Diritto

Dirigenti: l’indennità supplementare è assoggettata ad IRPEF

tasseDeve essere assoggettata ad IRPEF l’indennità supplementare percepita dal dirigente in virtù di una norma del CCNL, a seguito di licenziamento ingiustificato, costituendo misura di matrice convenzionale volta, da una parte, a sanzionare la condotta datoriale priva di giustificazione e, dall’altra, a risarcire il dirigente per la perdita del posto di lavoro, che non dipenda da profili di sua colpa o responsabilità. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 1890 del 2 febbraio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine dal contenzioso instaurato da un contribuente nei confronti dell’Agenzia delle Entrate. La controversia promossa da P.L. contro l’Agenzia delle Entrate ha ad oggetto il diniego di rimborso delle ritenute IRPEF operate sull’indennità supplementare corrisposta dal datore di lavoro a seguito della sentenza emessa dal giudice del lavoro.

La CTR ha rigettato l’appello proposto dal contribuente contro la sentenza della CTP che ne aveva respinto il ricorso.

Contro la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il contribuente, in particolare censurandola laddove la CTR ha ritenuto soggetta ad imposta l’indennità supplementare, nonostante la stessa fosse collegata ad un danno immediato e diretto alla personalità del lavoratore.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del contribuente. Sul punto, gli Ermellini confermano l’orientamento giurisprudenziale secondo cui, in tema di imposte sui redditi di lavoro dipendente, va assoggettata ad IRPEF l’indennità percepita dal dirigente in virtù di una norma del CCNL, a seguito di licenziamento ingiustificato, costituendo misura di matrice convenzionale volta, da una parte, a sanzionare la condotta datoriale priva di giustificazione e, dall’altra, a risarcire il dirigente per la perdita del posto di lavoro, che non dipenda da profili di sua colpa o responsabilità.

Ed invero, si osserva nella sentenza, la disciplina applicabile (D.P.R. n. 917 del 1986, art. 48, comma 1), prevede che “il reddito di lavoro dipendente è costituito da tutti i compensi in denaro o in natura percepiti nel periodo di imposta anche sotto forma di partecipazione agli utili in dipendenza del rapporto di lavoro, comprese le somme percepite a titolo di rimborso di spese inerenti alla produzione del reddito e le erogazioni liberali”; inoltre l’art. 6, comma 2, dello stesso D.P.R. precisa che “i proventi conseguiti in sostituzione di redditi (…) e le indennità conseguite (…) a titolo di risarcimento di danni consistenti nella perdita di redditi, esclusi quelli dipendenti da invalidità permanente o da morte, costituiscono redditi della stessa categoria di quelli sostituiti o perduti”; infine, l’art, 16, comma 1, lett. a) del medesimo D.P.R. dispone che l’imposta si applica separatamente sulle indennità e sulle somme percepite una tantum in “dipendenza della cessazione” dei rapporti di lavoro dipendente, nonché a tutte le somme e valori, comunque percepiti, “anche se a titolo risarcitorio (…) a seguito di provvedimento dell’autorità giudiziaria o di transazioni relativi alla risoluzione del rapporto di lavoro”.

Orbene, osservano sul punto i giudici di Piazza Cavour come, dalla lettura coordinata di tali norme, si ricava che vanno considerati redditi da lavoro dipendente, assoggettati ad IRPEF tutti i “proventi” e le “indennità” derivanti da un rapporto di lavoro, pur se conseguiti “in sostituzione” di redditi od “a titolo di risarcimento di danni consistenti nella perdita di redditi, esclusi quelli dipendenti da invalidità permanente o da morte”.

Nel caso in esame, il contribuente aveva chiesto la restituzione della ritenuta dell’indennità supplementare per l’illegittima interruzione del rapporto di lavoro anche in riferimento alla previsione del CCNL (art. 19), in base al quale il datore di lavoro è obbligato a versare al dirigente l’indennità sostitutiva – da liquidarsi secondo parametri parzialmente discrezionali (nella forbice tra minimo e massimo) graduati, anche, in relazione all’età del dirigente licenziato ed alle connesse difficoltà di reinserimento nel mercato del lavoro – in ipotesi di ingiustificata risoluzione del rapporto di lavoro. Ne consegue, per gli Ermellini, che l’indennità in esame va assoggettata ad imposta, poiché trova la fonte della sua obbligatorietà nella risoluzione non giustificata del rapporto di lavoro col dirigente e costituisce misura di matrice convenzionale volta, da una parte, a sanzionare la condotta datoriale priva di “giustificatezza”, e, dall’altra, a risarcire il dirigente per la perdita del posto di lavoro, che non dipenda da profili di sua colpa o responsabilità.

A tale disciplina è, dunque, estranea la valutazione di un danno emergente di natura diversa da quella retributiva – in tesi esente da imposta -, che il singolo dirigente abbia potuto subire in conseguenza del licenziamento, non desumibile, nel caso in esame, dalla sola lesione del contraddittorio nel procedimento di licenziamento.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.
Ed invero, secondo l’interpretazione offerta dalla Cassazione, al fine di poter negare l’assoggettabilità ad IRPEF di una erogazione economica effettuata a favore del prestatore di lavoro da parte del datore di lavoro, è necessario accertare che l’erogazione stessa non trovi la sua causa nel rapporto di lavoro, e, se ciò non viene positivamente escluso, che l’erogazione stessa, in base all’interpretazione della concreta volontà manifestata dalle parti, non trovi la fonte della sua obbligatorietà ne’ in redditi sostituiti, ne’ nel risarcimento di danni consistenti nella perdita di redditi futuri, cioè successivi alla cessazione od all’interruzione del rapporto di lavoro.

Corte di Cassazione – Ordinanza N. 1890/2015

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