Diritto

Decorso del termine di prescrizione dei crediti di lavoro: chiarimenti dal Tribunale di Milano

Decorso del termine di prescrizione dei crediti di lavoro: chiarimenti dal Tribunale di Milano
Una sentenza del Tribunale di Milano offre lo spunto per soffermarsi sul tema del decorso del termine di prescrizione dei crediti di lavoro, alla luce delle sostanziali modifiche apportate dalla riforma Fornero al regime di tutela reale

Con la sentenza n. 3460/15 del 16 dicembre 2015, il Tribunale di Milano offre lo spunto per soffermarsi sul tema del decorso del termine di prescrizione dei crediti di lavoro, alla luce delle sostanziali modifiche apportate dalla legge n. 92/2012 al regime di tutele di cui all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.

IL FATTO
Il caso trae origine dal ricorso presentato da alcuni lavoratori part-time di una società al Tribunale di Milano, i quali lamentavano che il trattamento degli impiegati a tempo parziale presso quest’ultima sarebbe stato meno favorevole rispetto a quello dei full-time (essendo meno che proporzionale), con violazione dell’art. 4 del D.Lgs. n. 61/00, chiedendo quindi le relative differenze retributive.
In particolare, la disparità di trattamento sarebbe l’esito dell’applicazione fatta dalla società dei commi 4 e 5 (dei quali i lavoratori avevano chiesto che fosse dichiarata la nullità o l’illegittimità) dell’art 24 del CCNL “per il personale dipendente da società e consorzi concessionari di autostrade e trafori”.
Nel sistema di compensazione del lavoro della società, infatti, per il personale full-time le voci dello stipendio indicate, ai sensi dell’art. 22 CCNL, “nel minimo tabellare, negli scatti di anzianità, nell’indennità di contingenza e nell’EDR” non subivano variazioni ed erano retribuite come fisse indipendentemente dai giorni effettivamente lavorati in ciascun mese, valendo il divisore 170, previsto dal citato art. 24, solo per le residue voci.
Viceversa, ai dipendenti a tempo parziale, la società applicava il divisore “170” per calcolare ogni voce della retribuzione cosicché risultava che la retribuzione di tale personale sarebbe stata “meno che proporzionale” rispetto a quella del personale a tempo pieno (al quale non era applicato detto divisore sulle menzionate voci dello stipendio).
Pertanto, i lavoratori chiedevano che gli fossero corrisposte le differenze retributive sulle “voci fisse dello stipendio” e sul “lavoro supplementare” che sarebbero derivate da tale modalità di calcolo della retribuzione.
La società, dal canto suo, eccepiva la prescrizione quinquennale.

LA DECISIONE DEL TRIBUNALE DI MILANO
Il Tribunale di Milano ha accolto il ricorso presentato dai lavoratori. Sul punto occorre premettere che l’art. 4 del D.Lgs. n. 61/00, sotto la rubrica “Principio di non discriminazione”, prevede che “1. Fermi restando i divieti di discriminazione diretta ed indiretta previsti dalla legislazione vigente, il lavoratore a tempo parziale non deve ricevere un trattamento meno favorevole rispetto al lavoratore a tempo pieno comparabile, intendendosi per tale quello inquadrato nello stesso livello in forza dei criteri di classificazione stabiliti dai contratti collettivi di cui all’articolo 1, comma 3, per il solo motivo di lavorare a tempo parziale.
2. L’applicazione del principio di non discriminazione comporta che:
a) il lavoratore a tempo parziale benefici dei medesimi diritti di un lavoratore a tempo pieno comparabile in particolare per quanto riguarda l’importo della retribuzione oraria (…);
b) il trattamento del lavoratore a tempo parziale sia riproporzionato in ragione della ridotta entità della prestazione lavorativa in particolare per quanto riguarda l’importo della retribuzione globale e delle singole componenti di essa (…).
Resta ferma la facoltà per il contratto individuale di lavoro e per i contratti collettivi, di cui all’articolo 1, comma 3, di prevedere che la corresponsione ai lavoratori a tempo parziale di emolumenti retributivi, in particolare a carattere variabile, sia effettuata in misura più che proporzionale”.

La legge n. 92/2012 entrata in vigore dal 18 luglio 2012 (riforma Fornero), ha modificato la tutela reale di cui all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, prescrivendo, al comma cinque di tale norma, delle ipotesi nelle quali, anche a fronte di un licenziamento illegittimo, la tutela resta solo di tipo indennitario, senza possibilità di reintegrazione, in modo analogo che nella tutela obbligatoria (seppur con importi risarcitoti maggiori).
Sicché – precisano i giudici -, si deve ritenere che da tale data i lavoratori, pur dipendenti da azienda sottoposta all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, potessero incorrere – per la durata della relazione lavorativa – nel timore del recesso nel far valere le proprie ragioni, a fronte della diminuita resistenza della propria stabilità (cfr. Corte Cost. n. 63 del 1966 che ha dichiarato la illegittimità costituzionale, in tal modo, dellìart. 2948, n. 3, del codice civile).

In tale ottica, del resto, costituisce già orientamento giurisprudenziale quello per cui “la decorrenza o meno della prescrizione in corso di rapporto va verificata con riguardo al concreto atteggiarsi del medesimo in relazione alla effettiva esistenza di una situazione psicologica di “metus” del lavoratore e non già alla stregua della diversa normativa garantistica che avrebbe dovuto astrattamente regolare il rapporto, ove questo fosse stato pacificamente riconosciuto dalle parti fin dall’inizio come avente le modalità che il giudice, con un giudizio necessariamente “ex post“, riconosce, applicando, quindi, la relativa disciplina legale”.

Così – concludono i giudici -, avendo le parti formulato i conteggi condivisi dal luglio del 2007, ossia nel termine di cinque anni dall’entrata in vigore della menzionata legge n. 92 del 2012, si può ritenere che con riferimento a nessuna delle somme richieste dai lavoratori fosse maturata la prescrizione, da calcolarsi a ritroso in cinque anni dal 18 luglio 2012.

Ne consegue l’accoglimento del ricorso.

Tribunale di Milano – Sentenza N. 3460/15/2015

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