Diritto

Corte Ue: legittima la trasformazione unilaterale del part-time in tempo pieno

Corte Ue: legittima la trasformazione unilaterale del part-time in tempo pieno
Secondo l’AG Nils Wahl, le norme del “Collegato lavoro” (Legge n. 183/2010) che permettono al datore di lavoro di modificare unilateralmente un rapporto di lavoro, da part‑time a tempo pieno, contro la volontà del lavoratore, sarebbero compatibili col diritto dell’Ue

La Corte di Giustizia Ue dovrà chiarire se siano compatibili con la direttiva n. 97/81/CE sul lavoro a tempo parziale le norme italiane che consentono a un datore di lavoro di modificare unilateralmente un rapporto di lavoro, imponendo così al lavoratore di passare da orario di lavoro a tempo parziale a tempo pieno contro la sua stessa volontà.

In particolare, secondo l’Avvocato Generale Nils Wahl (Causa C-221/13), le norme del “Collegato lavoro” (Legge n. 183/2010) che permettono al datore di lavoro di modificare unilateralmente un rapporto di lavoro, da part‑time a tempo pieno, contro la volontà del lavoratore, sarebbero compatibili col diritto dell’Ue.

IL FATTO

La questione è stata sollevata nell’ambito di una controversia pendente tra la sig.ra T.M., funzionario del Ministero della Giustizia in servizio presso il Tribunale di Trento, e per l’appunto tale Ministero. Dal 2000, la sig.ra M. lavora a tempo parziale, secondo un orario settimanale in cui il 50% del normale orario di lavoro è distribuito su tre giorni settimanali (c.d. “part-time verticale”).

A seguito dell’entrata in vigore della L. n. 183/2010, il Ministero della Giustizia, agendo per il tramite del dirigente amministrativo del Tribunale di Trento, ha riconsiderato e revocato unilateralmente il regime a tempo parziale e ha imposto alla sig.ra M. di lavorare a tempo pieno, in base a un orario distribuito su sei giorni settimanali.

La sig.ra M. ha risposto chiedendo l’annullamento delle decisioni che la riguardavano sostenendo che il suo tempo parziale non avrebbe potuto essere trasformato in un tempo pieno contro la sua volontà. In merito la lavoratrice ha riferito che, grazie al lavoro a tempo parziale, ha potuto dedicare il suo tempo sia alla cura della famiglia, sia alla formazione professionale: infatti, si è iscritta all’Albo degli avvocati di Trento, si è diplomata alla Scuola di specializzazione per le professioni legali e si è anche iscritta all’Università di Padova a un corso di laurea triennale per formatori sul posto di lavoro. Inoltre, grazie al lavoro part-time, ha potuto prestare assistenza all’unico genitore superstite (ora ultranovantenne), che vive con lei e non ha altri parenti nelle vicinanze.

Dal canto suo, il Ministero della Giustizia, nell’opporsi al ricorso della sig.ra M., sostiene di poter legittimamente far cessare il tempo parziale e imporre il tempo pieno, anche contro la volontà del dipendente, dato che la direttiva n. 97/81/CE non impedirebbe tale disposizione.

In tale contesto, il Tribunale di Trento, nutrendo dubbi sull’interpretazione della direttiva n. 97/81, ha deciso di sospendere il procedimento e di chiedere chiarimenti alla Corte di Giustizia dell’Ue.

Le questioni pregiudiziali. L’AG Nils Wahl, nelle conclusioni presentate il 22 maggio 2014, osserva innanzitutto che le due questioni sollevate dal Tribunale di Trento sono chiaramente connesse:

  • con la prima questione, è stato chiesto alla Corte di Giustizia se la clausola 5.2 dell’Accordo quadro osti a che un datore di lavoro trasformi unilateralmente un rapporto di lavoro a tempo parziale in un rapporto di lavoro a tempo pieno;
  • con la seconda questione, è stato chiesto sempre lo stesso chiarimento, ma senza fare riferimento ad alcuna disposizione specifica della direttiva n. 97/81 o dell’accordo quadro.

Pertanto, riformula le questioni come segue: “Se la direttiva 97/81 – e, in particolare, la clausola 5.2 dell’accordo quadro ad essa allegato – osti a che una norma nazionale, quale l’articolo 16 della Legge n. 183/2010, preveda la possibilità – per il datore di lavoro – di disporre la trasformazione del rapporto di lavoro da part‑time a tempo pieno contro la volontà del lavoratore”.

La normativa di riferimento. Nel caso in questione, il Ministero della Giustizia si è avvalso dell’art. 16, L. n. 183/2010 in base al quale è possibile per talune amministrazioni pubbliche, in sede di prima applicazione delle disposizioni adottate ai sensi del D.L. 25 giugno 2008, n. 112 (“decreto Brunetta”, conv. con modif. con L. n. 133/2008), sottoporre a nuova valutazione i provvedimenti di concessione della trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale, quando tali provvedimenti siano stati adottati prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 112/2008.

Il Dipartimento della Funzione Pubblica ha adottato la circolare ministeriale n. 9 del 30 giugno 2011 che contiene degli orientamenti per l’applicazione dell’art. 16: la circolare giustifica la previsione in parola con i limiti di bilancio più rigorosi applicabili nel contesto della crisi finanziaria mondiale. Secondo la circolare n. 9/2011 il potere unilaterale dei datori di lavoro pubblici di ordinare a un dipendente di tornare al lavoro a tempo pieno dev’essere considerato eccezionale. L’interpretazione fornita dalla circolare dell’art. 16 è stata successivamente confermata dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 224 del 16 luglio 2013 in cui viene esaminato il rapporto tra questa disposizione e la clausola 5.2 dell’Accordo quadro sul lavoro a tempo parziale concluso dall’UNICE, dal CEEP e dalla CES, che la direttiva n. 97/81/CE ha introdotto nel diritto dell’Ue.

La clausola 5.2 dell’Accordo quadro (“Possibilità di lavoro a tempo parziale”) prevede che «Il rifiuto di un lavoratore di essere trasferito da un lavoro a tempo pieno ad uno a tempo parziale, o viceversa, non dovrebbe, in quanto tale, costituire motivo valido per il licenziamento, senza pregiudizio per la possibilità di procedere, conformemente alle leggi, ai contratti collettivi e alle prassi nazionali, a licenziamenti per altre ragioni, come quelle che possono risultare da necessità di funzionamento dello stabilimento considerato».

Tornando all’art. 16, L. n. 183/2010, le Pubbliche Amministrazioni che potevano avviare questa nuova valutazione del part-time già accordato erano quelle di cui all’art. 1, comma 2, D.Lgs. n. 165/2001, e cioè tutte le amministrazioni dello Stato, ivi compresi gli istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative, le aziende e amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane e loro consorzi e associazioni, le istituzioni universitarie, gli Istituti autonomi case popolari, le Camere di commercio (CCIAA) e loro associazioni, tutti gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali, le amministrazioni, le aziende e gli enti del Servizio sanitario nazionale (SSN).

Le Pubbliche Amministrazioni avrebbero dovuto effettuare tale nuova valutazione entro 180 giorni dall’entrata in vigore dell’art. 16 del “Collegato lavoro” (cioè, entro il 23 maggio 2011) e nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede.

In materia si rammenta che l’art. 73 del D.L. n. 112/2008, ha modificato la disciplina del part-time nel pubblico impiego e, in particolare, l’art. 1, commi 58 e 59, della L. n. 662/1996 (Finanziaria 1997) ha previsto che la trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale possa anche essere negata dal datore di lavoro, poiché non si tratta di un diritto soggettivo del dipendente ma è frutto di una valutazione discrezionale dell’amministrazione basata sulle esigenze dei servizi.

L’OPINIONE DELL’AVVOCATO GENERALE

L’Avvocato Generale Nils Wahl ritiene che, una volta riformulata la questione, la risposta della Corte dovrà riguardare la tutela che dev’essere opportunamente riconosciuta ai lavoratori, ai sensi della clausola 5.2 dell’Accordo quadro.

Con riferimento al tenore letterale, Wahl concorda col governo italiano e la Commissione ritenendo che la clausola 5.2 sia stata “redatta in modo tale da rendere oscuro il suo significato profondo”.

In primo luogo, la terminologia impiegata nella clausola 5.2 dell’accordo quadro risulta “deliberatamente vaga”: «Il rifiuto di un lavoratore di essere trasferito da un lavoro a tempo pieno ad uno a tempo parziale, o viceversa, non dovrebbe, in quanto tale, costituire motivo valido per il licenziamento (…)». Nel senso che, da un lato, secondo la disposizione, il rifiuto del lavoratore che non vuole la trasformazione del rapporto di lavoro non sembrerebbe giustificare il suo licenziamento, ma dall’altro lato, tuttavia, l’uso dell’espressione “non dovrebbe” non indica che il consenso del lavoratore alla modifica dell’orario di lavoro sia obbligatorio.

In secondo luogo, la clausola 5.2 prevede che tale rifiuto possa anch’esso costituire motivo valido per risolvere un contratto di lavoro “conformemente alle leggi, ai contratti collettivi e alle prassi nazionali (…)”. Insomma, dice l’Avvocato Generale, non si può dire con certezza che tale clausola conceda ai lavoratori un incontestabile diritto di rifiutare la trasformazione del rapporto di lavoro, anzi.

Tale considerazione sembra essere confermata anche da un punto di vista sistematico, sia da come è stata redatta la parte restante della clausola 5, sia da altre disposizioni, dalle quali emerge che in molte circostanze vengono espressamente concessi poteri di regolamentazione agli Stati membri così da confermare l’idea che la terminologia utilizzata nella clausola 5 di tale Accordo non abbia natura vincolante.

Per quanto riguarda lo scopo, la clausola 5 ha un fine onnicomprensivo che include il voler “contribuire all’organizzazione flessibile dell’orario di lavoro in modo da tener conto dei bisogni degli imprenditori e dei lavoratori”, prospettando dunque una flessibilità bipolare, che finisce per non propendere a favore di nessuna delle due categorie.

Pertanto, dopo aver anche chiarito che, a suo parere, non sarebbe nemmeno possibile richiamare per il caso in questione i principi della sentenza Michaeler e a. – che non riguardava, in ogni caso, la clausola 5.2 dell’accordo quadro – l’Avvocato Generale ha concluso affermando che la clausola 5.2 dell’accordo quadro non osta a che una norma nazionale preveda la possibilità – per il datore di lavoro – di disporre la trasformazione del rapporto di lavoro da part‑time a tempo pieno, contro la volontà del lavoratore. Sarebbero, quindi, compatibili con la direttiva n. 97/81/CE le norme nazionali che consentono a un datore di lavoro di modificare unilateralmente un rapporto di lavoro, trasformandolo da tempo parziale in rapporto di lavoro a tempo pieno.

I possibili impatti pratico-operativi. Le conclusioni del 22 maggio 2014 dell’Avvocato Generale Wahl, dunque, promuoverebbero le disposizioni del “Collegato lavoro” (L. n. 183/2010) che consentivano al datore di lavoro (inteso quale Pubblica Amministrazione), nei limiti di tempo ivi indicati, di tornare sui suoi passi e, rivalutando una sua precedente decisione, di modificare unilateralmente un rapporto di lavoro, da part‑time a tempo pieno, contro la volontà del lavoratore.

Tali conclusioni concorderebbero con quanto osservato dal governo italiano in corso di causa: secondo il nostro governo, infatti, la clausola 5.2 dell’Accordo quadro non potrebbe essere interpretata nel senso che essa prescrive che la trasformazione da un lavoro a tempo parziale a un lavoro a tempo pieno debba essere necessariamente consensuale. Tale disposizione punterebbe solo a limitare la possibilità di licenziamento quando il lavoratore non accetta siffatta trasformazione, ma non vieterebbe misure meno invasive da parte del datore di lavoro. Peraltro, come pure sostenuto dall’Avvocato Generale, tale disposizione sarebbe formulata in termini non vincolanti e da essa, quindi, non si potrebbe far discendere un diritto che il lavoratore possa far valere in giudizio.

Art. 16 L. 183/10 - Disposizioni in materia di rapporto di lavoro a tempo parziale

In sede di prima applicazione delle disposizioni introdotte dall’articolo 73 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, nel rispetto dei principi di correttezza e buona fede, possono sottoporre a nuova valutazione i provvedimenti di concessione della trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale già adottati prima della data di entrata in vigore del citato decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008.
Conclusioni dell’AG Nils Wahl

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *