante, secondo la quale “la previsione del rimborso dei costi di fideiussioni sarebbe subordinata al definitivo accertamento della debenza del tributo o della debenza in misura inferiore rispetto a quella accertata” atteso che tale interpretazione verrebbe a limitare l’operatività del comma 4 dell’art. 8 ai soli costi di accertamento d’imposte ed a escludere così contra voluntatem legis, la sua applicazione al rimborso dei tributi”. La norma in commento infatti non si limita affatto alle sole due ipotesi prospettate dall’Ufficio ma include espressamente il caso di rimborso dei tributi. La tesi dell’Ufficio, pertanto, non è assolutamente condivisibile non solo in quanto infondata ma anche perché del tutto contraria alla lettera e alla ratio dell’art. 8, comma 4, dello Statuto del contribuente. Ritiene la Commissione corretta ed ineccepibile la sentenza dei primi giudici che in accoglimento della tesi della società contribuente sul punto recita: “nel merito rileva la fondatezza della pretesa della ricorrente in ordine al chiesto rimborso di € XXX pari al costo delle fideiussioni sostenuto dalla società per ottenere il rimborso del credito IVA maturato negli anni d’imposta 2000, 2001, 2002 e 2003 ai sensi e per gli effetti di quanto disposto dall’art. 8 comma 4 dello Statuto del contribuente…tanto più in presenza di una precisa direttiva nella normativa e giurisprudenza comunitaria in materia, che come tale secondo le disposizioni CEE, produce effetti di-retti anche negli ordinamenti nazionali e può essere invocata nei confronti della stessa Pubblica Amministrazione dai soggetti interessati, direttiva che ha riconosciuto che “le modalità di rimborso dell’eccedenza dell’IVA che uno Stato membro stabilisce devono con-sentire al soggetto passivo di recuperare n condizioni adeguate, la totalità del credito risultante da dette eccedenze IVA….e comunque il sistema di rimborso adottato non deve far correre alcun rischio finanzia-rio al soggetto passivo”. Ove al contrario dovesse operarsi secondo gli assunti dell’Ufficio, si verrebbe a verificare che sarebbero ammessi al rimborso i contribuenti che sono stati destinatari di una pretesa tributaria, mentre sarebbero esclusi i contribuenti più virtuosi che non sono destinatari di alcuna pretesa tributaria. (omissis). Per le considerazioni innanzi esposte, la Commissione rigetta l’appello dell’Agenzia Direzione Provinciale I di Milano e per l’effetto, conferma la sentenza di primo grado”.
    Se dovese servire, i lettori dell’articolo possono contattare il nostro studio per la trasmissione delle sentenze in versione integrale (di modo tale da poter argomentare con solidi precedenti giurisprudenziali le proprie richieste), in quanto sono cause da noi patrocinate che probabilmente non sono presenti in molte banche dati, con l’auspicio che così non si giunga a prese di posizioni giurisprudenziali di segno opposto.
    I miei personali migliori saluti.
    Avv. Federico Pau

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