Diritto

Fatture soggettivamente false: il contribuente paga le sanzioni e non può detrarre l’IVA

Fatture soggettivamente false: il contribuente paga le sanzioni e non può detrarre l'IVA
Qualora l’Amministrazione contesti al contribuente l’indebita detrazione di fatture, in quanto relative ad operazioni inesistenti, e fornisca attendibili riscontri indiziari sull’inesistenza delle operazioni fatturate, ricade sul contribuente l’onere di dimostrare la fonte legittima della detrazione, altrimenti non operabile

Con la sentenza n. 4609 del 26 febbraio 2014 la Corte di Cassazione si è nuovamente pronunciata in materia di frodi cosiddette “carosello”, fornendo chiarimenti circa l’onere della prova che grava sul contribuente che si dice estraneo all’operazione illecita e che per questo motivo ritiene di poter detrarre l’IVA.

Secondo la Sezione Tributaria del Palazzaccio, qualora l’Amministrazione contesti al contribuente l’indebita detrazione di fatture, in quanto relative a operazioni inesistenti, e fornisca attendibili riscontri indiziari sull’inesistenza delle operazioni fatturate, ricade sul contribuente medesimo l’onere di dimostrare la fonte legittima della detrazione, altrimenti non operabile. Il cessionario, in particolare, ha l’onere di dimostrare almeno, anche in via alternativa, di non essersi trovato nella situazione giuridica oggettiva di conoscibilità delle operazioni pregresse intercorse tra il cedente e il fatturante in ordine al bene ceduto, oppure, nonostante il possesso della capacità cognitiva adeguata all’attività professionale svolta in occasione dell’operazione contestata, di non essere stato in grado di abbandonare lo stato di ignoranza sul carattere fraudolento delle operazioni degli altri soggetti collegati all’operazione (cfr. Cass. n. 8132 del 2011 e 23074 del 2012).

La prova fornita dal Fisco che la prestazione non è stata effettivamente resa dal fatturante, poiché sfornito di personale e della dotazione strumentale adeguata alla sua esecuzione, costituisce, di per sé, per la sua pregnanza dimostrativa, idoneo elemento sintomatico dell’assenza di “buona fede” del contribuente. Infatti, l’immediatezza dei rapporti (cedente o prestatore – fatturante – cessionario o committente) induce ragionevolmente a escludere in via presuntiva, a fronte di una conclamata inidoneità allo svolgimento dell’attività economica, l’ignoranza incolpevole del cessionario o committente circa l’avvenuto versamento dell’IVA a soggetto non legittimato alla rivalsa, né assoggettato all’obbligo del pagamento dell’imposta. In questo caso, sarà il contribuente a dover provare, in applicazione di principi ordinari sull’onere della prova, vigenti nel nostro ordinamento, di non essere a conoscenza del fatto che il fornitore effettivo del bene oppure della prestazione era, non il fatturante, ma altri, dovendosi altrimenti negare il diritto alla detrazione dell’IVA versata (cfr. Cass. n. 6229 del 2013).

A tal fine, puntualizza la Suprema Corte, non è sufficiente dedurre, da parte del contribuente, che la merce sia stata consegnata e la fattura, IVA compresa, sia stata effettivamente pagata, trattandosi di circostanze pienamente compatibili con il modello di frode fiscale, posto in essere mediante un’operazione soggettivamente inesistente. Analogamente non è sufficiente la dimostrazione della regolarità formale delle scritture o le evidenze contabili dei pagamenti, poiché si tratta di dati e circostanze facilmente falsificabili dal contribuente (cfr. Cass. n. 17377 del 2009, n. 230744 del 2012, n. 1950 del 2007 e n. 12802 del 2011).

Corte di Cassazione – Sentenza N. 4609/2014

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