Diritto

Debito di sicurezza del datore di lavoro e condotta abnorme del lavoratore

Debito di sicurezza del datore di lavoro e condotta abnorme del lavoratore
La colpa del datore di lavoro non è esclusa da quella del lavoratore e l’evento dannoso è imputato al datore di lavoro, in forza della posizione di garanzia di cui ex lege è onerato, sulla base del principio dell’equivalenza delle cause vigente nel sistema penale

La colpa del datore di lavoro non è esclusa da quella del lavoratore e l’evento dannoso è imputato al datore di lavoro, in forza della posizione di garanzia di cui ex lege è onerato, sulla base del principio dell’equivalenza delle cause vigente nel sistema penale. In altri termini, in linea di principio, visto da un’altra prospettiva, la condotta colposa del lavoratore infortunato non assurge a causa sopravvenuta da sola sufficiente a produrre l’evento quando sia comunque riconducibile all’area di rischio proprio della lavorazione svolta. In altre parole «il lavoratore deve essere protetto anche da sé stesso». Sono questi i principi ribaditi dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 9159 del 2 marzo 2015.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte di Appello di Milano, in riforma della decisione di primo grado, ha dichiarato l’imputato colpevole del reato di lesioni colpose gravi, aggravato dalla violazione della normativa antinfortunistica, in danno di un lavoratore dipendente della società.

In particolare, il giorno 4 settembre 2007 l’operaio, addetto alla macchina denominata Rameuse – consistente in impianto di asciugatura del tessuto – avendo notato alcuni filamenti di tessuto avvolti sul rullo del “raddrizzatrama”, dopo aver rallentato la velocità della macchina, apriva lo sportello dove era localizzato l’ingranaggio per tirarne via i filamenti, venendo attratto per il braccio destro tra i cilindri dell’impianto, così riportando gravi lesioni personali.

All’imputato, nella qualità di direttore tecnico della società, veniva contestato di avere colposamente dato causa alle lesioni del lavoratore omettendo di proteggere, segregare o dotare di dispositivi di sicurezza gli organi lavoratori delle macchine, in violazione dell’art. 68 del D.P.R. n. 547/1956.

Il giudice di primo grado escludeva la sussistenza del nesso di causalità tra l’asserita violazione antinfortunistica e l’evento lesivo, sul rilievo che non appariva imputabile al direttore tecnico la volontaria apertura delle porte di segregazione da parte dell’infortunato ed il conseguente sinistro derivato da intervento eseguito in spregio di regole note all’operaio, il quale anziché fermare l’impianto Rameuse, ne aveva rallentato solo la velocità.

La Corte di Appello, invece, individuava la colpa dell’imputato nel fatto che lo stesso aveva omesso di dotare la macchina di dispositivi di sicurezza che ne bloccassero il movimento in caso di apertura degli sportelli, tanto che successivamente all’incidente si era immediatamente provveduto alla chiusura degli sportelli con appositi bulloni fissi che ne impedivano l’apertura ed era stato approntato il dispositivo di blocco in caso di apertura degli sportelli.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione l’imputato, lamentando la manifesta illogicità della motivazione laddove il giudice non aveva tenuto conto dell’abnormità della condotta del lavoratore che, in violazione delle regole impartite, procedeva alla rimozione dei filamenti dai rulli aprendo lo sportello dove era localizzato l’ingranaggio senza prima bloccare l’impianto.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dall’imputato. In particolare, secondo i principi consolidati della Suprema Corte, la colpa del datore di lavoro non è esclusa da quella del lavoratore e l’evento dannoso è imputato al datore di lavoro, in forza della posizione di garanzia di cui ex lege è onerato, sulla base del principio dell’equivalenza delle cause vigente nel sistema penale (art. 41, comma 1, c.p.).

In altri termini, in linea di principio, visto da un’altra prospettiva, la condotta colposa del lavoratore infortunato non assurge a causa sopravvenuta da sola sufficiente a produrre l’evento (art. 41, comma 2, c.p.) quando sia comunque riconducibile all’area di rischio proprio della lavorazione svolta.

In altre parole «il lavoratore deve essere protetto anche da sé stesso».

Come è stato sottolineato dalla dottrina, le finalità cautelari delle norme infortunistiche hanno ampliato il proprio spettro a coprire non soltanto i rischi direttamente discendenti dai processi di produzione, ma anche qualunque comportamento colposo dei lavoratori, foriero di pericoli per gli altri e per se stessi.

Seguendo questa linea interpretativa, i presupposti per l’addebito al datore di lavoro sono:

  • la prevedibilità dell’evento e la prevedibilità del rischio sui quali fondare l’addebito di colpa;
  • l’esclusione di una condotta colposa del lavoratore infortunato, identificabile come causa sopravvenuta da sola sufficiente a produrre l’evento (art. 41, comma 2, c.p.).

Sotto il primo profilo, il datore di lavoro è tenuto a prevedere i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori (v. art. 17 del D.Lgs. n. 81 del 2008, da cui emerge che la valutazione di tutti i rischi per la salute e la sicurezza del lavoratore, con la conseguente elaborazione del documento, previsto dall’art. 28 dello stesso decreto, non è delegabile).

La conseguenza di questa disciplina è che le inosservanze di queste norme cautelari (omissione delle attività di previsione e prevenzione) costituiscono violazione di regole cautelari normativamente previste e quindi ipotesi di colpa specifica.

Ne consegue che il datore di lavoro deve attivarsi positivamente per organizzare le attività lavorative in modo sicuro, assicurando anche l’adozione da parte dei dipendenti delle doverose misure tecniche ed organizzative per ridurre ai minimo i rischi connessi all’attività lavorativa e controllando costantemente che il lavoratore rispetti la normativa di prevenzione.

In altri termini, per corrispondere agli obblighi derivanti dalla posizione di garanzia, il datore di lavoro, per l’effetto, non esaurisce il proprio compito nell’approntare i mezzi occorrenti all’attuazione delle misure di sicurezza e nel disporre che vengano usati, ma su di lui incombe anche l’obbligo di accertarsi che quelle misure vengano osservate e che quegli strumenti vengano utilizzati (v., Sezione IV, 10 febbraio 2005, n. 13251).

Sotto il secondo profilo, è da escludere che presenti le caratteristiche dell’abnormità il comportamento, pur imprudente, del lavoratore che non esorbiti completamente dalle sue attribuzioni, nel segmento di lavoro attribuitogli e mentre vengono utilizzati gli strumenti di lavoro ai quali è addetto, essendo l’osservanza delle misure di prevenzione finalizzata anche a prevenire errori e violazioni da parte del lavoratore, trattandosi di comportamento “connesso” all’attività lavorativa o da essa non esorbitante e, pertanto, non imprevedibile (cfr., per utili riferimenti, tra le altre, Sezione IV, 16 febbraio 2012, n. 10712).

Con la sentenza della Sezione IV, 10 novembre 2009, si è esteso il concetto di “abnormità”, ammettendo che questo possa ravvisarsi anche in situazioni e in comportamenti “connessi” con lo svolgimento delle mansioni lavorative. In tale occasione, la Corte di legittimità, riprendendo alcuni spunti giurisprudenziali, ha puntualmente precisato che il carattere dell’abnormità può essere attribuito non solo alla condotta tenuta in “un ambito estraneo alle mansioni” affidate al lavoratore e, pertanto, concettualmente al di fuori di ogni prevedibilità per il datore di lavoro, ma anche a quella che pur “rientrando nelle mansioni proprie” del lavoratore sia consistita in qualcosa di radicalmente, ontologicamente lontano dalle pur ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nell’esecuzione del lavoro.

Ciò che conta, in sostanza, è la considerazione della prevedibilità/imprevedibilità della condotta del lavoratore, che può presentarsi negli stessi termini anche quando si discuta di attività strettamente connesse con lo svolgimento dell’attività lavorativa.

Da un’altra angolazione, strettamente connessa alla prima, la condotta abnorme del lavoratore può ritenersi interruttiva del nesso di condizionamento quando essa si collochi in qualche guisa al di fuori dell’area di rischio definita dalla lavorazione in corso. Tale comportamento è “interruttivo” non perché eccezionale ma perché eccentrico rispetto al rischio lavorativo che il garante è chiamato a governare (v. Sezione IV, 23 novembre 2012, n. 49821).

Per converso, l’ipotesi tipica di comportamento “abnorme” è quella del lavoratore che provochi l’infortunio ponendo in essere, colposamente, un’attività del tutto estranea al processo produttivo o alle mansioni attribuite, realizzando in tal modo un comportamento “esorbitante” rispetto al lavoro che gli è proprio, assolutamente imprevedibile (ed evitabile) per il datore di lavoro (come, ad esempio, nel caso che il lavoratore si dedichi ad un’altra macchina o ad un altro lavoro, magari esorbitando nelle competenze attribuite in esclusiva ad altro lavoratore).

Nel caso di specie, la sentenza impugnata ha correttamente individuato, alla stregua delle risultanze istruttorie, non solo le norme cautelari violate da parte del direttore tecnico con delega in materia di sicurezza del lavoro, ma ha anche escluso lo svolgimento da parte del lavoratore di un’attività stravagante rispetto alle proprie specifiche mansioni, tale cioè da rilevare come causa interruttiva del nesso eziologico.

I giudici di appello hanno in tal senso sottolineato che per la necessaria protezione dei lavoratori addetti a quella macchina gli sportelli andavano chiusi senza possibilità di facile apertura (solo così realmente “segregando” gli organi in movimento) e la macchina doveva essere dotata di dispositivi di sicurezza che ne bloccassero il movimento in caso di apertura degli sportelli.

Quanto ai precedenti giurisprudenziali, nel senso da ultimo indicato (Cass. pen., Sez., 13 novembre 1984, A., in CED Cass., n. 172160; Cass. pen., Sez. IV, 7 maggio 1985, B., in CED Cass., n. 171215; Cass. pen., 18 marzo 1986, A., in CED Cass., n. 174222; Cass. pen., Sez. IV, 8 novembre 1989, D., in CED Cass., n. 183199; Cass. pen., Sez. IV, 11 febbraio 1991, L., in CED Cass., n. 188202; Cass. pen., Sez. IV, 14 giugno 1996, I., in CED Cass., n. 206012; Cass. pen., Sez. IV, 10 novembre 1999, A., in CED Cass., n. 183633; Cass. pen., Sez. IV, 25 settembre 2001, I., in CED Cass., n. 221149; ed in epoca più recente, Cass. pen., Sez. IV, 21 ottobre 2008, n. 40821, P., Cass. pen., Sez. IV, 16 febbraio 2012, n. 10712, M.).

La colpa del datore di lavoro non è esclusa da quella del lavoratore e l’evento dannoso è imputato al datore di lavoro, in forza della posizione di garanzia di cui ex lege è onerato, sulla base del principio dell’equivalenza delle cause vigente nel sistema penale (art. 41, comma 1, c.p.). In altri termini, in linea di principio, visto da un’altra prospettiva, la condotta colposa del lavoratore infortunato non assurge a causa sopravvenuta da sola sufficiente a produrre l’evento (art. 41, comma 2, c.p.) quando sia comunque riconducibile all’area di rischio proprio della lavorazione svolta.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 9159/2015

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