Lavoro

DDL concorrenza, fondi pensione: piena portabilità dei contributi

DDL concorrenza, fondi pensione: piena portabilità dei contributi
Nel DDL concorrenza viene prevista la piena facoltà di portabilità per i lavoratori dei propri contributi pensionistici, eliminando la possibilità per i contratti di lavoro nazionali di inserire vincoli e condizioni anche in relazione alla contribuzione datoriale. L’articolo 15 introduce, infatti, delle significative innovazioni tese a favorire una piena equiparazione delle forme previdenziali sia collettive che individuali. Si interviene anche sui meccanismi di funzionamento modificando e agevolando il raggiungimento dei requisiti per accedere in via anticipata al pensionamento integrativo in coerenza con i ragionamenti in corso sul pensionamento flessibile nel sistema obbligatorio

Il Governo tra le misure previste nel “pacchetto concorrenza” ha inserito anche una serie di significative misure in materia di previdenza complementare (art. 15 del Disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza). Il riferimento specifico è al tema della portabilità con una serie di misure che, a rischio di apparire enfatici, pur nella consapevolezza che si tratta di un Disegno di legge e quindi oggetto di future, possibili modifiche, rappresentano una autentica “rivoluzione copernicana” per il nostro sistema previdenziale con un accentuato “livellamento del campo da gioco” tra forme pensionistiche collettive e individuali.
Dalla lettura del testo emergono poi altre significative innovazioni con riferimento al meccanismo di funzionamento delle forme previdenziali.

Il quadro giuridico attuale
Va opportunamente premesso che già nella normativa primaria vigente sono contenute previsioni in tema di trasparenza e competitività e in tale direzione è improntata la stessa azione della Covip.
In materia di silenzio assenso si prevede per esempio all’art. 8 del D.Lgs. n. 252/2005 che il conferimento del TFR maturando da parte del lavoratore possa aver luogo nei confronti di una qualsiasi forma pensionistica complementare, sia su base collettiva che individuale.
Va però sottolineato come il nostro sistema di previdenza integrativa sia imperniato rebus sic stantibus sulla centralità della contrattazione collettiva in considerazione della natura occupazionale di molte forme pensionistiche (considerando che è ormai si guarda sempre più all’Europa, anche oltre confine i fondi pensione sono in gran parte di natura occupational). E discende allora come la eventuale scelta di un fondo pensione/pip differente rispetto al fondo pensione collettivo di riferimento comporta di fatto la rinuncia al contributo del datore di lavoro (stimabile in media in una percentuale pari a circa l’1,5 per cento della retribuzione annua lorda). A tale componente contributiva si ha infatti diritto solo se previsto da un accordo collettivo. Dal punto di vista empirico al momento tutti gli accordi collettivi prevedono come veicolo di confluenza i fondi negoziali o comunque quelli su base collettiva (fondi pensione territoriali, fondi pensione aperti ad adesione collettiva).

La normativa si è proposta poi di favorire un processo “virtuoso” di contenimento dei costi attraverso un più accentuato livello di concorrenza. La via è quella di una equiparazione (come evidenziato ancora però parziale) degli schemi pensionistici integrativi di natura occupazionale e individuale, creando una comune base di riferimento in relazione alla quale gli strumenti previdenziali possono competere per massimizzare l’efficienza del mercato e il livello di welfare degli aderenti. Dal punto di vista della trasparenza sul piano generale, della confrontabilità e dell’informativa in sede di adesione va osservato come tutte le voci di costo sono riportate nella documentazione contrattuale per renderne possibile la comparazione.
E’ obbligatorio poi il calcolo e la pubblicazione dell’Indicatore Sintetico di Costo (ISC).
Sul sito della Covip viene poi pubblicato l’elenco dell’ISC dei fondi pensione negoziali, dei fondi pensione aperti e dei PIP.

Tema delicatissimo, oggetto dell’intervento del Governo, è poi il tema della portabilità. L’art. 14, comma 6, del D.Lgs. n. 252/2005, in continuità con l’impianto legislativo precedente di cui al D.Lgs. n. 124/1993, afferma che l’aderente ha la facoltà di trasferire l’intera posizione individuale maturata ad altra forma pensionistica decorsi due anni dalla data di partecipazione ad uno strumento (fino al 31 dicembre 2006 il periodo di permanenza minimo era invece di tre anni, per FondINPS il termine di portabilità è ridotto ad un anno). Viene poi disposto poi che gli statuti e i regolamenti degli strumenti complementari stabiliscano le modalità di esercizio relative alla portabilità non potendo al contempo contenere clausole che risultino anche di fatto limitative del diritto alla portabilità. Si ribadisce anche che debbano considerarsi inefficaci clausole che, all’atto dell’adesione o del trasferimento, consentano l’applicazione di voci di costo, comunque denominate, significativamente più elevate di quelle applicate nel corso del rapporto e che possono quindi costituire ostacolo alla portabilità.
Nella fattispecie riferita ai lavoratori dipendenti, in caso di esercizio della predetta facoltà di trasferimento della posizione individuale, è opportuno osservare come il diritto al versamento alla forma pensionistica del TFR maturando e dell’eventuale contributo a carico del datore di lavoro sia consentito “nei limiti e secondo le modalità stabilite dai contratti o accordi collettivi, anche aziendali” riaffermandosi in tal modo il principio della centralità della contrattazione collettiva. Per completezza di esposizione va ricordato ancora come il tema della “portabilità” della posizione individuale nei fondi pensione sia oggetto di particolare interesse in ambito comunitario essendo connesso dal punto di vista giuslavoristico ad un mercato del lavoro sempre più flessibile.

Il 16 aprile 2014 è stata adottata la Direttiva 2014/50/UE (nota come Direttiva Portabilità) volta a facilitare l’esercizio del diritto alla libera circolazione dei lavoratori tra Stati membri, riducendo gli ostacoli creati da alcune regole relative ai regimi pensionistici complementari collegati a un rapporto di lavoro.

L’Eiopa ha poi posto in pubblica consultazione fino al prossimo 10 aprile uno specifico Paper recante le Good practices per il trasferimento volontario della posizione di previdenza complementare.

Le misure del Governo
Il Governo interviene in primo luogo, introducendo il nuovo comma 3-bis al decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252 che rimuove il vincolo per le forme pensionistiche collettive di trovare sottoscrittori solo all’interno della categoria professionale di riferimento.
Si dispone infatti come le fonti istitutive delle forme pensionistiche complementari collettive aventi soggettività giuridica e operanti secondo il principio della contribuzione definita (fondi pensione negoziali, fondi pensione preesistenti) possono prevedere l’adesione collettiva o individuale anche di soggetti diversi da quelli dell’ambito stretto di riferimento.

Viene poi prevista la piena facoltà di portabilità per i lavoratori dei propri contributi pensionistici, eliminando la possibilità per i contratti di lavoro nazionali di inserire vincoli e condizioni anche in relazione alla quota di spettanza del datore di lavoro. Si sostituisce infatti all’art. 14, comma 6, l’ultimo periodo sancendo il pieno diritto del lavoratore, in caso di trasferimento della posizione individuale, al versamento alla forma pensionistica da lui prescelta del TFR maturando e dell’eventuale contributo a carico del datore di lavoro. In termini di memoria storica va ricordato come in analoga direzione si ponesse la legge delega n. 243 del 2004, che all’art. 1, comma 2, lettera e), che evidenziava espressamente il diritto al trasferimento del contributo del datore di lavoro. Di particolare interesse è poi la misura in materia di prestazioni.

Si prevede infatti con il nuovo art. 11, comma 4, del D.Lgs. n. 252/2005 che sarà possibile accedere in via anticipata alla pensione integrativa in caso di cessazione dell’attività lavorativa che comporti l’inoccupazione per un periodo di tempo superiore a 24 mesi (nella versione attuale sono 48 mesi), con un anticipo massimo di dieci anni rispetto ai requisiti per l’accesso alle prestazioni nel regime obbligatorio di appartenenza (al momento sono cinque anni). La nuova previsione appare coerente con una visione di real politik e con i ragionamenti in corso in materia di flessibilità pensionistica nel sistema obbligatorio con il Ministro Poletti che ha recentemente osservato come il Governo “sente”, di dovere affrontare come un grave problema sociale, “quello delle persone che arrivano a un’età vicina al pensionamento e magari perdono il posto di lavoro e non riescono, con gli ammortizzatori sociali, a raggiungere la pensione”. Tra le diverse proposte oggetto di dibattito vi è quella di reintrodurre il sistema delle quote con dosi di flessibilità (il meccanismo prevederebbe incentivi dai 67 ai 70 anni e penalità decrescenti dai 60 ai 65 anni ). Vi è ancora l’ipotesi di anticipare i trattamenti pensionistici per chi perde il lavoro tra i 62 e i 66 anni con una sorta di “prestito previdenziale” ipotesi su cui già erano in corso riflessioni quando il Ministro del Lavoro era Giovannini. Si tratterebbe di un anticipo sulla futura pensione con una restituzione (e conseguente restituzione) una volta giuridicamente in pensione.

Altra eventualità è quella di estendere l’opzione donna anche agli uomini. Di forte impatto è poi anche la estensione della possibilità del riscatto per cessazione dei requisiti di partecipazione (nuova formulazione dell’art. 14, comma 5, del D.Lgs. n. 252/2005) anche nelle forme pensionistiche individuali, con ritenuta a titolo di imposta del 23 per cento.

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