Diritto

Dichiarazione infedele: superamento della soglia penale svincolato dall’adesione

Dichiarazione infedele: superamento della soglia penale svincolato dall’adesione
Ai fini della prova del reato di dichiarazione infedele, il giudice non è vincolato, nella determinazione dell’imposta evasa, dalle risultanze dell’accertamento con adesione tra Amministrazione e contribuente, purché indichi concreti elementi di fatto che rendano maggiormente attendibile l’iniziale quantificazione dell’imposta dovuta. Inoltre, per determinare il superamento delle soglie di punibilità nei reati tributari, le spese e i costi concorrono a formare il reddito e sono ammessi in deduzione se e nella misura in cui risultino da elementi certi e precisi

Ai fini della prova del reato di dichiarazione infedele, il giudice non è vincolato, nella determinazione dell’imposta evasa, dalle risultanze dell’accertamento con adesione tra Amministrazione e contribuente, purché indichi concreti elementi di fatto che rendano maggiormente attendibile l’iniziale quantificazione dell’imposta dovuta. Inoltre, per determinare il superamento delle soglie di punibilità nei reati tributari, le spese e i costi concorrono a formare il reddito e sono ammessi in deduzione se e nella misura in cui risultino da elementi certi e precisi. A fornire queste precisazioni è la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 8924 depositata il 27 febbraio 2015.

IL FATTO
Un’imprenditrice veniva indagata, insieme ad altri, per alcuni reati tributari (omessa dichiarazione, omesso versamento delle ritenute certificate, sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte).
Nell’ambito del procedimento penale, il Gip disponeva il sequestro preventivo per equivalente su alcuni beni dell’indagata che ricorreva, dunque, al tribunale del riesame.

Giunto il procedimento in Cassazione, la Corte disponeva l’annullamento dell’ordinanza, con rinvio per nuovo esame al tribunale della libertà che, in sede di rinvio, tra le altre cose, riqualificava il reato di omessa dichiarazione (art. 5, D.Lgs. n. 74/2000) in quello di dichiarazione infedele (art. 4).
Rideterminava, dunque, il valore del sequestro confermando, nel resto, il provvedimento impugnato.

L’indagata ricorreva nuovamente in Cassazione lamentando, tra le altre cose, che il giudice del rinvio aveva erroneamente ritenuto la sussistenza del fumus commissi delicti del reato di dichiarazione infedele, avendo omesso di rilevare il mancato superamento della soglia di punibilità di cui alla lettera b) dell’art. 4, D.Lgs. n. 74/2000.
Il tribunale, inoltre non aveva correttamente quantificato l’imposta evasa, sia perché non aveva tenuto in considerazione gli elementi negativi di reddito indispensabili per l’esatta quantificazione della base imponibile, sia perché aveva tenuto conto dell’IRAP, imposta non penalmente rilevante.

L’art. 4 del D.Lgs. n. 74/2000 prevede che, fuori dei casi previsti dagli articoli 2 e 3, è punito con la reclusione da 1 a 3 anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, indica in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi fittizi, quando congiuntamente:

  • l’imposta evasa è superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte, a 50.000 euro (103.291,38 euro per le violazioni commesse fino al 17 settembre 2011);
  • l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione, anche mediante indicazione di elementi passivi fittizi, è superiore al dieci per cento dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o, comunque, è superiore ad euro 2 milioni (2.065.827,60 fino al 17 settembre 2011).

Ai fini dell’integrazione dell’elemento psicologico è necessario il dolo specifico, ovvero oltre alla coscienza e volontà di commettere il reato, anche l’ulteriore fine di evasione delle imposte.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione, pur accogliendo il ricorso dell’indagata solo con riferimento all’IRAP, ha respinto gli altri motivi di ricorso, fornendo delle precisazioni interessanti per ciò che riguarda il calcolo dell’imposta evasa e del superamento della soglia nei reati tributari. I Supremi giudici affermano, anzitutto, che ai fini del superamento della soglia del 10% occorre prendere come riferimento, ove ritenuta più attendibile, la base imponibile determinata originariamente dalla GdF ovvero dall’Agenzia delle Entrate nell’accertamento, e non quella ricalcolata a seguito di accertamento con adesione.
Occorre, in sintesi, tenere distinta la nozione di pretesa tributaria da quella di profitto illecito nei reati tributari ed inoltre il procedimento amministrativo e quello penale sono del tutto autonomi. Pertanto, ai fini della prova del reato di dichiarazione infedele, il giudice non è vincolato, nella determinazione dell’imposta evasa, all’imposta risultante a seguito dell’accertamento con adesione o del concordato fiscale tra Amministrazione finanziaria e contribuente, purché indichi concreti elementi di fatto che rendano maggiormente attendibile l’iniziale quantificazione dell’imposta dovuta.

Per ciò che riguarda, invece, l’omessa valutazione di elementi passivi, la Corte ritiene che ai fini del superamento delle soglie di punibilità nei reati tributari, le spese ed i costi concorrono a formare il reddito e sono ammessi in deduzione se e nella misura in cui risultino da elementi certi e precisi, anche se non siano indicati nelle scritture contabili. Pertanto, se l’indagato si limita a dedurre costi risultanti dalle scritture contabili, qualora le stesse siano considerate inattendibili, i relativi costi non concorrono alla determinazione del reddito.

I motivi di ricorso dell’indagata, pertanto, sono stati ritenuti infondati proprio perché la stessa aveva calcolato il 10% sulla base imponibile calcolata nell’adesione ed i costi risultavano solo dalla contabilità, ritenuta non attendibile.

La Corte, tuttavia, ha accolto il motivo inerente all’IRAP: il D.Lgs. n. 74 del 2000 non conferisce, infatti, rilevanza penale all’evasione dell’imposta regionale sulle attività produttive. Pertanto, l’ordinanza è stata annullata con rinvio ad altra sezione del tribunale del riesame che dovrà rideterminare il sequestro, scomputando dal calcolo dell’imposta evasa proprio l’IRAP.

Ai fini della prova del reato di dichiarazione infedele, il giudice non è vincolato, nella determinazione dell’imposta evasa, dalle risultanze dell’accertamento con adesione tra Amministrazione e contribuente, purché indichi concreti elementi di fatto che rendano maggiormente attendibile l’iniziale quantificazione dell’imposta dovuta. Inoltre, per determinare il superamento delle soglie di punibilità nei reati tributari, le spese e i costi concorrono a formare il reddito e sono ammessi in deduzione se e nella misura in cui risultino da elementi certi e precisi.

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