Diritto

Fermo amministrativo applicabile anche ai rimborsi IVA

Il provvedimento di sospensione del pagamento previsto dall'art. 69 del R.D. n. 2440 del 1923, costituendo espressione del potere di autotutela della Pubblica Amministrazione a salvaguardia dell'eventuale compensazione legale dell'altrui credito con quello, anche se attualmente il liquido, che l’amministrazione abbia o pretenda di avere nei confronti del suo creditore, ha portata generale e mira a garantire la certezza dei rapporti patrimoniali con lo Stato, mediante la concorrente estinzione delle poste reciproche (attive e passive); per conseguenza esso si applica anche ai rimborsi dell'Iva, fino al sopraggiungere dell'eventuale giudicato negativo circa la concorrente ragione di credito vantata dall'erario
Il provvedimento di sospensione del pagamento previsto dall’art. 69 del R.D. n. 2440 del 1923, costituendo espressione del potere di autotutela della Pubblica Amministrazione a salvaguardia dell’eventuale compensazione legale dell’altrui credito con quello, anche se attualmente il liquido, che l’amministrazione abbia o pretenda di avere nei confronti del suo creditore, ha portata generale e mira a garantire la certezza dei rapporti patrimoniali con lo Stato, mediante la concorrente estinzione delle poste reciproche (attive e passive); per conseguenza esso si applica anche ai rimborsi dell’Iva, fino al sopraggiungere dell’eventuale giudicato negativo circa la concorrente ragione di credito vantata dall’erario

Il fermo amministrativo ha portata generale e si applica anche ai rimborsi dell’IVA, fino al sopraggiungere dell’eventuale giudicato negativo circa la concorrente ragione di credito vantata dall’erario. E quanto affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 7320 del 28 marzo 2014.

IL FATTO

Una società proponeva un’istanza di rimborso dell’Iva per l’anno 2003, e impugnava il conseguente silenzio-rifiuto dell’amministrazione. L’amministrazione eccepiva che il rimborso era stato dapprima sospeso e quindi disconosciuto in ragione della notifica di un avviso di accertamento di una maggior somma, che aveva azzerato l’eccedenza dichiarata. Replicava la società affermando che l’avviso di accertamento suddetto era stato annullato in sede giurisdizionale.

L’adita commissione tributaria provinciale di Chieti accoglieva la domanda proposta dalla contribuente.

La sentenza era confermata anche dalla commissione tributaria regionale dell’Abruzzo sull’essenziale rilievo che il provvedimento di sospensione del rimborso era stato superato dal successivo avviso di accertamento e che l’avviso era stato annullato.

L’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per cassazione, lamentando innanzitutto la mancata verifica del passaggio in giudicato della sentenza di annullamento dell’atto tributario in rettifica della dichiarazione annuale, sulla base del quale era stato richiesto il rimborso dell’Iva; anche avverso la sentenza suddetta, invero, era stato proposto ricorso per cassazione; lamentava poi che la notifica dell’avviso di accertamento aveva comportato il venir meno del diritto di pretendere il pagamento del credito, salva la prestazione mai avvenuta – di un’idonea garanzia; sicché la commissione tributaria regionale, disponendo invece il pagamento, aveva pronunciato su una fattispecie che aveva già esaurito i suoi effetti; lamentava inoltre la mancata considerazione della disposizione di carattere generale sul c.d. fermo amministrativo, per cui, ove l’amministrazione vanti un credito a qualsiasi titolo nei confronti del contribuente, è legittima la sospensione del pagamento di un eventuale controcredito; in questo senso l’amministrazione sosteneva che il provvedimento di sospensione non poteva ritenersi caducato neppure all’esito dell’accoglimento di un ricorso del contribuente avverso l’accertamento che ne avesse giustificato l’adozione; infine, rilevava che, essendovi stata la notificazione dell’avviso di accertamento, il rimborso con procedura accelerata poteva essere effettuato solo in conseguenza della prevista garanzia, che invece la contribuente aveva omesso di fornire.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate.

L’art. 69, 6° comma, del R.D. 18 novembre 1923 n. 2440 consente a un’Amministrazione dello Stato di sospendere temporaneamente il pagamento in favore del proprio creditore, in attesa di provvedimento definitivo, quando essa debitrice o altra amministrazione a loro volta abbiano a qualsiasi titolo una contrapposta “ragione di credito”.
Tale sospensione, comunemente denominata fermo amministrativo, riguarda somme dovute e, dunque, si traduce nell’eccezionale possibilità dell’obbligata di differire il soddisfacimento del credito liquido ed esigibile, in via provvisoria e per esigenze cautelari, fino a che la coesistenza di reciproche poste – di dare e di avere – non approdi all’estinzione (in tutto o in parte) del debito per effetto di compensazione.

Come è stato evidenziato dalle Sezioni Unite, la suddetta facoltà, in quanto attribuita alla Pubblica Amministrazione per la tutela di interessi della collettività in base a una valutazione di predominanza di esigenze erariali sul diritto soggettivo del creditore, presenta i connotati del potere autoritativo, con affievolimento di tale diritto (sia pure in via temporanea) nella componente riguardante la reclamabilità della prestazione del debitore alla prevista scadenza (v. Sez. Un. n. 1733/02).

Tale ricostruzione – condivisa dalla Suprema Corte – consente di ritenere l’istituto applicabile su base generale, giustappunto per l’ampia funzione che lo contraddistingue di garantire la certezza dei rapporti patrimoniali con lo Stato, mediante la concorrente estinzione delle poste reciproche (attive e passive).

La potestà di rendere in tal modo inesigibile l’altrui credito fino a quel momento, in quanto così delineata, concorre col più limitato sistema di garanzie direttamente previsto dall’art. 38-bis del d.p.r. n. 633 del 1972, giacché quest’ultimo si pone a tutela di un interesse in parte diverso (qualitativamente), qual è quello dell’erario all’eventuale recupero di quanto dovesse risultare indebitamente percepito dal contribuente.

Trattandosi, in sostanza, di cerchi concentrici di proporzioni diverse, per gli ermellini non sembra condivisibile la conclusione fin qui raggiunta dall’indirizzo giurisprudenziale secondo cui, invece, l’art. 38-bis del d.p.r. 26 ottobre 1972 n. 633 precluderebbe di applicare ai detti rimborsi (attesa la possibilità di far ricorso allo specifico sistema di cauzioni o garanzie) l’istituto del fermo amministrativo previsto dall’art. 69 R.D. 18 novembre 1923 n. 2440 (così in particolare Cass. n. 27265/06; n. 10199/03).

Si eccepisce, in particolare, che la previsione, da parte della stessa norma, della fattispecie di sospensione dell’esecuzione dei rimborsi in presenza di contestazioni penali si inserisce nell’esatto contesto del fermo di cui alla norma del 1923, costituendone un’ipotesi applicativa peculiare. L’essenziale differenza è questa: che dinanzi alla contestazione penale la sospensione del rimborso è obbligatoria per l’erario, come desumesi dall’imperatività della formula normativa impiegata (“l’esecuzione dei rimborsi (..) è sospesa”); a fronte invece della facoltà di sospensione altrimenti concessa dalla previsione generale di cui all’art. 69 del R.D. del 1923.

Ne consegue che, giustappunto esercitando l’ampia potestà accordata da quest’ultima disposizione, l’Amministrazione Finanziaria può sospendere l’esecuzione del rimborso dell’eccedenza dell’Iva anche in casi diversi da quelli associati alla fattispecie di reato di cui all’art. 4, 1° comma, n. 5, del D.L. n. 429 del 1982.

In questo senso il provvedimento di sospensione del pagamento previsto dall’art. 69 del R.D. cit. costituisce espressione di un potere di autotutela della Pubblica Amministrazione, a salvaguardia dell’eventuale compensazione legale dell’altrui credito con quello, anche se attualmente il liquido, che l’amministrazione abbia o pretenda di avere nei confronti del suo creditore. Tanto che la sua adozione richiede soltanto il fumus della ragione di credito vantata dall’amministrazione medesima (cfr. Cass. n. 9853/11), restando, invece, estranea alla natura e alla funzione del provvedimento qualsiasi considerazione di un eventuale periculum in mora da ovviare mediante la prestazione di garanzie.

Discende che l’impugnata sentenza è errata in diritto nella misura in cui ha invece affermato non conferente il richiamo dell’ufficio all’art. 69 del R.D. n. 2440 del 1923 in rapporto al caso di specie.
Ed è altrettanto errata nella misura in cui, in funzione del rimborso, ha valorizzato la circostanza dell’annullamento in sede giurisdizionale dell’avviso di accertamento opposto dall’amministrazione quale base della sua concorrente ragione di credito, giacché tale circostanza è inessenziale in mancanza della previa verifica del passaggio in giudicato della relativa pronuncia.
Invero, la funzione dell’istituto del fermo è destinata a cessare unicamente al sopraggiungere di un giudicato negativo circa la concorrente ragione di credito vantata dall’erario, in quanto il contribuente, allegando il diritto al rimborso dell’Iva versata in eccedenza mediante impugnazione del rifiuto del rimborso stesso, finisce col dedurre in giudizio, appunto, la inesistenza del requisito (della avversa “ragione di credito”) cui la norma condiziona l’assoggettamento al potere autoritativo della Pubblica Amministrazione di sospendere l’adempimento dovuto.

Per questi motivi, la Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell’Erario dettando il seguente principio di diritto: il provvedimento di sospensione del pagamento previsto dall’art. 69 del R.D. n. 2440 del 1923, costituendo espressione del potere di autotutela della Pubblica Amministrazione a salvaguardia dell’eventuale compensazione legale dell’altrui credito con quello, anche se attualmente il liquido, che l’amministrazione abbia o pretenda di avere nei confronti del suo creditore, ha portata generale e mira a garantire la certezza dei rapporti patrimoniali con lo Stato, mediante la concorrente estinzione delle poste reciproche (attive e passive); per conseguenza esso si applica anche ai rimborsi dell’Iva, fino al sopraggiungere dell’eventuale giudicato negativo circa la concorrente ragione di credito vantata dall’erario.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 7320/2014

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