Diritto

Dichiarazione fraudolenta: non è responsabile l’amministratore non più in carica

Dichiarazione fraudolenta: non è responsabile l'amministratore non più in carica
L’amministratore che lascia la carica prima della scadenza di Unico non commette il reato di dichiarazione fraudolenta anche se le fatture false sono state contabilizzate durante la sua gestione

In tema di reati tributari, il delitto di dichiarazione fraudolenta si consuma nel momento della presentazione della dichiarazione fiscale nella quale sono effettivamente inseriti o esposti elementi contabili fittizi, essendo penalmente irrilevanti tutti i comportamenti prodromici tenuti dall’agente, ivi comprese le condotte di acquisizione e registrazione nelle scritture contabili di fatture o documenti contabili falsi o artificiosi. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 32348 del 23 luglio 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte di Appello di Milano, confermando la decisione di prime cure, ha condannato l’ex amministratore unico di una società alla pena di un anno e sei mesi di reclusione per il delitto di “Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti” (art. 2 del D.Lgs. n. 74/2000), per aver inserito, nella dichiarazione IVA del 2006, 27 fatture per operazioni inesistenti.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, censurando la decisione della Corte territoriale per avere confermato la condanna pur risultando che il medesimo avesse ricoperto la carica di amministratore della società fino al 13 dicembre 2006; pertanto, al momento della presentazione della dichiarazione IVA (il cui termine ultimo era il 31 dicembre 2007), l’unico rilevante ai fini della consumazione del reato, lo stesso non aveva più alcun ruolo nella società.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dall’imputato. Sul punto, osservano gli Ermellini che l’art. 2 del D.Lgs. n. 74 del 2000 punisce chiunque, al fine dì evadere l’imposta sui redditi o sul valore aggiunto, avvalendosi di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, indica in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte elementi passivi fittizi; il momento consumativo del reato, pertanto, coincide con quello della presentazione della dichiarazione in oggetto. Al riguardo, la giurisprudenza della Suprema Corte risulta del tutto costante, avendo più volte affermato che «in tema di reati tributari, il delitto di dichiarazione fraudolenta previsto dall’art. 2, D.Lgs. n. 74 del 2000, si consuma nel momento della presentazione della dichiarazione fiscale nella quale sono effettivamente inseriti o esposti elementi contabili fittizi, essendo penalmente irrilevanti tutti i comportamenti prodromici tenuti dall’agente, ivi comprese le condotte di acquisizione e registrazione nelle scritture contabili di fatture o documenti contabili falsi o artificiosi».

Dunque, soltanto con la condotta di presentazione della dichiarazione il reato può considerarsi perfezionato, mentre le condotte pregresse ad essa restano, sul piano penale, irrilevanti.

Orbene, nel caso di specie la Corte territoriale (al pari del primo giudice) non ha considerato affatto il momento in cui – nel corso del 2007 – era stata presentata la dichiarazione IVA relativa al 2006, momento nel quale l’imputato non ricopriva più la carica di amministratore unico della società, né questa poteva essergli riconosciuta in via di fatto sotto altra veste.

La Corte di Appello, pertanto, non ha fatto buon governo dei principi sopra richiamati e, in particolare, ha posto l’attenzione non al momento consumativo del reato contestato, quale quello della presentazione della dichiarazione IVA, ma soltanto a quello a ciò prodromico (acquisizione delle fatture per operazioni inesistenti); né, peraltro, ha evidenziato qualsivoglia concorso dell’imputato con la persona – neppure nominata in sentenza – che ricopriva la carica di amministratore al tempo della presentazione della dichiarazione medesima.

Ne consegue l’accoglimento del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 32348/2015

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