Diritto

Dichiarazione fraudolenta anche per chi annota in contabilità le false fatture

Dichiarazione fraudolenta anche per chi annota in contabilità le false fatture
Chi annota in contabilità le fatture false, pur non avendo materialmente sottoscritto e presentato la dichiarazione, può rispondere del reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di documenti per operazioni inesistenti, o a titolo di concorso, ovvero come autore mediato, qualora abbia tratto in inganno il soggetto sottoscrittore

Risponde di utilizzo di fatture false chi le annota in contabilità traendo in inganno chi presenta la dichiarazione: chi annota in contabilità le fatture false, pur non avendo materialmente sottoscritto e presentato la dichiarazione, può rispondere del reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di documenti per operazioni inesistenti, o a titolo di concorso, ovvero come autore mediato, qualora abbia tratto in inganno il soggetto sottoscrittore. A fornire queste interessanti precisazioni è la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 3931 depositata il 28 gennaio 2015.

IL FATTO
Un imprenditore, in qualità di socio e legale rappresentante di una S.n.c., veniva imputato per il reato di dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, ai sensi dell’art. 2 del D.Lgs. n. 74/2000. In sostanza, secondo l’accusa, l’imputato avrebbe utilizzato in dichiarazione IVA fatture relative ad operazioni inesistenti, ottenendo un risparmio di imposta.

L’imprenditore veniva condannato in primo grado ma la Corte d’Appello riformava la sentenza.
In sostanza, i giudici del gravame evidenziavano che lo stesso non aveva presentato la dichiarazione IVA, che risultava sottoscritta dal liquidatore della società.

Il Procuratore generale presentava, dunque, ricorso in Cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello lamentando che i giudici, in realtà, non avrebbero considerato che l’imputato – il quale aveva annotato le fatture false in contabilità – aveva poi consegnato tutta la documentazione al liquidatore, non avvertendolo dell’annotazione delle predette fatture. Il liquidatore era, pertanto, stato indotto all’illecita indicazione di elementi passivi fittizi. Peraltro, l’imputato nutriva un interesse diretto, essendo socio della S.n.c., nell’ottica di un minor esborso tributario.

La difesa sottolineava, invece, che la dichiarazione era stata presentata dal liquidatore e quando l’imprenditore era cessato dalla carica.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del PM, rinviando per nuovo esame ad altra sezione della Corte di Appello. I Supremi giudici precisano che, ai sensi della disciplina dettata dal D.Lgs. n. 74/2000, il reato di dichiarazione fraudolenta ex art. 2 non può essere attribuito a soggetti diversi da coloro che hanno presentato la dichiarazione. Tuttavia, a tal fine possono giungere “in soccorso” due norme del codice penale ed in particolare l’art. 110 c.p. che disciplina il concorso, ovvero l’art. 48 c.p. che prevede il c.d. “autore mediato”.
In sostanza, la norma stabilisce che del fatto di reato commesso dalla persona ingannata risponde chi l’ha determinata a commetterlo.
Nel caso di specie, dunque, il liquidatore, che aveva materialmente sottoscritto la dichiarazione, sarebbe stato ingannato dall’imputato il quale, coscientemente, aveva annotato in contabilità fatture false. Pertanto, mentre il liquidatore va esente da responsabilità, l’imprenditore risponderebbe del reato come “autore mediato”.
Tanto più che lo stesso, socio della S.n.c., poteva vantare un chiaro interesse alla presentazione di una dichiarazione fiscale fraudolenta.In sostanza, dunque, i Giudici affermano che chi annota in contabilità le fatture false, pur non avendo materialmente sottoscritto e presentato la dichiarazione, può rispondere del reato di dichiarazione fraudolenta ai sensi dell’art. 2, o a titolo di concorso, ovvero come autore mediato, qualora abbia tratto in inganno il soggetto sottoscrittore.
Da qui l’accoglimento del ricorso della Pubblica accusa con rinvio per nuovo esame alla Corte di Appello che dovrà approfondire la questione.

Approfondimento

L’art. 2 del D.Lgs. n. 74/2000 punisce chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, avvalendosi di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, indica in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte elementi passivi fittizi. La mera condotta di utilizzazione non è sufficiente ad integrare il delitto in questione. È necessario, infatti, un comportamento successivo e distinto: la presentazione della dichiarazione. Ne consegue che la registrazione di una fattura passiva o di altro documento relativo ad operazioni inesistenti, ancorché di elevatissimi importi, non saranno di per sé penalmente rilevanti – neanche a titolo di tentativo – se a tali comportamenti non seguirà la presentazione della dichiarazione che tenga conto di questi elementi non veritieri. Tale circostanza peraltro è espressamente prevista dall’art. 6 del decreto legislativo che esclude, in dette ipotesi, la possibilità di configurazione del tentativo per il delitto di dichiarazione fraudolenta e degli altri delitti in materia di dichiarazione.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 3931/2015

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