Diritto

Fallimenti, la relazione salva il commissario giudiziale

Fallimenti, la relazione salva il commissario giudiziale
Non può essere sanzionato per omessa denuncia il professionista che, in veste di commissario giudiziale, non ha valutato in pieno le conseguenze penali di un contratto di cessione di ramo d’azienda

Non può essere sanzionato per omessa denuncia il professionista che, in veste di commissario giudiziale, non ha valutato in pieno le conseguenze penali di un contratto di cessione di ramo d’azienda. Basta invece che, nella sua relazione, ne abbia segnalato la problematicità. Tanto più che la natura “distrattiva” dell’accordo è emersa solo dopo il deposito della relazione e tenuto conto che il P.M., comunque, parte del procedimento di concordato, poteva intervenire in ogni momento. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 11921 del 21 marzo 2016.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui il G.U.P. del Tribunale di Roma, nell’ambito di un processo riguardante la bancarotta fraudolenta, relativamente al fallimento della DS I. S.p.A., ha assolto P. dai reati di omessa denunzia di reato e favoreggiamento reale, nonché dal reato di concorso in bancarotta fraudolenta patrimoniale.
Tali reati erano stati contestati al P. nella sua qualità di commissario giudiziale nominato nella procedura del concordato preventivo relativo alla DS I. S.p.A.
In particolare, al commissario giudiziale era stato addebitato di avere omesso di riferire nella relazione redatta ai sensi dell’art. 172 l.f. i fatti di bancarotta patrimoniale contestati agli amministratori della DS I. S.p.A. ed aventi ad oggetto la distrazione del ramo d’azienda relativo alla commercializzazione di sistemi satellitari: una distrazione che si ipotizzava come realizzata mediante la stipula di un contratto di collaborazione, con la data del 30 novembre 2007, volto a conferire ad altra società, di cui C. era amministratore di fatto, l’uso esclusivo del marchio registrato M. di proprietà della DS I. S.p.A. Secondo l’ipotesi accusatoria, tale cessione d’uso era stata stipulata con un corrispettivo che però non era stato mai erogato, così come il ramo di azienda non era stato restituito neppure dopo la scadenza quinquennale del contratto.

Il G.U.P. ha osservato che “non era evidente la penale rilevanza di tale contratto che non era di per sé illecito. E’ già pertanto dubbio che sussistesse in capo al P. l’obbligo di riferire in ordine a tale circostanza la cui penale rilevanza è emersa in un momento successivo a quello in cui il P. si è relazionato con il giudice delegato ma di certo manca la volontaria omessa denuncia”.

Al P. era stato altresì contestato di avere aiutato, in concorso con il consulente del concordato preventivo, C. e gli altri coimputati ad assicurarsi il profitto della distrazione del ramo d’azienda, omettendo di segnalare, nella relazione tecnica depositata il 30 ottobre 2008, che la DS I. S.p.A. – infine dichiarata fallita, dopo la risoluzione del concordato preventivo, il 23 novembre 2009 – era proprietaria del marchio registrato M.

Il G.U.P. ha osservato, invece, che nella suddetta relazione, la menzione del citato marchio era presente fra le voci “immobilizzazioni immateriali”, che irrilevante era la circostanza che il P. non avesse dettagliatamente spiegato tutta la vicenda relativa al marchio M., perché essa era già nota nella procedura di concordato e che comunque non v’erano elementi che supportassero la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato contestato.

Infine, al P. era stato contestato di aver concorso nelle condotte di distrazione poste in essere dagli amministratori della DS I. S.p.A. poiché, da un lato, in seguito alla risoluzione del contratto di affitto/cessione di azienda avrebbe omesso di ricevere l’azienda, non presentandosi all’invito a lui fatto dall’ufficiale giudiziario e, dall’altro, perché avrebbe concorso nella dispersione delle merci contenute nel magazzino ed alla dispersione delle somme corrisposte da A. a DS.

Il G.U.P., dopo aver analizzato dettagliatamente tutti i profili della vicenda, ha escluso la responsabilità del P. per concorso nelle condotte distrattive, in relazione alle quali i coimputati erano stati rinviati a giudizio.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Pubblico Ministero, sostenendo l’inosservanza ed erronea applicazione della disposizione di cui all’art. 236, comma secondo, R.D. n. 267/1942.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dal Pubblico Ministero. In primo luogo la Suprema Corte osserva che, in tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, nel caso in cui all’ammissione alla procedura di concordato preventivo segua la dichiarazione di fallimento, stante la disuguaglianza tra le due procedure che non consente di intravedere nella successione delle vicende concorsuali la medesima connotazione, non si può ritenere che si verifichi un assorbimento cronologico della seconda nella prima.
Indubbiamente, poi, le condotte distrattive poste in essere prima dell’ammissione al concordato preventivo rientrano nell’ambito previsionale dell’art. 236, comma secondo, l.f., il quale, in virtù dell’espresso richiamo dell’art. 223 l.f. punisce i fatti di bancarotta previsti dall’art. 216 l.f., commessi da amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori di società fallite.

Tuttavia, il P. aveva nella sua relazione sottolineato tutti i rischi del contratto di business partnership e non si sarebbe potuto pretendere altro dal commissario giudiziale, né tanto meno una prognosi di rilevanza penale dello stesso contratto.

D’altronde – sottolineano gli Ermellini – l’art. 172 l.f. obbliga il commissario giudiziale solo a redigere l’inventario del patrimonio del debitore e una relazione particolareggiata delle cause del dissesto, sulla condotta del debitore, sulle proposte di concordato e sulle garanzie offerte ai creditori; e la stessa relazione, oltre ad essere depositata in cancelleria almeno tre giorni prima dell’adunanza dei creditori, viene trasmessa al Pubblico Ministero, in quanto parte del procedimento concordatario ai sensi dell’art. 161, ultimo comma, l.f., avendo questi piena facoltà di contraddire sulla domanda di concordato preventivo.

Nel caso di specie non era dunque configurabile il reato di omessa denunzia ex art. 361 cod. pen., giacché risultava che il P. avesse illustrato in maniera esaustiva le condizioni nelle quali era stata fatta richiesta di concordato preventivo sia al Tribunale, che poi aveva omologato lo stesso concordato, che al Pubblico Ministero, che – oltre a poter contraddire sulla domanda del debitore – avrebbe potuto eventualmente rilevare la penale rilevanza dei fatti descritti nella sua relazione dal Commissario giudiziale.

Peraltro, la ricostruzione della vicenda consentiva di affermare che il P., in qualità di liquidatore, appena resosi conto delle difficoltà di esecuzione del concordato proprio in seguito alla complessità delle operazioni di esecuzione del contratto sopra indicato, si era attivato prontamente con i creditori e, quindi, con il Tribunale, perché si addivenisse alla declaratoria di fallimento.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 11921/2016
Tags

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Codice di sicurezza *Captcha loading...

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to top button

Close