Diritto

Detraibilità dell’IVA: necessaria l’inerenza dei costi

Detraibilità dell’IVA: necessaria l’inerenza dei costi
Affinchè una società possa detrarre l’IVA relativa all’acquisto di un bene immobile è necessaria la dimostrazione dell’inerenza, ovvero della stretta connessione del bene con le finalità imprenditoriali, e la strumentalità in concreto del bene acquistato rispetto alla specifica attività imprenditoriale, compiuta o anche solo programmata

Affinchè una società possa detrarre l’IVA relativa all’acquisto di un bene immobile è necessaria la dimostrazione dell’inerenza, ovvero della stretta connessione del bene con le finalità imprenditoriali, e la strumentalità in concreto del bene acquistato rispetto alla specifica attività imprenditoriale, compiuta o anche solo programmata. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 11425 del 3 giugno 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da un avviso di accertamento per IVA, IRPEG ed IRAP con cui l’Amministrazione finanziaria procedeva al recupero fiscale nei confronti di una società, esercente ii commercio all’ingrosso di frutta e verdura, con una pluralità di rilievi.
Alcuni conseguivano all’acquisto di una porzione di fabbricato, strumentale per natura, in quanto adibito ad ufficio, effettuato dalla società avvalendosi della agevolazione ex art. 4, comma 1, della legge n. 383/2001, e successivamente concesso in locazione.
In particolare, l’Ufficio aveva revocato il beneficio fiscale citato perché il bene era stato destinato dall’imprenditore a finalità estranee all’esercizio di impresa con la locazione a terzi, e non aveva ritenuto detraibile l’IVA, pari a € 49.000, non riconoscendo l’acquisto come inerente all’attività esercitata.

Mentre la CTP, sul punto, non accoglieva il ricorso della società, viceversa la CTR riteneva legittima la detrazione dell’IVA in quanto, a suo dire, si trattava comunque di un bene strumentale per sua natura, acquisito dall’impresa nel suo esercizio ed iscritto nell’attivo patrimoniale, con la conseguenza che, con la locazione a terzi, il reddito locativo prodotto concorreva a formare il reddito di esercizio.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso per Cassazione l’Agenzia delle Entrate denunciando, con il primo motivo, la violazione e falsa applicazione degli articoli 4 e 19 del D.P.R. n. 633/1972, rilevando come la CTR avesse errato nel considerare comunque detraibile l’IVA, ritenendo sufficiente il requisito astratto della “strumentalità per natura” del bene.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dall’Agenzia delle Entrate. Sul punto, gli Ermellini richiamano innanzitutto il consolidato orientamento della Suprema Corte, per cui, alla luce della sesta direttiva del Consiglio n. 77/388/CEE, come interpretata dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia (v. sent, 13 dicembre 1989 in causa C-342/87) e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 4, comma 2, n. 1, secondo il quale le cessioni di beni e le prestazioni di servizi poste in essere dai vari tipi di società ivi indicate costituiscono sempre ad ogni effetto – per presunzione iuris et de iure e quale che sia la natura dell’attività svolta – operazioni effettuate nell’esercizio di impresa, con conseguente applicazione dell’IVA sulle operazioni attive compiute, in ordine invece agli acquisti di beni, ed in generale alle operazioni passive, non è sufficiente, ai fini della detraibilità dell’imposta, la qualità d’imprenditore societario, dovendosi altresì verificare in concreto l’inerenza, cioè la stretta connessione con le finalità imprenditoriali, e la strumentalità in concreto del bene acquistato rispetto alla specifica attività imprenditoriale, compiuta o anche solo programmata in quanto l’art. 19 del D.P.R. n. 633/1972 prevede, per la determinazione dell’imposta dovuta, che è detraibile dall’ammontare dell’IVA assolta o dovuta dal soggetto passivo o a lui addebitata a titolo di rivalsa solo quella in relazione ai beni o ai servizi importati o acquistati nell’esercizio dì impresa o di arti e professioni, sia pure con una serie di deroghe.
Al riguardo è stato precisato che la compatibilità con l’oggetto sociale costituisce mero indizio della inerenza all’effettivo esercizio dell’impresa, della cui dimostrazione è onerato il contribuente e che dalla relativa conformità può prescindersi, nella misura in cui beni e servizi dell’impresa siano impiegati a fini di operazioni soggette ad imposta (Cass. n. 5753 del 2010).

Va aggiunto che l’art. 19, comma 1, del D.P.R. n. 633/1972 richiede, oltre alla qualità d’imprenditore dell’acquirente, l’inerenza del bene acquistato all’attività imprenditoriale, intesa come strumentalità del bene stesso rispetto a detta specifica attività, ed inoltre, non introducendo una deroga ai comuni criteri in tema di onere della prova, lascia la dimostrazione di detta inerenza o strumentalità a carico dell’interessato.

Tanto premesso, nel caso di specie i giudici di appello hanno affermato il diritto della società alla detrazione con la seguente testuale motivazione: “Infatti, seppure l’immobile sia destinato a finalità estranee all’esercizio di impresa, si tratta comunque di un bene strumentale per natura acquistato dall’impresa nel suo esercizio, tanto è vero che tale bene è stato iscritto nell’attivo dello stato patrimoniale ed il reddito locativo, che esso produce, concorre a formare il reddito di esercizio”.

Dunque, il perno sul quale erroneamente la Corte territoriale ha basato il proprio ragionamento è stata la ritenuta oggettiva strumentalità del bene immobile di categoria catastale A10 (Uffici o studi privati), così violando, ad avviso degli Ermellini, i principi di detraibilità dell’IVA, tralasciando di considerare e ponderare tutti gli elementi prospettati dall’Agenzia, certamente dotati del carattere della decisività, volti a valorizzare la circostanza che l’immobile non era mai stato destinato a sede legale, che l’oggetto sociale riguardava il commercio all’ingrosso di frutta e verdura, che la locazione era intervenuta alcuni anni dopo l’acquisto, e trincerandosi sull’elemento, ritenuto fondante e decisivo, della oggettiva natura strumentale del bene, mai seguita dall’effettivo utilizzo del bene quale ufficio e sede della società, e della circostanza che i canoni locatizi confluivano nel reddito di esercizio.

In sostanza, la CTR ha fatto erroneamente conseguire la detraibilità dell’IVA della pregressa operazione passiva, oltre che dalla strumentalità oggettiva del bene, anche da una successiva e distinta operazione attiva (la locazione) non rientrante nell’oggetto sociale, oltre che diversa dalla destinazione a sede sociale (mai in concreto attuata), e ciò senza procedere al vaglio degli specifici elementi della fattispecie concreta ed alla sussunzione degli stessi nella disciplina normativa pertinente, nel rispetto dei principi prima ricordati anche in tema di onere probatorio. In parole più semplici, se è vero che il fatto che beni acquisiti per fini legati ad un’attività economica non siano immediatamente impiegati per detta attività, in linea generale, non è idoneo a negare il diritto a detrazione dell’IVA assolta a monte, al contrario tale effetto non può conseguire ad un successivo mero utilizzo dei beni per fini economici che non appaiono legati all’attività sociale.

In conclusione, la CTR ha errato nel ritenere che la oggettiva strumentalità del bene e la successiva messa a rendita del bene fossero sufficienti per rendere detraibile l’IVA sulle operazioni passive, tralasciando, per altro verso, di considerare gli elementi dedotti dall’Agenzia e dalla società contribuente al fine di valutare se, nel caso concreto, l’attività della società potesse considerarsi realmente improntata all’esercizio degli scopi sociali.

Ne consegue il rigetto del ricorso.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 11425/2015

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