Diritto

È lecito l’impiego di investigatori privati per la tutela del patrimonio aziendale

È lecito l’impiego di investigatori privati per la tutela del patrimonio aziendale
Sono leciti i controlli del datore di lavoro a mezzo di agenzia investigativa in ordine agli illeciti del lavoratore che non riguardino il mero inadempimento della prestazione, ma incidano sul patrimonio aziendale

È lecito l’impiego di investigatori privati per la tutela del patrimonio aziendale. Con la sentenza n. 25674 depositata il 4 dicembre 2014, la Corte di Cassazione è nuovamente intervenuta sul tema del controllo effettuato dal datore di lavoro tramite le agenzie di investigazione al fine di tutelare il patrimonio aziendale.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte di Appello di Ancona ha respinto il ricorso proposto da una lavoratrice avverso la decisione del giudice di prime cure che ne aveva rigettato la domanda diretta all’annullamento del licenziamento per giusta causa intimatole dalla datrice di lavoro, con le conseguenze ripristinatorie e risarcitone di cui all’art. 18 della legge n. 300/70.

Nello specifico, la lavoratrice, addetta alla cassa di un supermercato, deduceva l’intempestività dell’addebito disciplinare (mancata registrazione della vendita di alcuni prodotti ed appropriazione delle somme relative comunque incassate in due ipotesi a distanza di due giorni), il controllo (illecito) occulto operato sulla sua attività di cassiera da parte di una agenzia investigativa e la sproporzione della sanzione.

La Corte territoriale ha, in particolare, richiamato la giurisprudenza di legittimità secondo la quale sono legittimi e non violano lo Statuto dei lavoratori i controlli del datore di lavoro a mezzo di agenzia investigativa se diretti non a verificare il mero eventuale inadempimento contrattuale del lavoratore, ma illeciti riguardanti il patrimonio aziendale. Circa la pretesa intempestività della contestazione la stessa era stata – secondo la Corte – tempestiva in quanto presupponeva comunque una verifica non superficiale dei fatti: la lavoratrice si era peraltro giustificata con allegazioni specifiche (non aver mai visto i prodotti menzionati alla cassa) e quindi si era dimostrata in grado di difendersi. La contestazione era, peraltro, specifica anche se non era stata indicata la marca dello shampoo acquistato. La sanzione non era sproporzionata tenute presenti le specifiche mansioni svolte dalla lavoratrice, che si era trattato di appropriazione di somme e che il comportamento era stato reiterato in sole 48 ore. La prova era sufficiente in quanto le relazioni sugli episodi erano state confermate ed era emerso indubitabilmente che il 7 ed il 9 ottobre non vi erano state eccedenze di cassa e non erano stati rilasciati due scontrini per due articoli come riferito da due testi addetti al controllo; quindi la lavoratrice si era appropriata delle somme relative ai prodotti in questione. Tra l’altro, la prassi di tolleranza aziendale riguardava i casi di discordanza contabile e non quelli di appropriazione.

Nel ricorso per cassazione, la lavoratrice censura i presupposti ed i requisiti del controllo da parte del datore di lavoro, la non tempestività della contestazione dell’addebito nonchè la proporzionalità tra fatto contestato e sanzione inflitta e la sussistenza della giusta causa di licenziamento.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione respinge il ricorso presentato dalla lavoratrice. In particolare, la Suprema Corte richiama il consolidato orientamento di legittimità secondo il quale sono leciti i controlli del datore di lavoro a mezzo di agenzia investigativa in ordine agli illeciti del lavoratore che non riguardino il mero inadempimento della prestazione, ma incidano sul patrimonio aziendale. Recentemente la Suprema Corte ha ribadito il principio con la decisione n. 4984/2014 affermando che va condivisa “la giurisprudenza di legittimità in ordine alla portata delle disposizioni (artt. 2 e 3 della legge n. 300 del 1970), che delimitano – a tutela della libertà e dignità del lavoratore, in coerenza con disposizioni e principi costituzionali – la sfera di intervento di persone preposte dal datore di lavoro a difesa dei propri interessi – e cioè per scopi di tutela del patrimonio aziendale (art. 2) e di vigilanza dell’attività lavorativa (art. 3) -, ma non precludono il potere dell’imprenditore di ricorrere alla collaborazione di soggetti (quale, nella specie, un’agenzia investigativa) diversi dalle guardie particolari giurate per la tutela del patrimonio aziendale, ne’, rispettivamente, di controllare l’adempimento delle prestazioni lavorative e quindi di accertare mancanze specifiche del dipendenti, ai sensi degli artt. 2086 e 2104 cod. civ., direttamente o mediante la propria organizzazione gerarchica. Ciò non esclude – precisano i giudici – che il controllo delle guardie particolari giurate, o di un’agenzia investigativa, non possa riguardare, in nessun caso, ne’ l’adempimento, ne’ l’inadempimento dell’obbligazione contrattuale del lavoratore di prestare la propria opera, essendo l’inadempimento stesso riconducibile, come l’adempimento, all’attività lavorativa, che è sottratta alla suddetta vigilanza, ma deve limitarsi agli atti illeciti del lavoratore non riconducibili al mero inadempimento dell’obbligazione. Tale principio è stato ribadito ulteriormente, affermandosi che le dette agenzie per operare lecitamente non devono sconfinare nella vigilanza dell’attività lavorativa vera e propria, riservata, dall’art. 3 dello Statuto, direttamente al datore di lavoro e ai suoi collaboratori, restando giustificato l’intervento in questione non solo per l’avvenuta perpetrazione di illeciti e l’esigenza di verificarne il contenuto, ma anche in ragione del solo sospetto o della mera ipotesi che illeciti siano in corso di esecuzione (v. Cass. 14 febbraio 2011, n. 3590). Né a ciò ostano sia il principio di buona fede sia il divieto di cui all’art 4 dello Statuto dei lavoratori, ben potendo li datore di lavoro decidere autonomamente come e quando compiere il controllo, anche occulto, ed essendo il prestatore d’opera tenuto ad operare diligentemente per tutto il corso del rapporto di lavoro (cfr. Cass. 10 luglio 2009 n. 16196).

Nel caso in esame, la sentenza impugnata è pertanto perfettamente coerente con l’indirizzo della giurisprudenza di legittimità posto che si è trattato di controlli diretti a verificare eventuali sottrazioni di cassa e quindi a salvaguardare il patrimonio aziendale.

Infondato il secondo motivo di ricorso, in quanto la contestazione è avvenuto a brevissima distanza temporale dai fatti, appena dieci giorni dall’ultimo episodio, un periodo di tempo minimo per effettuare i doverosi controlli per procedere ad una contestazione fondata su valide ragioni. La tesi di parte ricorrente per cui, essendo i rapporti dell’Agenzia investigativa pervenuti prima essendo stati inviati per fax, per cui si doveva procedere immediatamente a formulare le accuse disciplinari, non viene accolta in quanto gravava sul datore di lavoro l’onere di procedere comunque ad una verifica anche di natura contabile sulle casse ove era stata addetta la lavoratrice, accertamento che è stato svolto in tempi rapidissimi. La Corte di Appello ha correttamente anche osservato che la lavoratrice si era comunque difesa nel merito delle contestazioni.

Infondato è anche il terzo motivo di ricorso. La Corte territoriale ha ricordato che era emersa la prova dell’avvenuta sottrazione delle somme non contabilizzate, che la sottrazione era stata reiterata a distanza di sole 48 ore, che la lavoratrice svolgeva funzioni di particolare delicatezza e responsabilità in quanto era addetta alla cassa. Pertanto la motivazione in ordine alla mancanza di sproporzione tra sanzione irrogata e fatti contestati appare – ad avviso della Suprema Corte – congrua e logicamente coerente in quanto tali elementi comprovano adeguatamente il venir meno del legame fiduciario.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 25674/2014

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