Diritto

Fatture false e possibili rimedi

Fatture false e possibili rimedi
Chi emette una fattura per operazioni inesistenti ha la possibilità di rimediare – se il documento non è stato utilizzato sul piano contabile – ritirandola tempestivamente ed eliminando qualsiasi rischio di perdita di gettito fiscale

Chi emette una fattura per operazioni inesistenti ha la possibilità di rimediare – se il documento non è stato utilizzato sul piano contabile – ritirandola tempestivamente ed eliminando qualsiasi rischio di perdita di gettito fiscale. A fornire utili chiarimenti in questa materia delicata è stata la Sezione tributaria della Corte di Cassazione nella sentenza n. 10939 del 27 maggio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la CTR Veneto ha confermato la decisione di prime cure che aveva annullato l’avviso di accertamento emesso nei confronti di una società avente ad oggetto il recupero della maggiore IVA in relazione alla emissione di fattura per operazione oggettivamente inesistente.

In particolare, per quello che interessa in questa sede, la CTR ha ritenuto infondata la pretesa concernente la operazione “inesistente” in quanto la fattura in questione (corrispondente ad una mera “bozza di fattura” inviata dalla società ad una s.r.l., e da questa contraffatta per conseguire dal proprio Istituto di credito una anticipazione bancaria) non era stata utilizzata da nessuna delle due società, non essendo stata più eseguita la operazione commerciale avendo comunicato la s.r.l. la sopravvenuta indisponibilità della necessaria provvista finanziaria, sicché non essendosi consumato alcun reato tributario, avendo la società contribuente – protestatasi estranea alla contraffazione del documento – materialmente eliminato tale bozza di fattura e non avendo la s.r.l. iscritto detta fattura nella propria contabilità nè realizzato una evasione d’imposta, difettavano gli stessi presupposti della pretesa rivolta nei confronti della contribuente.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’Agenzia delle Entrate, sostenendo che, in caso di fatture emesse per operazioni inesistenti, l’emittente è, comunque, considerato soggetto passivo e quindi debitore verso l’Erario della imposta liquidata in fattura, essendo irrilevante che la fattura sia stata o meno rilasciata al committente al fine di ottenere una anticipazione bancaria.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate. In primo luogo, secondo la Suprema Corte l’aspetto cartolare è da considerare nella normativa interna come elemento da privilegiare. L’art. 21 del D.P.R. n. 633/72 ricollega infatti l’insorgenza del rapporto impositivo nei confronti del “soggetto passivo” alla semplice “emissione” del documento contabile (completo in tutto i suoi elementi formali), in quanto suscettibile di essere utilizzato a fini fiscali.

Tra l’altro questa effettività cartolare, secondo la Corte, vincola solo l’emittente che è tenuto a versare l’IVA. Ma non attribuisce all’acquirente il diritto alla detrazione in caso di operazione inesistente.

Infatti il legislatore ha inteso, secondo la Corte “privilegiare la rappresentazione cartolare del rapporto (idest: i dati indicati in fattura) rispetto alla effettiva irrealtà della operazione sottostante, assoggettando comunque ad imposizione detto rapporto (fictio iuris), ma tale previsione normativa opera soltanto dal lato del debito d’imposta gravante sull’emittente, quale soggetto passivo nei confronti dell’Erario; mentre dal lato del cessionario/destinatario della prestazione di servizi, in difetto di alcuna disciplina normativa speciale, rimane confermato il meccanismo ordinario dell’IVA, per cui, in difetto di verificazione del presupposto impositivo (attesa la inesistenza di una reale cessione di beni/prestazioni di servizi in cambio di corrispettivo), alcun diritto alla detrazione/rimborso può sorgere dall’utilizzo di una fattura passiva che è stata emessa per una operazione che in realtà non esiste (tanto se inesistente “oggettivamente”, quanto se “soggettivamente” inesistente: cfr. Corte Cass. Sez. 5, sentenza n. 7672 del 16/05/2012; id. Sez 5, sentenza n. 23074 del 14/12/2012)”.

Esiste nel nostro ordinamento una sola possibilità di non far discendere gli obblighi di versamento dalla emissione di una fattura, per quanto per operazione inesistente: è la specifica disciplina dettata dall’art. 26 del D.P.R. n. 633/72 per emendare gli errori concernenti la emissione o la indicazione dei dati riportati nella fattura. Se la procedura di rettifica di cui all’art. 26 non è stata attivata l’IVA, per diritto interno, va versata.

Tuttavia anche se mancante la rettifica ci sono, ad avviso dei giudici, dei principi da rispettare nel diritto comunitario. Soprattutto quello per cui i provvedimenti interni per evitare le frodi IVA “non devono eccedere quanto necessario per raggiungere gli obiettivi così perseguiti e non possono, pertanto, essere utilizzati in modo da mettere in discussione la neutralità dell’IVA” (cfr. Corte di giustizia, sentenza Schmeink, punto 59; sentenza Stadeco, punto 23; sentenza Rusedespred, punto 29).

E allora secondo la Corte non può non equipararsi a una rettifica documentale ex art. 26 il mancato inserimento in contabilità da parte dei due soggetti interessati della fattura, risultando nella fattispecie tempestivamente eliminato il rischio di effetti pregiudizievoli alle risorse della Comunità determinati dalla immissione nel circuito delle compensazioni IVA della fattura emessa per operazione inesistente.

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