Diritto

Dirigenti dell’Agenzia delle Entrate decaduti, atti nulli: da Milano la prima sentenza

Dirigenti dell'Agenzia delle Entrate decaduti, atti nulli: da Milano la prima sentenza
E’ arrivata la prima sentenza che annulla l’avviso di accertamento fiscale firmato da un funzionario “falso dirigente”

Ci siamo! È arrivata la prima sentenza che – dopo la pronuncia della Corte Costituzionale con cui sono stati decapitati i 767 funzionari dell’Agenzia delle Entrate promossi senza concorso – annulla l’avviso di accertamento fiscale firmato dal funzionario di “falso dirigente”. E chissà come si sentirà la Orlandi (direttore dell’Agenzia delle Entrate) ora che i giudici hanno iniziato a sconfessare quanto dalla stessa affermato pubblicamente, secondo peraltro una tesi giuridica strampalata: “Non buttate i vostri soldi” aveva profetizzato “gli atti sono validi”. Una dichiarazione che, oltre a sostituirsi a quella dei giudici (peraltro proveniente dalla controparte processuale e, perciò, più simile a una minaccia), non trovava alcun sostegno nei precedenti giurisprudenziali.

Ed ora arriva la Commissione Tributaria Provinciale di Milano, con la sentenza n. 3222/25/15, che potrebbe definirsi storica – non tanto per la novità del principio affermato (che, come detto, era già stato ribadito più volte nelle aule dei tribunali tributari) quanto per il fatto che, coraggiosamente, è la prima che sconfessa le tesi del Fisco e del Ministero dell’Economia. In particolare, i giudici tributari meneghini hanno dichiarato la nullità di un avviso di accertamento sottoscritto da un funzionario cui erano stati conferiti incarichi dirigenziali senza concorso pubblico.

Un imprenditore aveva impugnato un avviso di accertamento ai fini Irpef, Irap ed Iva, deducendo molteplici vizi fra cui la nullità dell’atto irregolare per la sottoscrizione apposta da soggetto non abilitato.

La Ctp ha ritenuto sufficiente, ai fini della decisione, l’illegittimità dell’atto in relazione alla sottoscrizione dello stesso posto che l’art. 42 del D.P.R. n. 600/73 prescrive che gli avvisi di accertamento debbano essere sottoscritti, a pena di nullità, dal capo dell’ufficio o da altro impiegato della “carriera direttiva” da lui delegato. Nel caso specifico l’avviso non era stato firmato dal capo dell’ufficio (il direttore provinciale) bensì da un funzionario, asseritamente, da lui delegato. Il ricorrente aveva espressamente chiesto in giudizio che l’ufficio desse prova sia dell’esistenza di tale delega sia della carriera direttiva del delegato. L’ufficio aveva adempiuto alla prima richiesta, depositando la delega, ma non aveva dato dimostrazione della carriera direttiva. Il nome del firmatario, inoltre, compariva nell’ordinanza del Consiglio di Stato (n. 5619 del 26 novembre 2013) fra quelli cui erano stati conferiti incarichi dirigenziali senza concorso pubblico.

Dunque, gli atti fiscali non possono essere firmati da personale privo di poteri della carriera direttiva. Quei 767 dirigenti – che in realtà erano funzionari a cui era stato dato un posto senza il pubblico concorso e che la Corte Costituzionale ha dichiarato decaduti – non avevano il potere di impegnare, nei confronti del contribuente, l’Agenzia delle Entrate, sottoscrivendo atti che andavano a comprimere i diritti del contribuente.

E allora sbaglia il direttore dell’Agenzia delle Entrate quando parla di “liti temerarie” quelle che potrebbero essere intraprese dai contribuenti per far annullare accertamenti e cartelle esattoriali di Equitalia. Non si tratta, dunque, né di un polverone sollevato dagli avvocati o dagli speculatori, né di illusioni ingenerate nei contribuenti.

Ora l’Agenzia delle Entrate dovrà fare i conti con il pericolo di un “buco” enorme.

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