Diritto

Esclusione del socio lavoratore di cooperativa e illegittimità del licenziamento

Esclusione del socio lavoratore di cooperativa e illegittimità del licenziamento
Ove la delibera di esclusione del socio si fondi esclusivamente sull’intimato licenziamento per giusta causa, trova applicazione l’art. 18 dello statuto dei lavoratori; ne consegue che, l’illegittimità del licenziamento comporta anche quella della delibera di esclusione del socio e il ripristino del rapporto associativo

Ove la delibera di esclusione del socio si fondi esclusivamente sull’intimato licenziamento per giusta causa, trova applicazione l’art. 18 dello statuto dei lavoratori; ne consegue che, l’illegittimità del licenziamento comporta anche quella della delibera di esclusione del socio e il ripristino del rapporto associativo. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 11548 del 4 giugno 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui il Tribunale di Torino dichiarava la nullità del provvedimento di esclusione da socio, con contestuale licenziamento, adottato da una società cooperativa nei confronti del ricorrente, e per l’effetto condannava la società medesima al pagamento dell’indennità sostitutiva della reintegra pari a quindici mensilità, ex art. 18 St. lav., essendo incontestato il requisito dimensionale.
Accoglieva, altresì, la domanda riconvenzionale proposta dalla società e condannava il lavoratore al pagamento della soma di € 7.157,77 per uso illegittimo del cellulare aziendale.
Su impugnazione della società la Corte d’Appello, in parziale riforma della decisione di primo grado, riteneva che fosse applicabile la tutela obbligatoria e non già quella reale ex art. 18 St. lav. e condannava, in luogo dell’indennità sostitutiva della reintegra, la società al pagamento della somma di euro 9.232,26, pari a sei mensilità di retribuzione. Confermava nel resto l’impugnata sentenza.
Osservava al riguardo che il codice disciplinare della cooperativa prevedeva precisi termini per l’adozione di qualsiasi provvedimento disciplinare, ivi compresi quelli di esclusione da socio e di licenziamento; che tali termini erano perentori; che nella specie il provvedimento disciplinare era stato adottato tardivamente, onde era nullo; che tale nullità, diversamente da quanto sostenuto dal Tribunale, non comportava l’applicabilità della tutela reale, bensì di quella obbligatoria.

Contro la sentenza proponeva ricorso il socio – lavoratore, in particolare sostenendo che la Corte di Appello, nel confermare la declaratoria di nullità della delibera di esclusione da socio e del contestuale licenziamento, avrebbe dovuto applicare l’articolo 18 St. lav. Infatti, ai soci lavoratori delle cooperative con rapporto di lavoro subordinato si applica la legge n. 300 del 1970, con esclusione dell’art. 18 ogni volta che venga a cessare, col rapporto di lavoro, anche quello associativo, situazione questa che non ricorreva nella specie essendo stato rimosso il provvedimento di esclusione perché illegittimo.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal socio – lavoratore. Ricordano, sul punto, gli Ermellini che con la legge n. 142 del 2001, recante disposizioni in tema di revisione della legislazione in materia cooperativistica, il legislatore, prevedendo che “il socio lavoratore di cooperativa stabilisce con la propria adesione o successivamente all’instaurazione del rapporto associativo un ulteriore rapporto di lavoro, in forma subordinata o autonoma o in qualsiasi altra forma, ivi compresi i rapporti di collaborazione coordinata non occasionale, con cui contribuisce comunque al raggiungimento degli scopi sociali” ed incentrando su tale fondamentale norma di qualificazione gli ulteriori svolgimenti della posizione giuridica del socio lavoratore, ha definitivamente ratificato la possibilità di rendere compatibili, anche nelle cooperative di lavoro, mutualità e scambio, ridimensionando la portata di una concezione puramente associativa del fenomeno cooperativo.
Innovando il tradizionale quadro di riferimento del lavoro nelle società cooperative, il legislatore, nel dare al lavoro cooperativo una nuova configurazione giuridica, ha introdotto in favore dei soci un complesso di tutele minime ed inderogabili.
In tal contesto, ha previsto un rapporto di consequenzialità fra l’esclusione del socio ed il recesso, incidendo la delibera di esclusione pure sul concorrente rapporto di lavoro. In particolare, con riferimento alla posizione del socio lavoratore, si prevede, per quanto qui rileva, che “Ai soci lavoratori di cooperativa con rapporto di lavoro subordinato si applica la legge 20 maggio 1970 n. 300, con esclusione dell’art. 18, ogni volta che venga a cessare, col rapporto di lavoro, anche quello associativo”.

Nella specie la sentenza impugnata, nel richiamare tale disposizione, ha ritenuto che “l’esclusione della tutela reale debba operare in ogni caso in cui insieme al rapporto di lavoro venga a cessare anche il rapporto associativo perché chiaro è l’intendimento del legislatore: evitare per le società cooperative, considerata l’evidente rilevanza dell’intuitus personae, la possibilità di reintegrazione del socio lavoratore e quindi di ricostituzione in via autoritativa del rapporto societario”.
Di conseguenza, ha proseguito la Corte, non v’è spazio per ritenere applicabile la disciplina dettata dall’art. 18 della legge n. 300 del 1970, non potendosi in contrario invocare la declaratoria di nullità del provvedimento adottato.

Tuttavia, gli Ermellini non condividono tale assunto. La normativa – precisa la Suprema Corte – esclude l’applicazione dell’art. 18 nell’ipotesi in cui con il rapporto di lavoro venga a cessare quello associativo, evenienza questa non ricorrente nella fattispecie in esame, nella quale è stato rimosso il provvedimento di esclusione.
Di conseguenza trova applicazione l’art. 18 St. lav., non essendo in contestazione il requisito dimensionale, come accertato dal giudice di primo grado senza che sul punto sia stato proposto gravame.

Ne consegue l’accoglimento del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 11548/2015

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