Diritto

Diniego autotutela tributaria non impugnabile

Diniego autotutela tributaria non impugnabile
In tema di contenzioso tributario, il contribuente che richiede all’Amministrazione finanziaria di ritirare, in via di autotutela, un avviso di accertamento divenuto definitivo, non può limitarsi a dedurre eventuali vizi dell’atto medesimo (la cui deduzione deve ritenersi definitivamente preclusa), ma deve prospettare l’esistenza di un interesse di rilevanza generale dell’Amministrazione alla rimozione dell’atto

In tema di contenzioso tributario, il contribuente che richiede all’Amministrazione finanziaria di ritirare, in via di autotutela, un avviso di accertamento divenuto definitivo, non può limitarsi a dedurre eventuali vizi dell’atto medesimo (la cui deduzione deve ritenersi definitivamente preclusa), ma deve prospettare l’esistenza di un interesse di rilevanza generale dell’Amministrazione alla rimozione dell’atto. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 25563 del 3 dicembre 2014.

IL FATTO
Il caso concerne l’impugnazione del rifiuto di autotutela opposto dall’Amministrazione alla richiesta presentata da un contribuente in relazione ad una cartella esattoriale per omesso versamento IRAP e tardivo versamento IVA divenuta definitiva: l’annullamento della cartella in autotutela era domandato in ragione di un evidente errore materiale commesso dal contribuente nella redazione della dichiarazione relativamente all’IRAP e, quanto all’IVA, per addebitabilità della tardività del versamento alla banca delegata.

La Commissione adita rigettava il ricorso, ma in sede di gravame la Corte d’Appello accoglieva le doglianze della società.

Nel ricorso per cassazione, l’Amministrazione finanziaria censura la decisione della Corte territoriale per aver ritenuto illegittimo il rifiuto di autotutela non in base a considerazioni attinenti a un esercizio illegittimo del potere dell’Ufficio, ma in base a valutazioni attinenti al merito della pretesa tributaria.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate. In particolare, i giudici di legittimità hanno già ritenuto che «in tema di contenzioso tributario, l’atto con il quale l’Amministrazione manifesti il rifiuto di ritirare, in via di autotutela, un atto impositivo divenuto definitivo, non rientra nella previsione di cui all’art. 19 del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, e non è quindi impugnabile, sia per la discrezionalità da cui l’attività di autotutela è connotata in questo caso, sia perché, altrimenti, si darebbe ingresso ad una inammissibile controversia sulla legittimità di un atto impositivo ormai definitivo» (Cass. n. 3698 del 2009; v. nello stesso senso Cass. n. 15220 del 2012).

Inoltre, la Suprema Corte ha rilevato che «il contribuente che richiede all’Amministrazione finanziaria di ritirare, in via di autotutela, un avviso di accertamento divenuto definitivo, non può limitarsi a dedurre eventuali vizi dell’atto medesimo, la cui deduzione deve ritenersi definitivamente preclusa, ma deve prospettare l’esistenza di un interesse di rilevanza generale dell’Amministrazione alla rimozione dell’atto. Ne consegue che contro il diniego dell’Amministrazione di procedere all’esercizio del potere di autotutela può essere proposta impugnazione soltanto per dedurre eventuali profili di illegittimità del rifiuto e non per contestare la fondatezza della pretesa tributaria» (Cass. n. 11457 del 2010; v. nello stesso senso Cass. n. 15194 del 2014).

Da qui, dunque, l’accoglimento del ricorso.

Approfondimento

L’istituto dell’autotutela o jus poenitendi consiste nel potere dell’Amministrazione finanziaria di annullare o di revocare un suo atto perché ritenuto privo di fondamento e legittimità. Tale istituto trae origine dal diritto amministrativo, in cui l’autotutela viene intesa come la capacità dell’ente di farsi ragione da sé in via amministrativa e, ovviamente, rispettando il principio di legalità.
Gli atti sui quali gli uffici possono esercitare il potere di autotutela, in ambito tributario, sono in linea generale, quelli espressamente indicati dall’art. 19, comma 1, D.Lgs. n. 546/1992, cioè gli atti accertativi, quelli esecutivi, i dinieghi o i mancati rimborsi contro i quali sarebbe stato ammissibile il ricorso del contribuente in Commissione Tributaria.
Per quanto riguarda le ipotesi in cui è possibile l’autotutela, bisogna riferirsi a quanto espresso dall’art. 2, comma 1, D.M. n. 37/1997:

– errore di persona;
– evidente errore logico o di calcolo;
– errore sul presupposto dell’imposta;
– doppia imposizione;
– mancata considerazione di pagamenti d’imposta, regolarmente eseguiti;
– mancanza di documentazione successivamente sanata, non oltre i termini di decadenza;
– sussistenza di requisiti per usufruire di deduzioni o regimi agevolativi, precedentemente negati;
– errore materiale del contribuente facilmente riconoscibile dall’Amministrazione.

Al contrario, non è suscettibile di annullamento o rinuncia all’imposizione l’atto sul quale sia intervenuta una sentenza passata in giudicato a favore dell’Amministrazione e per i motivi addotti dal giudice adito. Tuttavia per tali atti appare ancora ammissibile il potere di revoca ma, comunque, si deve tenere presente che l’autotutela potrebbe ancora applicarsi quando spetta al contribuente il potere di impugnare per revocazione le sentenze con la conseguenza che l’Amministrazione subirebbe quei danni anche economici che l’esercizio del potere di autotutela vuole evitare.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 25563/2014

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