Italia

Disabili e lavoro, le barriere fisiche (e culturali) dell’Italia

Secondo i dati Istat del 2012, solo il 16% delle persone affette da disabilità con un'età compresa tra i 15 e i 74 anni ha una collocazione lavorativa
Secondo i dati Istat del 2012, solo il 16% delle persone affette da disabilità con un’età compresa tra i 15 e i 74 anni ha una collocazione lavorativa

Nell’integrazione di disabilità e lavoro, il Terzo mondo è l’Italia. E per realizzarlo non era necessaria la bocciatura della Corte di Giustizia Ue sulle norme per l’inserimento professionale delle «categorie protette». Secondo i dati Istat del 2012, solo il 16% delle persone affette da disabilità con un’età compresa tra i 15 e i 74 anni ha una collocazione lavorativa. Una minoranza di “privilegiati” che non supera le 300mila unità, sul 49,9% totale di italiani sotto contratto di impiego. Quasi tre volte meno della Zambia (45,2%) e neppure la metà della percentuale del Malawi (42,3%).

Le perdite del deficit d’integrazione piovono in orizzontale. Sui lavoratori, esclusi dal mix stagnante di crisi, pregiudizi e carenza informativa da parte di chi assume. E sulle aziende, che di fatto rinunciano a incrementi di produttività e agli sgravi fiscali garantiti da un processo di inclusione. Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, l’inserimento a regime del potenziale inutilizzato frutterebbe un rialzo del Pil su scala globale tra l’1 e il 7%. Vediamo cosa, e perché, non funziona nelle strategie di integrazione.

Le normative esisterebbero. Gli squilibri stanno in buona parte in un’attuazione scorretta o parziale. La legge n. 68, del marzo 1999, impone l’inserimento in organico di lavoratori con disabilità. Una quota minima del 7% per le azienda con 50 o più dipendenti contrattualizzati, che scende a due unità di lavoratori per quelle con un organico tra i 36 e i 50 e ad uno per le imprese con una “rosa” tra i 15 e i 35.

Peccato che, a quanto rileva un’indagine di Reatech Italia, buona parte dei datori di lavoro ricorra all’esonero parziale, svincolandosi dall’obbligo di assunzione con il pagamento di una sanzione di 11.184 euro. Le ragioni? Si intuiscono in fretta. Purtroppo. Secondo un imprenditore su quattro, tra quelli interpellati da Reatech, è “più comodo pagare la cifra prevista di attivare l’iter per l’assunzione di disabili“.

La forbice tra posti riservati e posti effettivamente disponibili dà una conferma in più. E quantifica un ritardo, o un’indifferenza, che accomuna privati e pubblici. A parlare chiaro sono i dati del Programma d’azione biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone con disabilità. Nel comparto privato, su 143.532 posizioni lavorative assegnate nel 2011 alla “quota disabili”, i posti disponibili non superavano le 28.784 unità. Va peggio nel pubblico, con un doppio tonfo tra 2010 e 2012. Posti riservati e posti disponibili sono crollati, rispettivamente, da 74.741 a 34.165 e da 13.863 a 8.591. E le assunzioni, tra 2008 e 2011, sono in discesa del 22,3%.

Il quadro incoraggia poco. Ma i segnali in direzione opposta ci sono. A cominciare dal rifinanziamento di 22 milioni del fondo nazionale, garantito dal governo Letta dopo una «scoperta» che le associazioni denunciavano da anni: l’azzeramento delle risorse, ripartite dal 2011 tra le sole autonomie speciali. O dai più di 4 milioni di imprese (4.300.000) con meno di 15 dipendenti che, senza i vincoli della legge n. 68, hanno assunto 2.641 lavoratori con disabilità. Un caso che sarà monitorato dal Programma d’azione. Come esempio per smantellare le barriere, fisiche e culturali, sulla rotta dell’integrazione.

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