Diritto

Dirigente: con il patto di di stabilità, recesso ammesso solo per giusta causa

Dirigente: con il patto di di stabilità, recesso ammesso solo per giusta causa
Lo scopo del patto di stabilità è quello di soddisfare l’interesse della datrice di lavoro ad assicurarsi la collaborazione del lavoratore e di garantire a quest’ultimo la continuità della prestazione lavorativa attraverso la preventiva rinunzia della parte datoriale a recedere unilateralmente dal rapporto di lavoro. Il limite a tale rinunzia non può che essere identificato nella sussistenza di una giusta causa di recesso, cioè di una ragione che comporti il venir meno del vincolo fiduciario

In presenza della c.d. clausola di stabilità, avente lo scopo di soddisfare l’interesse del datore di lavoro ad assicurarsi la collaborazione del dipendente e di garantire a quest’ultimo la continuità della prestazione lavorativa attraverso la preventiva rinuncia della parte datoriale a recedere unilateralmente dal rapporto di lavoro, il limite di tale rinuncia non può che essere identificato nella sussistenza di una giusta causa di recesso, cioè di una ragione che comporti il venir meno del vincolo fiduciario. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 13335 del 12 giugno 2014.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Milano ha respinto il gravame proposto da una società avverso la sentenza del giudice del lavoro del Tribunale dello stesso capoluogo che aveva ritenuto non assistito da giusta causa il licenziamento dalla stessa intimato ad un proprio lavoratore. In conseguenza dell’annullamento di tale licenziamento il primo giudice aveva condannato la predetta società al pagamento in favore del lavoratore dell’indennità sostitutiva del preavviso nella misura di € 220.739,49, oltre che alla corresponsione delle retribuzioni maturate sia durante il periodo di sospensione dal servizio che dopo il licenziamento, il tutto fino alla scadenza del periodo di durata minima garantita del rapporto di lavoro.
Nell’addivenire alla decisione di conferma della sentenza di primo grado la Corte d’Appello ha, dapprima, escluso che il rapporto di lavoro dirigenziale svolto dal lavoratore potesse ritenersi simulato, così come dedotto dalla società appellante, per accertare, poi, che non ricorrevano nella fattispecie le condizioni per considerare legittimo il licenziamento intimato al dipendente prima ancora della scadenza prevista del periodo di durata minima garantita, essendo risultati infondati, alla luce dell’istruttoria, gli addebiti disciplinari contestatigli.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la società, in particolare sostenendo, per quanto qui di interesse, l’errore della motivazione della sentenza impugnata, con riferimento all’interpretazione della clausola di stabilità laddove questa è stata ritenuta superabile solo in conseguenza di una giusta causa di recesso.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Cassazione ha respinto il ricorso della società. La società, in particolare, sosteneva che la c.d. clausola di stabilità non può operare, in base all’interpretazione secondo buona fede, laddove il recesso sia legittimato, come nella fattispecie, da fatti sicuramente imputabili al dirigente, a prescindere dalla circostanza che si tratti o meno di giusta causa.
Appare invece corretta alla Suprema Corte l’interpretazione fornita dalla Corte d’Appello, la quale ha chiarito che, una volta appurato che lo scopo della clausola in esame è quello di soddisfare l’interesse della datrice di lavoro ad assicurarsi la collaborazione del dirigente e di garantire a quest’ultimo la continuità della prestazione lavorativa attraverso la preventiva rinunzia della parte datoriale a recedere unilateralmente dal rapporto di lavoro, il limite a tale rinunzia non può che essere identificato nella sussistenza di una giusta causa di recesso, cioè di una ragione che comporti il venir meno del vincolo fiduciario.
La correttezza logico-giuridica di siffatta interpretazione, secondo gli ermellini, risiede nel fatto che diversamente, a voler seguire quella prospettata dalla difesa della società, il predetto limite verrebbe ad identificarsi con qualunque ipotesi di fatto imputabile al dirigente a prescindere dalla configurabilità dell’esistenza di una giusta causa di recesso legittimante la deroga alla garanzia della stabilità minima del rapporto prevista dal contratto, la qual cosa vanificherebbe, da un lato, le predette finalità di garanzia perseguite con la clausola in esame e, dall’altra, rischierebbe di avallare il ricorso ad una sorta di responsabilità oggettiva al di fuori delle ipotesi espressamente previste dalla legge.
Pertanto, il ricorso della società viene rigettato.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 13335/2014

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