Diritto

Demansionamento, sul dipendente l’onere di provare il danno patrimoniale

Demansionamento, sul dipendente l’onere di provare il danno patrimoniale
L’onere di provare il danno da demansionamento è a carico del lavoratore, non essendo sufficiente per ottenere il risarcimento la prova della mera dequalificazione

Il demansionamento e la dequalificazione professionale del lavoratore possono provocare sia danni patrimoniali, sul fare reddituale del lavoratore, in relazione alla successiva progressione di carriera, impedita dall’adibizione a mansioni inferiori, sia danni non patrimoniali, sul fare areddituale dello stesso, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a fare scelte di vita diverse. L’onere di provare il danno è ad ogni modo a carico del lavoratore medesimo, non essendo sufficiente per ottenere il risarcimento la prova della mera dequalificazione.

Lo ha stabilito la Sezione Lavoro della Corte d’Appello di Potenza con la sentenza n. 417 dell’8 agosto 2013.

L’inadempimento datoriale. I giudici lucani di secondo grado hanno confermato la decisione del tribunale di Potenza, che aveva ritenuto da una parte sussistenti gli elementi volti ad integrare un inadempimento datoriale, costituito dall’assegnazione di un lavoratore a pochi anni dal pensionamento a mansioni inferiori, che richiedevano competenze diverse e che hanno posto il lavoratore in condizione di forzata inattività; dall’altra non provati i danni lamentati, patrimoniali e non patrimoniali, alla salute, da mobbing e da dequalificazione.

Il ragionamento della Corte. Secondo i giudici, infatti, «il demansionamento professionale è integrato da qualsiasi condotta datoriale che, per effetto del cattivo esercizio dello jus variandi, ossia in conseguenza dell’adibizione del lavoratore a mansioni qualitativamente inferiori a quelle contrattuali, rallenti o blocchi del tutto il processo evolutivo geneticamente impresso nel concetto di professionalità», quest’ultima da intendersi come combinazione tra il bagaglio di conoscenze acquisite dalla persona, operando nel settore di inquadramento e progressivamente affinate in ragione del tempo, e la professionalità potenziale che il lavoratore può apprendere in relazione al contesto organizzativo che lo circonda. Tuttavia, per quanto concerne il profilo risarcitorio, prosegue la Corte, «il risarcimento del danno non consegue in re ipsa al demansionamento, ma è condizionato alla concreta prova del pregiudizio, con onere a carico del lavoratore che agisce in giudizio».

Corte d’Appello Potenza – Sentenza N. 417/2013

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