Diritto

Fatture false: nessuna detrazione IVA

Fatture false: nessuna detrazione IVA
Niente detrazione IVA sull’acquisto di merce o sulla prestazione di un servizio, se il fornitore è diverso rispetto a quello indicato nella fattura, salvo che il contribuente riesca a dimostrare la non conoscenza della provenienza reale della merce o della prestazione del servizio

Il committente-cessionario, al quale sia contestata, sulla base di elementi presuntivi forniti dall’amministrazione (gravata del relativo onere della prova), la detrazione dell’IVA versata in rivalsa al soggetto, diverso dall’effettivo cedente-prestatore, che ha emesso la fattura, ha il diritto di detrarre l’imposta nella sola ipotesi in cui possa provare, ai sensi dell’art. 2697 c.c., comma 2, che non sapeva o non poteva sapere di partecipare ad un’operazione fraudolenta.

Lo ha affermato la Suprema Corte, con la sentenza n. 239 del 9 gennaio 2014, la quale esprime un principio di diritto che in linea con quanto stabilito, secondo consolidato orientamento (Cass. n. 8132/2011; n. 23074/2012) in materia di fatture emesse per operazionisoggettivamente inesistenti”, ha ritenuto che “il cessionario, in particolare, ha l’onere di dimostrare almeno, anche in via alternativa, di non essersi trovato nella situazione giuridica oggettiva di conoscibilità delle operazioni pregresse intercorse tra il cedente ed il fatturante in ordine al bene ceduto, oppure, nonostante il possesso della capacità cognitiva adeguata all’attività professionale svolta in occasione dell’operazione contestata, di non essere stato in grado di abbandonare lo stato di ignoranza sul carattere fraudolento delle operazioni degli altri soggetti collegati all’operazione”.

La Cassazione, infatti, ha fornito il criterio che trova, peraltro, adeguato riscontro anche nella Corte di Giustizia Europea che ha, difatti, più volte affermato che il beneficio della detrazione non è accordabile, sia per il diritto comunitario sia per il diritto interno che ad esso si uniforma, qualora sia dimostrato che lo stesso beneficio è invocato dal contribuente fraudolentemente o abusivamente. Secondo la Corte Europea, invero, il diritto alla detrazione, può essere negato solo quando risulti dimostrato da parte dell’amministrazione finanziaria, “alla luce di elementi oggettivi”, che il soggetto passivo al quale siano stati forniti i beni o i servizi, posti a fondamento del diritto alla detrazione, “sapeva o avrebbe dovuto sapere che tale operazione si iscriveva in un’evasione commessa dal fornitore o da un altro operatore a monte“. Ma è chiaro che l’onere di provare tale circostanze liberatoria – a fronte degli elementi dimostrativi forniti dall’Amministrazione – non può che cadere a carico del contribuente (Corte di Giustizia UE 6 luglio 2006, C-439/04; 21 febbraio 2006, C-255/02; 21 giugno 2012, C-80/11).

In particolare, la controversia concerne un contenzioso originato dall’impugnazione di un avviso di rettifica emesso dall’Amministrazione finanziaria per recuperare a tassazione l’IVA indebitamente detratta da una S.r.l. su una fattura emessa, per prestazioni di servizi di assistenza tecnica per montaggio impianti, ritenuta dall’ufficio relativa a operazioni soggettivamente inesistenti.

I giudici del merito ritenevano che il reale perfezionamento dell’operazione di prestazione di servizi, di cui alla fattura in contestazione, desumibile dall’emissione e dall’incasso di un assegno bancario a favore della società, dovesse escludere il carattere fittizio dell’operazione e comunque la partecipazione della contribuente all’eventuale accordo evasivo posto in essere da terzi.

Giova ricordare a tal proposito, che in tema di IVA, la nozione di “fattura inesistente” va riferita non soltanto all’ipotesi di mancanza assoluta dell’operazione fatturata sul piano fattuale, ma anche ad ogni tipo di divergenza tra la realtà commerciale e la sua espressione documentale, ivi compresa l’ipotesi di “inesistenza soggettiva”, che ricorre quando, pur risultando i beni o il servizio reso entrati nella disponibilità patrimoniale dell’impresa cui le fatture sono rilasciate, venga accertato che uno o entrambi i soggetti del rapporto siano falsi (Cass. n. 23074/2012; n. 8132/2011).

In siffatta ipotesi, pertanto, ai sensi del combinato disposto degli articoli 19, 21, comma 7, e 269, comma 3, del decreto IVA, è – in linea di principio – precluso al cessionario dei beni, così come al committente del servizio, il diritto alla detrazione o alla variazione dell’imposta nel caso di emissione di fatture per operazioni inesistenti anche solo sotto il profilo soggettivo. Ed infatti, pur essendo i beni o il servizio effettivamente entrati nella disponibilità dell’impresa utilizzatrice, la falsa indicazione di almeno uno dei soggetti del rapporto determina l’evasione del tributo relativo alla diversa operazione, effettivamente realizzata tra altri soggetti.

A tal proposito, peraltro, i giudici di legittimità nella sentenza in commento avevano specificato “è evidente che, nel caso di specie, non giova affatto alla contribuente – al contrario di quanto erroneamente ritenuto dal giudice di appello – dedurre l’avvenuto pagamento delle fatture (mediante un assegno incassato dal legale rappresentante della s.r.l.) e l’effettivo ricevimento del servizio, a fronte di elementi di forte spessore indiziario e presuntivo, forniti in giudizio dall’Amministrazione finanziaria, e fondati sul p.v.c. emesso dalla Guardia di Finanza”.

Ecco che, alla luce di quanto appena esposto, la Suprema Corte nella sentenza in oggetto, in accoglimento del ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate, ha ritenuto a fronte di tali significativi elementi offerti dall’Amministrazione finanziaria, che incombeva sulla contribuente – contrariamente a quanto affermato dalla CTR – l’onere di provare di non essere stata a conoscenza del carattere fraudolento dell’operazione, che – dietro l’apparente prestazione di un servizio – dissimulava un intento evasivo, dovendosi altrimenti legittimamente negare, da parte dell’Ufficio, il diritto alla detrazione dell’IVA versata (Cass. n. 6229/2013).

Corte di Cassazione – Sentenza N. 239/2014

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