Diritto

Diritto al rimborso IRPEF: il termine di decadenza decorre dalla data di versamento

Diritto al rimborso IRPEF: il termine di decadenza decorre dalla data di versamento
Il termine di decadenza previsto dalla normativa tributaria per l’esercizio del diritto al rimborso, attraverso la presentazione di apposita istanza, decorre dalla data del versamento dell’imposta e non da quella, successiva, in cui è intervenuta la pronuncia che ha sancito la contrarietà della stessa all’ordinamento UE

Nel caso in cui un’imposta venga dichiarata incompatibile con il diritto comunitario da una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, il termine di decadenza previsto dalla normativa tributaria (per le imposte sui redditi, articolo 38 del D.P.R. n. 602 del 1973) per l’esercizio del diritto al rimborso, attraverso la presentazione di apposita istanza, decorre dalla data del versamento dell’imposta e non da quella, successiva, in cui è intervenuta la pronuncia che ha sancito la contrarietà della stessa all’ordinamento UE. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 4691 del 9 marzo 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Commissione Tributaria Regionale di Palermo ha rigettato l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la decisione di primo grado che aveva accolto la domanda di rimborso IRPEF avanzata da un contribuente con riferimento alle ritenute effettuate dal suo datore di lavoro sulle somme corrisposte quale incentivo alle dimissioni. La domanda era basata sul contrasto – accertato con una sentenza della Corte di Giustizia Europea del 2005 – tra una direttiva comunitaria e una disposizione del TUIR.

Secondo la Commissione Tributaria Regionale la domanda di rimborso era tempestiva poiché il dies a quo ai fini della decadenza decorreva dal momento in cui era divenuto evidente il diritto al rimborso per effetto della pronuncia della Corte di Giustizia.

Contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’Agenzia delle Entrate, in particolare sostenendo la violazione dell’art. 38 del D.P.R. n. 602/1973, ritenuto applicabile alla fattispecie, in quanto dotato di portata generale, nemmeno potendosi ipotizzare che la decorrenza del termine decadenziale dipendesse dalla non conformità della normativa interna a quella UE.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate. Sul punto, gli Ermellini richiamano la sentenza n. 13676/14 delle Sezioni Unite, la quale ha affermato il principio che, nel caso in cui un’imposta venga dichiarata incompatibile con il diritto comunitario da una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, il termine di decadenza previsto dalla normativa tributaria (per le imposte sui redditi, articolo 38 del D.P.R. n. 602 del 1973) per l’esercizio del diritto al rimborso, attraverso la presentazione di apposita istanza, decorre dalla data del versamento dell’imposta e non da quella, successiva, in cui è intervenuta la pronuncia che ha sancito la contrarietà della stessa all’ordinamento UE.

Si è pure aggiunto che allorché un’imposta sia stata pagata sulla base di una norma successivamente dichiarata in contrasto con il diritto dell’Unione Europea, i principi elaborati dalla giurisprudenza di legittimità in tema di “overruling” non sono invocabili per giustificare la decorrenza del termine decadenziale del diritto al rimborso dalla data della pronuncia della Corte di Giustizia, piuttosto che da quella in cui venne effettuato il versamento o venne operata la ritenuta, dovendosi ritenere prevalente una esigenza di certezza delle situazioni giuridiche, tanto più cogente nella materia delle entrate tributarie, che resterebbe vulnerata attesa la sostanziale protrazione a tempo indeterminato dei relativi rapporti.

Nessun impedimento esisteva per il contribuente di esercitare il diritto al rimborso a far data dall’epoca dell’erogazione delle somme in suo favore. Sul punto, infatti, le ricordate S.U. hanno ribadito la correttezza dell’orientamento espresso in passato dalla Suprema Corte circa la «decorrenza del termine comunque dal giorno successivo al versamento poi rivelatosi indebito» ed hanno richiamato i principi affermati con le proprie pronunce sul tema della decorrenza del termine decadenziale nel caso di ritardata trasposizione di una direttiva comunitaria self executing, principi successivamente confermati (Cass. n. 4670 e n. 13087 del 2012) con riguardo anche all’ipotesi in cui l’incompatibilità del diritto interno con il diritto dell’Unione sia stata dichiarata con sentenza della Corte di Giustizia.

Ora, proprio la giurisprudenza richiamata dalle Sezioni Unite aveva avuto modo di precisare che la disposizione dell’art. 2935 cod. civ., a cui tenore «La prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere» deve intendersi «con riferimento alla [sola] possibilità legale, non influendo sul decorso della prescrizione, salve le eccezioni stabilite dalla legge, l’impossibilità di fatto di agire in cui venga a trovarsi il titolare del diritto». D’altra parte, tra gli impedimenti “di fatto”, va annoverato anche la presenza di una norma di diritto nazionale incompatibile con il diritto comunitario, posto che il contrasto tra la norma di diritto interno e quella comunitaria può essere rilevato direttamente dal giudice che, sulla base di tale premessa, è tenuto a non darle applicazione, anche quando sia stata emanata in epoca successiva a quella comunitaria».

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Nel caso in cui un’imposta venga dichiarata incompatibile con il diritto comunitario da una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, il termine di decadenza previsto dalla normativa tributaria per l’esercizio del diritto al rimborso, attraverso la presentazione di apposita istanza, decorre dalla data del versamento dell’imposta e non da quella, successiva, in cui è intervenuta la pronuncia che ha sancito la contrarietà della stessa all’ordinamento UE.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 4691/2015

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