Diritto

Danno da licenziamento illegittimo: sempre dovuti rivalutazione e interessi

Danno da licenziamento illegittimo: sempre dovuti rivalutazione e interessi
Il lavoratore illegittimamente licenziato ha diritto a percepire rivalutazione monetaria ed interessi sull’indennità da recesso illegittimo. Il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo può condannare il datore di lavoro al pagamento degli accessori da ritardo anche se la parte non ne aveva fatto domanda nel ricorso monitorio e se il giudice del monitorio non vi aveva provveduto

Il lavoratore illegittimamente licenziato ha diritto a percepire rivalutazione monetaria ed interessi sull’indennità da recesso illegittimo. Il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo può condannare il datore di lavoro al pagamento degli accessori da ritardo anche se la parte non ne aveva fatto domanda nel ricorso monitorio e se il giudice del monitorio non vi aveva provveduto. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 11235 del 22 maggio 2014.

IL FATTO
Un lavoratore illegittimamente licenziato chiede ed ottiene decreto ingiuntivo per il pagamento dell’indennità da licenziamento illegittimo, ma senza accessori. A seguito dell’opposizione al decreto ingiuntivo promossa dal datore di lavoro, il giudice riconosce gli accessori al lavoratore.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
Con riferimento al caso ora detto, la sezione Lavoro della Cassazione ha affermato due principi: da un lato, il diritto del lavoratore illegittimamente licenziato a percepire rivalutazione monetaria ed interessi sull’indennità da recesso illegittimo ex art. 429 c.p.c.; dall’altro lato, l’attribuibilità officiosa degli accessori da ritardo anche con la sentenza che definisce il giudizio di opposizione decreto ingiuntivo, sebbene il decreto ingiuntivo non avesse contemplato gli accessori medesimi.
La Corte ha precisato infatti che, essendo i c.d. accessori componenti essenziali della prestazione spettante al lavoratore, il giudice deve riconoscerli in ogni caso in cui vi sia un credito del lavoratore, benché non collegato sinallagmaticamente con la prestazione lavorativa effettivamente resa; ne consegue, che il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo può condannare il datore di lavoro al pagamento della rivalutazione monetaria e degli interessi anche se la parte non ne aveva fatto domanda nel ricorso monitorio e se il giudice del monitorio non vi aveva provveduto, essendo una pronuncia possibile ed anzi doverosa anche senza domanda della parte e di ufficio, ed anche nel caso in cui l’opposto nella procedura avesse chiesto la mera conferma del decreto ingiuntivo che non conteneva la condanna al pagamento degli accessori.

In precedenza, la Suprema Corte con la sentenza n. 1000 del 23 gennaio 2003 aveva affermato che il principio contenuto nell’articolo 429, terzo comma, cod. proc. civ. in tema di rivalutazione monetaria dei crediti di lavoro trova applicazione anche nel caso di crediti liquidati, ai sensi dell’art. 18 della legge 20 maggio 1970 n. 300 a titolo di risarcimento del danno da licenziamento illegittimo, i quali, sebbene non siano sinallagmaticamente collegati con una prestazione lavorativa, rappresentano pur sempre l’utilità economica che da questa il lavoratore avrebbe tratto ove la relativa esecuzione non gli fosse stata impedita dall’ingiustificato recesso della controparte.

Il problema è stato esaminato anche nella sentenza n. 4935 del 17 aprile 2000, secondo il quale, nel giudizio di liquidazione che fa seguito a sentenza con cui sia stato accertato il diritto a una prestazione previdenziale quale la rendita per malattia professionale, con generica condanna dell’ente erogatore a costituire tale rendita devono riconoscersi, in relazione ai ratei maturati, anche gli interessi e la rivalutazione, che sono componenti integranti dei crediti previdenziali (artt. 429 e 442 cod. proc. civ.; Corte cost. n. 156 del 1991), concorrendo ad esprimerne l’esatta entità al momento della liquidazione (nella specie la S.C. ha annullato la sentenza di merito che, in un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, aveva limitato la condanna alla sola sorte, sulla base del rilievo che il titolo posto a base della richiesta di provvedimento monitorio non conteneva alcuna statuizione circa interessi e rivalutazione).

Quanto al secondo problema, la sentenza in epigrafe richiama la sentenza n. 11066 del 2 luglio 2012, secondo la quale il titolo esecutivo giudiziale, ai sensi dell’art. 474, secondo comma, n. 1, cod. proc. civ., non si identifica, né si esaurisce, nel documento giudiziario in cui è consacrato l’obbligo da eseguire, essendo consentita l’interpretazione extratestuale del provvedimento, sulla base degli elementi ritualmente acquisiti nel processo in cui esso si è formato. Nello stesso senso, anche, la sentenza n. 9161 del 16 aprile 2013.

Secondo la sentenza n. 13811 del 31 maggio 2013, invece, nel giudizio di opposizione all’esecuzione, il giudice può compiere nei confronti della sentenza esecutiva ex art. 431 cod. proc. civ., posta alla base della promossa esecuzione, ed al pari della sentenza passata in giudicato, solo una attività interpretativa, volta ad individuarne l’esatto contenuto e la portata precettiva sulla base del dispositivo e della motivazione, con esclusione di ogni riferimento ad elementi esterni, e tale interpretazione è incensurabile in sede di legittimità ove non risultino violati i criteri giuridici che regolano l’estensione e i limiti del provvedimento esaminato e se il procedimento interpretativo seguito dai giudici del merito sia immune da vizi logici.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 11235/2014

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