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Ecco come gli italiani evadono 130 miliardi l’anno

Ecco come gli italiani evadono 130 miliardi l'anno
Il decalogo compilato dall’UIF nel rapporto 2013 mette in rilievo il problema tipicamente italiano dell’evasione: all’appello mancano 130 miliardi l’anno

L’evasione fiscale rappresenta una piaga della società italiana. È un fatto risaputo. I cittadini che, violando la legge, tentano di sottrarsi al pagamento dei tributi sono un numero costante e, nonostante gli sforzi delle autorità preposte – Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza – il fenomeno non sembra ridursi. All’appello, come noto, mancano 130 miliardi l’anno di imponibile – il decalogo compilato dall’Unità di informazione finanziaria nel Rapporto 2013 è forse il primo compendio ufficiale di un’arte così spiccatamente tricolore.

Molteplici studi sul tema hanno mostrato come l’evasione costituisca un fattore endemico e trasversale dell’intera società italiana: non esiste un profilo dell’evasore “tipo” da contrastare. Questo, ovviamente, fa lievitare i costi di monitoraggio e riduce l’efficienza dei controlli.
Sia chiaro, lo scopo perseguito dall’Autorità antiriciclaggio va in tutt’altra direzione – cioè studiare e svelare i comportamenti “spia” dell’evasore tipo – forti del fatto che dallo scorso anno anche il Gafi (l’Antiriciclaggio internazionale) ha inserito l’evasione fiscale tra i cosidetti “reati presupposto” del lavaggio di denaro.

Possibili soluzioni devono essere corrispondenti alla riduzione del carico fiscale, promuovendo, ad esempio, incentivi a favore delle imprese che assumono giovani o che sostengono il sociale e che si impegnano in prima linea contro l’evasione fiscale. Sgravi fiscali per le imprese che assumono giovani di età inferiore ai trent’anni sono già previsti nel Piano per il lavoro giovanile, in conformità allo Youth Guarantee Scheme, il piano europeo che mette a disposizione dei Paesi membri della UE fondi strutturali affinché l’occupazione giovanile non in nero non sia soltanto un’utopia.

Fra le operazioni anomale spicca l’utilizzo strumentale di conti correnti personali per veicolare movimentazioni riferibili all’azienda: in sostanza, dirottare parte del “fatturabile” sui conti di familiari e parenti stretti. Non meno frequente il valzer di denaro fra persone fisiche e giuridiche collegate (socio/società; proprietario/azienda etc), e ancor di più il flusso di contanti sui conti aziendali è, secondo l’Uif, un indicatore classico di “nero”.

Più evoluto e spesso più efficace è il ricorso all’interposizione fittizia di prestanome per diradare nelle nebbie i titolari effettivi dei fondi movimentati, mentre è un classico ormai “popolare” – cioè a portata di tutti – la falsa fatturazione per prestazioni mai eseguite. Se si ha un bravo consulente con un piede all’estero ecco spuntare intrecci commerciali con controparti basate in paradisi fiscali.

Molte le anomalie, ancora, registrate dall’Uif su strane operazioni in conto corrente costruite in realtà per reinvestire i fondi “rientrati” (ufficialmente anonimi, ufficiosamente molto meno) con l’ultimo scudo fiscale.

Un capitolo interessante è quello delle carte elettroniche, utilizzate soprattutto per aggirare il limite all’uso del contante (999,99 euro). L’antiriciclaggio grazie alle segnalazioni delle banche ha, diciamo così, “scoperto” che esistono prestanome professionisti intestatari di centinaia di carte prepagate. Prestanome ovviamente ignoti al fisco.

Per quanto riguarda la figura dell’evasore italiano, bisogna distinguere gli aspetti relativi alle varie tipologie di impiego, la differenza tra un dipendente pubblico ed un libero professionista è sensibile. Alla fine del mese, il primo trova in busta paga l’importo netto del proprio stipendio. Lo Stato trattiene direttamente ciò che è dovuto per legge. Evitare di pagare è, di conseguenza, materialmente impossibile.

Il secondo, invece, dichiara autonomamente i propri ricavi che determinano, di conseguenza, il gettito fiscale imponibile. Questo modello presuppone l’onestà di tutti i lavoratori del settore privato, fattore nobile, ma, purtroppo, poco radicato in una percentuale significativa della società italiana.

Purtroppo, gli Italiani hanno sempre fatto fatica a considerare il bene pubblico come proprio. Le imposte servono allo Stato per gestire strade, scuole, sanità, sociale, ecc. Il benessere di noi cittadini dipende quindi da quanto del nostro reddito concediamo alla collettività. È la Costituzione Italiana che lo prevede all’articolo 53: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”.

Da parte sua, lo Stato deve riservare questi soldi per le opere pubbliche e sociali e per i servizi necessari ai cittadini. Una tassa non pagata non produce danni soltanto al bilancio statale: condiziona le disponibilità per tutte le azioni positive a favore del cittadino che, senza fondi, non possono diventare realtà.

Evasore è chi rema contro il benessere comune, contro una Repubblica fondata sul lavoro e contro uno Stato in cui il benessere collettivo è direttamente proporzionale all’onestà dei cittadini.

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