Diritto

Evasione contributiva se il datore nasconde per lungo tempo il debito contributivo

Evasione contributiva se il datore nasconde per lungo tempo il debito contributivo
Se il datore di lavoro nasconde per lungo tempo il debito contributivo incorre nella più grave sanzione dell’evasione contributiva

L’omessa o infedele denuncia mensile all’INPS attraverso i modelli DM 10 circa rapporti di lavoro e retribuzioni erogate integra di per sé l’evasione contributiva e non la meno grave omissione contributiva. Conseguentemente grava sul datore inadempiente l’onere di provare la mancanza dell’intento fraudolento e, quindi, la sua buona fede, onere che non può tuttavia reputarsi assolto in ragione della avvenuta corretta annotazione dei dati, omessi o infedelmente riportati nelle denunce, sui libri di cui è obbligatoria la tenuta. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 17119 del 25 agosto 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dall’opposizione proposta da una s.r.l. avverso una cartella esattoriale avente ad oggetto il pagamento di € 48.271,50 a titolo di sanzioni civili ed interessi di mora per ritardato pagamento di contributi previdenziali per il periodo marzo 1997 – agosto 2000.

Rigettata l’opposizione e proposto appello dalla società, che ribadiva che nella specie era applicabile il più favorevole regime sanzionatorio dell’omissione contributiva e non quello dell’evasione applicato dall’INPS, la Corte d’Appello confermava la decisione di primo grado. Rilevava la Corte che la società assicurata, con l’intenzione specifica di non versare i contributi, non aveva presentato nei termini i modelli DM 10 relativi al periodo contributivo interessato, inviati solo nel gennaio 2001, ed aveva corrisposto in ritardo gli importi dovuti, di modo che era corretta la sanzione irrogata per l’evasione contributiva.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione la società, censurando la tesi della Corte territoriale secondo cui la mancanza di uno solo degli adempimenti del datore di lavoro comporterebbe l’applicazione automatica delle maggiori sanzioni previste per l’evasione contributiva, ove sia sintomo di volontà di non adempiere all’obbligazione e, comunque, ove il datore stesso non abbia provato che la mancata osservanza non avesse quell’obiettivo. Tale interpretazione escluderebbe – ad avviso della società -, che possa essere qualificato “omissione contributiva” il comportamento che indica la volontà di ritardare il pagamento, anche se non di evadere l’obbligazione, come avvenuto nel caso di specie, ove il contribuente ha tenuto regolarmente le scritture contabili, pur comunicandone tardivamente all’INPS il contenuto, ed adempiuto all’obbligazione contributiva prima ancora che l’Istituto ne facesse richiesta.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla società. Sul punto, la Suprema Corte richiama i precedenti orientamenti giurisprudenziali secondo cui l’omessa o infedele denuncia mensile all’INPS attraverso i modelli DM 10 circa rapporti di lavoro e retribuzioni erogate integra di per sé l’evasione contributiva e non la meno grave omissione contributiva. L’omessa o infedele denuncia fa, infatti, presumere l’esistenza della volontà datoriale di occultare i dati allo specifico fine di non versare i contributi o i premi dovuti. In particolare, si ritiene che la mancata o infedele denunzia configuri occultamento dei rapporti e delle retribuzioni (o di entrambi) e faccia presumere l’esistenza della volontà di realizzare l’occultamento allo specifico fine di non versare i contributi. Conseguentemente grava sul datore inadempiente l’onere di provare la mancanza dell’intento fraudolento e, quindi, la sua buona fede, onere che non può tuttavia reputarsi assolto in ragione della avvenuta corretta annotazione dei dati, omessi o infedelmente riportati nelle denunce, sui libri di cui è obbligatoria la tenuta.

Orbene, nel caso di specie la società aveva presentato in data 5 gennaio 2001 i modelli DM 10, e dagli stessi l’INPS aveva avuto contezza del debito contributivo relativo al periodo marzo 1997 – agosto 2000. Il datore aveva poi pagato il debito contributivo in forma rateale, pur in mancanza di accettazione della dilazione di pagamento. L’art. 116, comma 8, della legge n. 388/2000 ricollega la fattispecie più lieve dell’omissione contributiva alla circostanza che l’ammontare dei contributi (di cui sia stato omesso o ritardato il pagamento) sia rilevabile “dalle denunce e/o registrazioni obbligatorie”. Tuttavia, la presentazione dei modelli DM 10 era stata omessa dalla società per periodi particolarmente lunghi (superiori ai tre anni per quelli più risalenti) e di conseguenza erano state omesse le denunzie riepilogative annuali mod. 770, mentre non era stato precisato se il credito dell’Istituto fosse comunque evidenziato nella documentazione di provenienza datoriale accessibile dai servizi ispettivi.
Il comportamento del datore obbligato è, pertanto, correttamente riconducibile alla fattispecie più grave dell’evasione, in quanto nella sostanza il credito relativo ai vari periodi di contabilizzazione era rimasto ignoto all’INPS e sottratto ad ogni verifica. L’ammontare dei contributi non era stato, in altre parole, portato a conoscenza dell’Istituto per lunghi periodi, il che giustifica la decisione del giudice di appello che ha ricompreso il comportamento del datore nella situazione legale della “evasione connessa a registrazioni o denunzie obbligatorie omesse”.
In tale situazione – prosegue la sentenza – sarebbe stato onere del datore dare la prova della mancanza dell’intento fraudolento, in considerazione del fatto che la disposizione normativa in esame assimila la “evasione connessa a registrazioni o denunce obbligatorie omesse o non conformi al vero”, al “caso in cui il datore di lavoro, con l’intenzione specifica di non versare i contributi o premi, occulta rapporti di lavoro in essere ovvero le retribuzioni erogate”.
L’interpretazione della norma è quindi, nel senso che ove l’evasione derivi dalle rilevate omissioni il datore può in ogni caso scriminare il proprio comportamento assolvendo al detto onere probatorio.

Ne consegue in conclusione il rigetto del ricorso.

L’art 116, comma 8, della legge n. 388/2000, prevede che “I soggetti che non provvedono entro il termine stabilito al pagamento dei contributi o premi dovuti alle gestioni previdenziali ed assistenziali, ovvero vi provvedono in misura inferiore a quella dovuta, sono tenuti:
a) nel caso di mancato o ritardato pagamento di contributi o premi, il cui ammontare è rilevabile dalle denunce e/o registrazioni obbligatorie, al pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di 5,5 punti; la sanzione civile non può essere superiore al 40 per cento dell’importo dei contributi o premi non corrisposti entro la scadenza di legge;
b) in caso di evasione connessa a registrazioni o denunce obbligatorie omesse o non conformi al vero, cioè nel caso in cui il datore di lavoro, con l’intensione specifica di non versare i contributi o premi, occulta rapporti di lavoro in essere ovvero le retribuzioni erogate, al pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al 30 per cento; la sanzione civile non può essere superiore al 60 per cento dell’importo dei contributi o premi non corrisposti entro la scadenza di legge. Qualora la denuncia della situazione debitoria sia effettuata spontaneamente prima di contestazioni o richieste da parte degli enti impositori e comunque entro dodici mesi dal termine stabilito per il pagamento dei contributi o premi e semprechè il versamento dei contributi o premi sia effettuato entro trenta giorni dalla denuncia stessa, i soggetti sono tenuti al pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di 5,5 punti; la sanzione civile non può essere superiore al 40 per cento dell’importo dei contributi o premi, non corrisposti entro la scadenza dì legge”.

Dunque, per il caso del mancato o insufficiente pagamento dei contributi previdenziali, sul piano sanzionatorio l’art 116, comma 8, della legge n. 388/2000 distingue due fattispecie diversamente sanzionate: alla lett. a) il mancato o ritardato pagamento (ovvero l’omissione contributiva), per il quale è previsto il pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di 5,5 punti, per un importo massimo del 40 per cento dei contributi non corrisposti; alla lett. b) l’evasione contributiva per la quale è previsto il pagamento di una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al 30 per cento, per un importo massimo del 60 per cento dei contributi non corrisposti
Per la seconda fattispecie, lo stesso comma 8, lett. b) prevede l’attenuazione della sanzione (che viene parificata a quella sub a), ove la denunzia sia spontaneamente effettuata prima della contestazione dell’Istituto e comunque entro dodici mesi dal termine di pagamento dei contributi, a condizione che il pagamento avvenga nei trenta giorni seguenti.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 17119/2015

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