Diritto

Durata massima dell’orario di lavoro: illegittimo l’inasprimento delle sanzioni

Durata massima dell’orario di lavoro: illegittimo l’inasprimento delle sanzioni
Secondo la Corte Costituzionale l’inasprimento delle sanzioni previsto nel 2004 per le imprese che violino le regole sull’orario di lavoro è illegittimo in quanto travalica la delega concessa al Governo due anni prima.

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 153 del 15 aprile 2014 – depositata il 4 giugno 2014 -, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 18-bis, commi 3 e 4, del D.Lgs. n. 66/2003 (Attuazione delle direttive 93/104/CE e 2000/34/CE concernenti taluni aspetti dell’organizzazione dell’orario di lavoro), nel testo introdotto dall’art. 1, comma 1, lettera f), del D.Lgs. n. 213/2004 (Modifiche ed integrazioni al decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66, in materia di apparato sanzionatorio dell’orario di lavoro). Per la Consulta, l’inasprimento delle sanzioni previsto nel 2004 per le imprese che violino le regole sull’orario di lavoro è illegittimo in quanto travalica la delega concessa al Governo due anni prima.

IL FATTO
Il Tribunale ordinario di Brescia, in funzione di giudice del lavoro, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 18-bis, commi 3 e 4, del D.Lgs. n. 66/2003 in materia di organizzazione dell’orario di lavoro.
Tale norma è stata introdotta nel provvedimento dal D.Lgs. n. 213/2004, avvalendosi dello strumento della delega correttiva (prevista, nel caso specifico, dall’art. 1, comma 4, della “legge delega” n. 39/2002).

LA DECISIONE DELLA CORTE COSTITUZIONALE
La Corte Costituzionale ha confrontato le norme previgenti al D.Lgs. n. 66/2003 ponendo in rilievo come esse, pur rispondendo a una realtà economica e lavorativa assai più semplice di quella odierna, dimostrassero già quanto la legge fosse attenta a questo profilo, ritenendo che la violazione della disciplina in tema di orario di lavoro fosse un indice di sfruttamento dei lavoratori, da punire con il necessario rigore.

Il D.Lgs. n. 66/2003 ha introdotto alcune significative modifiche, prevedendo, in particolare, una sanzione amministrativa da 130 a 780 euro, per ogni lavoratore e per ciascun periodo di violazione (comma 3 dell’art. 18-bis), per le violazioni di cui agli artt. 4, commi 2, 3 e 4, e 10, comma 1, del decreto (fra i quali rientra la disciplina sull’orario di lavoro); la sanzione amministrativa da 105 a 630 euro per le violazioni di cui agli artt. 7, comma 1, e 9, comma 1, del medesimo decreto, ossia le norme che regolano il riposo giornaliero e settimanale (comma 4 dell’art. 18-bis).

Le sanzioni amministrative di cui all’art. 18-bis sono senza alcun dubbio più alte di quelle irrogate nel sistema precedente, e ciò implica la violazione del criterio direttivo contenuto nell’art. 2, comma 1, lettera c), della citata “legge delega”.
La Corte ha, pertanto, dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 18-bis, commi 3 e 4, del D.Lgs. n. 66/2003, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 1, lettera f), del D.Lgs. n. 213/2004.

Si legge nella sentenza che il D.Lgs. n. 66 del 2003 ha dato attuazione, anche se con notevole ritardo, a due direttive comunitarie, n. 93/104/CE e n. 2000/34/CE in materia di organizzazione dell’orario di lavoro. In sede di emanazione del decreto si decise di non intervenire sul regime sanzionatorio relativo alle violazioni in materia di orario di lavoro. Di tanto costituisce specchio evidente la previsione dell’art. 19, comma 2, del D.Lgs. n. 66 del 2003 che, nella sua versione originaria, prevedeva l’abrogazione, dalla data di entrata in vigore, di tutte le disposizioni legislative e regolamentari in materia, «salve le disposizioni espressamente richiamate e le disposizioni aventi carattere sanzionatorio»; il che prova che il legislatore delegato era ben consapevole della necessità di mantenere in vita le sanzioni amministrative previgenti.

Un ulteriore e successivo intervento, rappresentato dal D.Lgs. n. 213/2004 (Modifiche ed integrazioni al decreto legislativo 8 aprile 2003, n. 66, in materia di apparato sanzionatorio dell’orario di lavoro), avvalendosi dello strumento della delega correttiva – prevista, nel caso specifico, dall’art. 1, comma 4, della legge delega n. 39 del 2002 – aggiunse nel corpo del D.Lgs. n. 66/2003, oltre ad altre modifiche, anche il nuovo art. 18-bis.
La materia, peraltro, non ha trovato una propria stabile sistemazione con l’introduzione dell’art. 18-bis oggi censurato, perché successivamente il legislatore è intervenuto più volte proprio su tale articolo, che è stato oggetto di ulteriori modifiche contenute prima nell’art. 41 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 6 agosto 2008, n. 133. Successivamente, nell’art. 7 della legge 4 novembre 2010, n. 183 (Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l’impiego, di incentivi all’occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro). Da ultimo, nell’art. 14, comma 1, lettera c), del decreto-legge 23 dicembre 2013, n. 145 (Interventi urgenti di avvio del piano “Destinazione Italia”, per il contenimento delle tariffe elettriche e del gas, per l’internazionalizzazione, lo sviluppo e la digitalizzazione delle imprese, nonché misure per la realizzazione di opere pubbliche ed EXPO 2015), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 21 febbraio 2014, n. 9.

È necessario precisare che, avendo il giudice a quo chiarito che le sanzioni amministrative inflitte nel giudizio davanti a lui pendente riguardano il periodo di tempo che va dall’ottobre 2007 al giugno 2008, lo scrutinio della Corte sarà limitato, in conformità al principio della domanda, al testo originario dell’art. 18-bis, che è quello cui si riferisce il Tribunale di Brescia, senza riguardare in alcun modo il testo risultante dalle modifiche successive di detta norma.

Art. 18-bis, commi 3 e 4, D.Lgs. 66/03 - Sanzioni

La violazione delle disposizioni di cui all’articolo 14, comma 1, è punita con l’arresto da tre a sei mesi o con l’ammenda da 1.549 euro a 4.131 euro.
La violazione delle disposizioni previste dall’articolo 4, commi 2, 3, 4, dall’articolo 9, comma 1, e dall’articolo 10, comma 1, è punita con la sanzione amministrativa da 130 a 780 euro per ogni lavoratore, per ciascun periodo di riferimento di cui all’articolo 4, commi 3 o 4, a cui si riferisca la violazione.
Corte Costituzionale – Sentenza N. 153/2014

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