Diritto

Evasione fiscale: no al sequestro dei documenti presso il difensore

Evasione fiscale: no al sequestro dei documenti presso il difensore
Il divieto di sequestrare presso i difensori carte o documenti relativi all’oggetto della difesa, salvo che costituiscano corpo del reato, è collegato non al luogo dove l’avvocato esercita la propria attività (c.d. studio) ma alla persona del difensore

Il divieto di sequestrare presso i difensori carte o documenti relativi all’oggetto della difesa, salvo che costituiscano corpo del reato, è collegato non al luogo dove l’avvocato esercita la propria attività (c.d. studio) ma alla persona del difensore. Infatti, il secondo comma dell’art. 103 c.p.p. esordisce con le parole “presso i difensori”, sicché il divieto opera con riguardo a tutta l’attività dell’avvocato e a tutti i luoghi dove essa si esplica. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, sezione III° penale, con la sentenza n. 23002 del 3 giugno 2014.

IL FATTO
Un contribuente veniva indagato per i reati di dichiarazione infedele e occultamento o distruzione di documenti contabili, previsti rispettivamente dagli artt. 4 e 10 del D.Lgs. n. 74 del 2000.
Nell’ambito del procedimento penale, il Gip disponeva il sequestro probatorio di alcuni documenti inerenti i reati in questione.
In particolare, la documentazione era stata rinvenuta in parte presso lo studio del difensore e in parte presso il garage pertinente.
Giunto il procedimento in Cassazione, la Corte annullava il sequestro della documentazione rinvenuta presso lo studio dell’avvocato, rinviando al Tribunale del riesame circa la sorte di quella che si trovava, invece, nel garage.
Il Tribunale del riesame, a questo punto, riteneva il sequestro della documentazione rinvenuta nel garage pienamente legittimo.
Infatti, secondo i giudici, l’art. 103 c.p.p. varrebbe solo per i documenti reperiti presso l’appartamento adibito a studio del difensore e non per quelli trovati nel garage sito nel medesimo civico.

Si ricorda che il sequestro probatorio è un istituto del diritto processuale previsto e disciplinato dagli artt. 253 e ss. c.p.p., il quale consiste nell’assicurare una cosa mobile o immobile al procedimento per finalità probatorie, mediante lo spossessamento coattivo della cosa e la creazione di un vincolo di indisponibilità sulla medesima.
Tale vincolo di indisponibilità serve per conservare immutate le caratteristiche del bene, al fine dell’accertamento dei fatti.
L’art. 103 c.p.p. prevede che le ispezioni e le perquisizioni negli uffici dei difensori sono consentite solo:

  1. quando essi o altre persone che svolgono stabilmente attività nello stesso ufficio sono imputati, limitatamente ai fini dell’accertamento del reato loro attribuito;
  2. per rilevare tracce o altri effetti materiali del reato o per ricercare cose o persone specificamente predeterminate.

Il secondo comma, poi, recita testualmente che “presso i difensori e gli investigatori privati autorizzati e incaricati in relazione al procedimento, nonché presso i consulenti tecnici non si può procedere a sequestro di carte o documenti relativi all’oggetto della difesa, salvo che costituiscano corpo del reato”.
Inoltre, nell’accingersi ad eseguire una ispezione, una perquisizione o un sequestro nell’ufficio di un difensore, l’autorità giudiziaria, a pena di nullità, avvisa il consiglio dell’ordine forense del luogo perché il presidente o un consigliere da questo delegato possa assistere alle operazioni.
Allo stesso, se interviene e ne fa richiesta, è consegnata copia del provvedimento.
Non è, inoltre, consentita l’intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni tra imputato e difensore e sono vietati il sequestro e ogni forma di controllo della corrispondenza tra gli stessi.
I risultati delle ispezioni, perquisizioni, sequestri, intercettazioni di conversazioni o comunicazioni, eseguiti in violazione delle disposizioni precedenti, non possono essere utilizzati.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
Avverso la decisione del Tribunale del riesame, l’indagato proponeva nuovamente ricorso in Cassazione, lamentando, in sostanza, che il divieto era stato erroneamente limitato allo studio e non al garage, che ne costituisce pertinenza e in cui era conservato l’archivio.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23002, depositata il 3 giugno 2014, ha accolto il ricorso dell’indagato, annullando l’ordinanza di sequestro.
Anzitutto, i Supremi giudici ricordano – richiamando una sentenza delle Sezioni Unite del 1993 – che il divieto di sequestrare presso i difensori carte o documenti relativi all’oggetto della difesa, salvo che costituiscano corpo del reato, previsto dall’art. 103, secondo comma, c.p.p., non è limitato all’ipotesi in cui il sequestro è disposto nell’ambito dello stesso procedimento in cui si svolge l’attività difensiva o all’ipotesi in cui questa sia ancora in corso.
Tale divieto opera, in particolare, anche nel caso in cui tale attività concerne un procedimento diverso. Inoltre, mentre per le ispezioni e per le perquisizioni la garanzia prevista dal citato articolo è collegata ai locali dell’ufficio, per i sequestri (così come avviene anche per le intercettazioni e per il controllo della corrispondenza) è collegata non al luogo ma alla persona del difensore. Infatti, il secondo comma esordisce con le parole “presso i difensori”, sicché il divieto opera con riguardo a tutta l’attività dell’avvocato ed il sequestro è vietato anche quando si svolge in luogo diverso dall’ufficio.
Pertanto, essendo in presenza di documentazione afferente ad assistenza legale, intesa nel suo complesso, il sequestro è illegittimo.
Da qui, l’annullamento del provvedimento in via definitiva.

La pronuncia appare assolutamente logica.
E’ evidente, infatti, che le disposizioni contenute nell’art. 103 c.p.p. delineano un quadro organico di regole, eccezioni e modalità operative a garanzia sia della funzione difensiva, sia del segreto professionale. Con tale norma il legislatore ha voluto ampliare la tutela dell’attività defensionale, garantendo al difensore (salvo eccezioni tassative) la piena ed esclusiva disponibilità degli strumenti necessari alla sua attività e il monopolio della conoscenza del contenuto degli atti, delle carte, delle conversazioni e delle comunicazioni funzionali all’esercizio della difesa.
Invero, la ratio legis, come si legge nella Relazione ministeriale al Progetto preliminare, è costituita dalla “tutela della funzione difensiva”, poiché “in un processo di parti la funzione difensiva, al pari di quella dell’accusa, deve essere fortemente tutelata”.
E’ chiaro che limitare le disposizioni a garanzia del diritto di difesa ai soli locali intesi in senso tecnico come “studio” dell’avvocato sarebbe stato assolutamente inidoneo a garantire lo scopo della norma.
A maggior ragione se il luogo in questione è un garage che costituisce pertinenza dello studio medesimo.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 23002/2014

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