Diritto

Dichiarazione di intenti falsa: l’IVA è dovuta anche dal cedente

Se l’esportatore abituale fornisce al cedente una dichiarazione di intenti falsa, l’operazione sconta l’IVA. Anche il fornitore sarà responsabile dell’imposta, salvo che dimostri di non conoscere la falsità della dichiarazione e quindi la destinazione nazionale della merce
Se l’esportatore abituale fornisce al cedente una dichiarazione di intenti falsa, l’operazione sconta l’IVA. Anche il fornitore sarà responsabile dell’imposta, salvo che dimostri di non conoscere la falsità della dichiarazione e quindi la destinazione nazionale della merce

Se l’esportatore abituale fornisce al cedente una dichiarazione di intenti falsa, l’operazione sconta l’IVA. Anche il fornitore sarà responsabile dell’imposta, salvo che dimostri di non conoscere la falsità della dichiarazione e quindi la destinazione nazionale della merce. Ad affermare questo interessante principio è la Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 176, depositata il 9 gennaio 2015: il beneficio fiscale, sottolinea la Suprema Corte, non può fondarsi soltanto sull’esistenza della dichiarazione di intento poiché, in caso di falsità, il fornitore deve provare di essere estraneo all’azione fraudolenta del cessionario e di non sapere che i beni sarebbero stati destinati al mercato interno.

IL FATTO
Il caso trae origine da una avviso di accertamento per l’anno 2002 con il quale l’Agenzia delle Entrate contestava ad una società l’imponibilità IVA di una cessione di merci eseguita nei confronti di un esportatore abituale. L’ufficio, accertata la falsità della dichiarazione di intenti resa dal cessionario poiché relativa a merci che sarebbero state destinate al mercato interno, contestava il pagamento dell’IVA anche al cedente per aver partecipato all’operazione fraudolenta posta in essere dal cessionario.

La società impugnava l’avviso in CTP la quale annullava l’avviso sul presupposto che non incombe alcun obbligo in capo al cedente, se non di verificare che l’operazione cui si riferisce la dichiarazione di intenti rilasciata dal cessionario, sia conforme alle previsioni di cui all’art. 8, lettera c), D.P.R. n. 633/1972. La decisione veniva confermata anche dalla CTR.

Avverso la sentenza della CTR, l’Ufficio ricorreva in Cassazione affermando che i giudici di merito avevano omesso di valutare la fittizietà dell’operazione e, dunque, la falsità della dichiarazione d’intento. Una volta accertata tale circostanza, infatti, secondo la tesi erariale, era il cedente a dover dimostrare l’effettività dell’operazione.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell’Amministrazione finanziaria, riformando integralmente la sentenza dei giudici di secondo grado. Innanzitutto, non avevano preso in considerazione la falsità della dichiarazione di intento e la relativa fittizietà dell’operazione ed, inoltre, avevano erroneamente ritenuto il cedente esente da qualsiasi adempimento di verifica.

I giudici di legittimità hanno affermato che il beneficio fiscale non può fondarsi soltanto sull’esistenza della dichiarazione di intento poiché, in caso di falsità, il fornitore deve provare di essere estraneo all’azione fraudolenta del cessionario e di non sapere che i beni sarebbero stati destinati al mercato interno.

Secondo la Suprema Corte, l’operazione deve considerarsi non imponibile soltanto se ha adottato una condotta diligente volta ad assicurarsi che la cessione effettuata non avrebbe comportato una sua partecipazione alla frode commessa dal cessionario.

Approfondimento

L’art. 8, lettera c), del D.P.R. n. 633/1972, prevede che gli esportatori abituali possono acquistare beni e servizi senza corrispondere l’IVA nei limiti di un plafond basato sulle cessioni effettuate l’anno precedente. Prima di acquistare dai fornitori nazionali tali soggetti devono rilasciare una dichiarazione di intento nella quale sono comunicati al cedente i caratteri dell’operazione. La norma attribuisce espressamente all’esportatore abituale la responsabilità sia in ordine al contenuto sia all’obbligo di consegnare tale dichiarazione al fornitore.
L’ordinanza in commento attribuisce una responsabilità al cedente in caso di dichiarazione di intenti falsa, ribadendo così l’orientamento già affermato dalla Suprema Corte (Cass. n. 12751/2011). È pertanto chiaro l’intento di punire l’eventuale accordo fraudolento del cedente e del cessionario sulla base di fittizie cessioni all’esportazione. In ragione della ormai pacifica interpretazione della Cassazione, spetta al cedente assicurarsi, nei limiti di quanto in suo potere, che l’operazione dichiarata dal cessionario nella lettera di intento non sia fittizia, così da poter dimostrare in un eventuale giudizio la propria estraneità all’attività posta in essere dal fornitore.

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