Diritto

Dirigenti, decadenza con effetto retroattivo

Dirigenti, decadenza con effetto retroattivo
Allo stop della Consulta sui funzionari incaricati delle agenzie fiscali consegue la decadenza dall’incarico dirigenziale, con effetto retroattivo, di tutti coloro che sono stati nominati in base alle norme dichiarate incostituzionali e, di conseguenza, l’invalidità derivata di tutti gli avvisi di accertamento sottoscritti da questi ultimi, personalmente o su delega, per incompetenza assoluta in difetto di attribuzione

La sentenza n. 2842/01/2015 del 25 giugno 2015 della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia fa sicuramente notizia. Essa si pronuncia sulla vexata quaestio delle ricadute della sentenza n. 37/2015 della Corte Costituzionale a proposito di quelli che, con facezia peraltro poco adeguata alla serietà del problema, sono stati definiti i “fantadirigenti” della Agenzia delle Entrate. Tra tutte le possibili soluzioni, la sentenza sceglie quella più radicale in senso favorevole al contribuente. Essa, infatti, assume che l’adozione dell’atto da parte dei soggetti collocati nella posizione apicale in modo illegittimo sia viziata da un difetto assoluto di attribuzione del potere, con conseguente nullità assoluta dell’atto.

La conseguenza di tale impostazione è gravida di conseguenze, in quanto, a seguire questa tesi, non solo l’avviso di accertamento è nullo, ma, addirittura, tale nullità, essendo una nullità in senso proprio, sarebbe rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio.
Ciò comporta la conseguenza, rilevantissima, che il vizio potrebbe essere rilevato anche nel caso in cui il contribuente non lo avesse dedotto nel ricorso originario, ma semplicemente segnalandolo al giudice con una memoria o nella discussione orale, del resto il giudice, a seguire questa tesi, dovrebbe rilevarlo d’ufficio anche senza eccezione del contribuente.

La sentenza, poi, non si ferma qua, ma si pone il problema delle conseguenze per il gettito erariale della nullità degli avvisi (in effetti, i tributi accertati illegittimamente non potrebbero essere riscossi) e, partendo dalla premessa che tale perdita di gettito è conseguenza dell’illegittimità della scelta adottata dall’Agenzia nelle designazione, con modalità illegittime, dei dirigenti, ne fa scaturire la denuncia alla Procura della Repubblica e alla Procura della Corte dei Conti per il danno erariale che tale illegittimità cagiona alle casse dello Stato.

Come che sia della vicenda (è noto che in materia ci sono orientamenti molto diversi e la questione è molto controvertibile), che ben potrebbe concludersi in Cassazione in modo opposto, la sentenza presenta, comunque, due profili di grandissimo interesse, che vanno sottolineati.

Il primo è che, assunto che il vizio denunciato consegue alla attuazione di valori costituzionali (sui pubblici concorsi) ne fa scaturire la conseguenza che il vizio sarebbe rilevabile d’ufficio.

Il secondo è che la sentenza, a fronte del classico dilemma che si pone al giudice tributario: “annullo l’accertamento illegittimo ma fondato facendo perdere gettito allo Stato oppure non lo annullo conservando il gettito ma buttando a mare i principi” sceglie la terza via, che in realtà è quella rigorosamente giusta: se l’accertamento è illegittimo ma fondato, va annullato, e la perdita del gettito è semmai responsabilità non del contribuente, men che meno del giudice tributario, ma di chi ha commesso la illegittimità.

Questi due aspetti della decisione, indipendentemente dalla soluzione del problema dei c.d. dirigenti illegittimi (molto controvertibile), sono importantissimi e sono, in realtà affermazioni di grandissimo interesse, modernità e civiltà giuridica e si possono riassumere in una semplice espressione: “Le regole vanno rispettate”.

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