Diritto

Demansionamento di lavoratore disabile: opportuno concordare un patto

Precluso al datore di lavoro richiedere al disabile una prestazione non compatibile con le sue minorazioni
Precluso al datore di lavoro richiedere al disabile una prestazione non compatibile con le sue minorazioni

Secondo la Corte di Cassazione è precluso al datore di lavoro richiedere al disabile una prestazione non compatibile con le sue minorazioni; al più avrebbe dovuto concordare con il lavoratore, non ritenuto in grado di svolgere mansioni di concetto, un patto di demansionamento.

Nello specifico, un lavoratore disabile, dipendente di una USL, viene adibito ad altre mansioni “inferiori”, subendo così un demansionamento.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 23170 dell’11/10/2013, ripercorre la vicenda processale come di seguito si riassume: in Tribunale e in Corte d’Appello si è ritenuto che le mansioni del ricorrente siano riferibili alla categoria C di inquadramento, e dunque “di concetto”; è stato altresì rilevato come invece il lavoratore fosse stato in concreto assegnato a mansioni meramente esecutive, ossia a fare fotocopie e fax.

In diritto poi correttamente la Corte d’Appello ha richiamato la L. n. 68 del 1999, art. 10, comma 2, che prevede che il datore di lavoro non può richiedere al disabile una prestazione non compatibile con le sue minorazioni. Pertanto l’azienda ricorrente non poteva fondatamente eccepire che il lavoratore non era in concreto in grado di svolgere mansioni di concetto. Giustamente la Corte d’Appello rileva che l’azienda avrebbe potuto semmai concordare con il lavoratore un patto di demansionamento; cosa che invece non ha fatto.

L’altra questione riguarda l’onere probatorio di dimostrare il danno risarcibile a mezzo di presunzioni.

La Corte d’Appello ha tenuto conto della consistente durata del demansionamento, essendosi esso protratto per oltre quattro anni. Tale demansionamento poi presentava in se’ connotati di gravità, posto che non erano state affidate al lavoratore mansioni non già solo collocabili al limite della qualifica posseduta, bensì molto inferiori ad essa, posto che effettuare fotocopie e fax non poteva certo essere comparabile con le mansioni previste per la Cat. “C” che implicavano conoscenze teoriche specialistiche, elevate capacità tecniche, autonomia e responsabilità, ne’ con il titolo di studio – laurea – posseduto.

La Corte poi menziona anche il fatto che era uso che agli impiegati inquadrati a bassi livelli si potesse richiedere che portassero il caffè ad altri.

Nel complesso, quindi, la Corte d’Appello ha motivatamente ritenuto che i fatti accertati consentissero di ritenere acquisita, sia pur presuntivamente, la dimostrazione di una lesione del diritto alla dignità della persona sul luogo di lavoro con rispetto del patrimonio professionale insito nell’inquadramento spettante al lavoratore, secondo l’atto di assunzione (o successivamente acquisito).

Il ricorso presentato dalla USL va quindi nel suo complesso rigettato.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 23170/2013

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