Diritto

Demansionamento, il giudice può attribuire una qualifica intermedia

Demansionamento, il giudice può attribuire una qualifica intermedia
In materia di mansioni del lavoratore, il giudice può riconoscere l’inquadramento in una qualifica intermedia tra quella richiesta dal lavoratore e quella attribuita dal datore di lavoro

In materia di mansioni del lavoratore, qualora sia chiesto in giudizio il riconoscimento di una determinata qualifica – anche di carattere dirigenziale – superiore a quella di inquadramento formale, il giudice – senza con ciò incorrere nel vizio di ultrapetizione – può riconoscere l’inquadramento in una qualifica intermedia tra quella richiesta dal lavoratore e quella attribuita dal datore di lavoro, purché vi sia la corrispondente prospettazione degli elementi di fatto e, segnatamente, della declaratoria contrattuale che sorregga la qualifica intermedia tra quella posseduta dal lavoratore e quella oggetto di esplicita domanda giudiziale. Lo ha ribadito il Tribunale di Milano con la sentenza n. 397 del 12 febbraio 2015.

Il Tribunale, infatti, ha accertato che fin dalla data della assunzione il ricorrente si occupava «in prima persona e in via continuativa di tutte le incombenze organizzative e gestionali proprie del settore serramenti», anche con riferimento all’organizzazione del reparto e alla gestione della risorsa affidatagli, ma non svolgeva funzioni assimilabili a quelle del “quadro” «con responsabilità di direzione esecutiva e potere su intere unità produttive».

Nel procedimento logico-giuridico diretto alla determinazione dell’inquadramento di un lavoratore subordinato – afferma il giudice – non si può prescindere da tre fasi successive, e cioè, dall’accertamento in fatto delle attività lavorative in concreto svolte, dalla individuazione delle qualifiche e gradi previsti dal contratto collettivo di categoria e dal raffronto tra il risultato della prima indagine ed i testi della normativa contrattuale individuati nella seconda.

Inoltre – prosegue la sentenza -, partendo dall’inderogabile sussistenza, nel nostro ordinamento giuridico, ai sensi dell’articolo 2103 del codice civile, del diritto del lavoratore all’effettivo svolgimento della propria prestazione professionale, la sua lesione costituisce inadempimento contrattuale e determina, oltre all’obbligo di corrispondere le retribuzioni dovute, l’obbligo di risarcire il danno da dequalificazione professionale.

Tuttavia, nel caso di specie, è stato disconosciuto il diritto al percepimento delle differenze retributive richieste dal lavoratore in quanto assorbite dal superminimo corrispostogli nel corso del rapporto, come ammesso dal dipendente. E neppure alcun danno patrimoniale e non. Infatti – prosegue la sentenza -, il danno da demansionamento, nella sua accezione patrimoniale, non ponendosi quale conseguenza automatica, comporta l’onere probatorio del lavoratore di dimostrare, ai sensi dell’art. 2697 del codice civile, anche in via presuntiva, non solo la potenzialità lesiva della condotta datoriale bensì anche la sussistenza del danno richiesto e il nesso di causa tra questo e la condotta dedotta. Ed anche sotto il profilo della lesione alla salute nulla è stato dimostrato. Mentre il Tribunale ha riconosciuto il diritto del lavoratore a ricevere circa 20mila euro per differenze provvigionali in quanto malamente calcolate dal datore.

Tribunale di Milano – Sentenza N. 397/2015

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