Diritto

Contributo ingresso mobilità e concordato preventivo: le condizioni per l’esonero

Contributo ingresso mobilità e concordato preventivo: le condizioni per l’esonero
L’esonero dal pagamento del contributo di mobilità spetta solo se la procedura per il licenziamento collettivo del personale sia stata avviata dal commissario giudiziale, dopo il decreto di ammissione dell’impresa al concordato preventivo

L’esonero dal pagamento del contributo di mobilità spetta solo se la procedura per il licenziamento collettivo del personale sia stata avviata dal commissario giudiziale, dopo il decreto di ammissione dell’impresa al concordato preventivo: lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 13625 del 16 giugno 2014.

IL FATTO
Il caso trae origine da una richiesta di ammissione al concordato preventivo, presentata da una società al Tribunale di Vigevano, con cessione di beni ai creditori e
contestuale avvio della procedura di mobilità ex L. n. 223 del 1991. Con decreto, il Tribunale ammetteva la società alla procedura per concordato preventivo e nominava il commissario giudiziale; successivamente provvedeva ad omologare il concordato con cessione dei beni, nominando il liquidatore giudiziale.

Nel 2003 veniva notificato alla società un verbale di accertamento dell’Inps nel quale veniva contestato il mancato versamento della tassa d’ingresso alla mobilità per 44 dipendenti, a motivo del fatto che l’esonero di cui alla L. n. 223 del 1991 non era applicabile perché all’epoca della richiesta della procedura di mobilità non era stato ancora nominato il commissario giudiziale, né tantomeno omologato il concordato preventivo. Nel 2005 veniva poi notificata dal concessionario per la riscossione cartella di pagamento per € 319.571,96 per contributi e somme aggiuntive.

L’opposizione proposta dalla società veniva respinta dal Tribunale, ma la decisione veniva parzialmente riformata dalla Corte d’Appello, che rideterminava l’ammontare dei contributi richiesti, escludendo le rate con scadenza successiva al 2000 (data del decreto di ammissione al concordato e nomina del commissario giudiziale).
Riteneva la Corte che da tale momento la società fosse formalmente nelle condizioni di poter essere esonerata dal contributo di mobilità, sussistendo sia il requisito della cessazione dell’attività, sia la nomina del commissario giudiziale; osservava poi che la domanda di esonero, già precedentemente presentata dal liquidatore sociale, era stata fatta propria sia dal liquidatore giudiziale che dal commissario giudiziale, che avevano chiesto al Giudice delegato l’autorizzazione ad opporsi all’accertamento ispettivo.

A questo punto l’Inps ricorre per cassazione, addebitando alla Corte d’Appello di non avere considerato che il beneficio dell’esonero dal pagamento del contributo di ingresso alla mobilità spetta solo nell’ipotesi in cui la messa in mobilità sia disposta dal commissario giudiziale o dal liquidatore giudiziale, organi della procedura concorsuale e non, come nel caso, dal liquidatore della società.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Suprema Corte accoglie il ricorso dell’Inps. L’art. 5, comma 4, della L. n. 223/1991 prevede che “per ciascun lavoratore posto in mobilità l’impresa è tenuta a versare alla gestione degli interventi assistenziali e di sostegno alle gestioni previdenziali, di cui all’articolo 37 della legge 9 marzo 1989, n. 88, in trenta rate mensili, una somma pari a sei volte il trattamento mensile iniziale di mobilità spettante al lavoratore. Tale somma è ridotta alla metà quando la dichiarazione di eccedenza del personale di cui all’articolo 4, comma 9, abbia formato oggetto di accordo sindacale”.

L’art. 3 della stessa legge, intitolato “Intervento straordinario di integrazione salariale e procedure concorsuali”, al comma 3 dispone poi che: “quando non sia possibile la continuazione dell’attività, anche tramite cessione dell’azienda o di sue parti, o quando i livelli occupazionali possono essere salvaguardati solo parzialmente, il curatore, il liquidatore o il commissario hanno facoltà di collocare in mobilità ai sensi dell’articolo 4 ovvero dell’articolo 24 i lavoratori eccedenti. In tali casi il termine di cui all’articolo 4, comma 6, è ridotto a trenta giorni. Il contributo a carico dell’impresa previsto dall’articolo 5, comma 4, non è dovuto”.

La norma, al fine di tutelare interessi socialmente rilevanti, attribuisce tanto al commissario giudiziale quanto al liquidatore, a seconda che la necessità sorga prima o dopo l’omologazione, un eccezionale potere di gestione dell’impresa, ovvero il potere di valutare in prospettiva la possibilità di continuare (anche tramite la cessione dell’azienda) l’attività imprenditoriale e, in caso negativo, di decidere di collocare in mobilità il personale dipendente, con esonero in entrambi i casi dell’obbligo di pagare il relativo contributo (così Cass. S.U. n. 3597/2003).

La Corte richiama un suo precedente giurisprudenziale, la sentenza n. 19422 del 18 dicembre 2003, che, in relazione ad una fattispecie sovrapponibile a quella in commento – dopo avere premesso che la procedura di concordato preventivo inizia con l’emissione del decreto del Tribunale, che la dichiara aperta e nomina il giudice delegato e il commissario giudiziale, e non già con il deposito del ricorso per l’ammissione alla procedura – ha affermato che deve escludersi che il beneficio dell’esonero dal pagamento del contributo di mobilità, previsto dall’art. 3, comma terzo, della legge 23 luglio 1991, n. 223, spetti nel caso in cui l’atto con il quale viene avviata la procedura per il licenziamento collettivo del personale – che costituisce l’atto richiesto per la collocazione in mobilità “gratuita” per le imprese in concordato preventivo con cessione dei beni soggette alla disciplina dell’intervento straordinario di integrazione salariale – sia stato adottato non dal commissario giudiziale, successivamente al decreto di ammissione dell’impresa alla procedura concorsuale, ma dallo stesso imprenditore ancora prima di questo momento, contestualmente al deposito della istanza di ammissione al concordato preventivo.

La soluzione, cui la Suprema Corte ritiene di dovere dare continuità, è fondata sulla considerazione che la ratio della disposizione di cui al comma 3 dell’articolo 3 della L. n. 223/1991 è quella dell’esigenza, avvertita dal legislatore, di subordinare il collocamento in mobilità e il beneficio dell’esenzione dall’onere economico del versamento del contributo, ad una preliminare verifica delle condizioni di ammissione alla procedura da parte del Tribunale o almeno dell’organo deputato alla funzione – secondo una definizione dottrinaria – di “consulenza nel controllo”.
E ciò in quanto la mera richiesta di autorizzazione al concordato preventivo non implica affatto un accertamento dello stato di insolvenza, venendo questo esclusivamente dichiarato dal debitore interessato. Del resto, la ripetuta indicazione nella disposizione dei soggetti legittimati ad avviare gratuitamente la procedura di mobilità, e cioè del curatore, del liquidatore e del commissario, e non anche dell’imprenditore per il caso del concordato – nonostante lo stesso anche dopo l’ammissione alla procedura, conservi l’amministrazione del proprio patrimonio e dell’azienda – è, con tutta evidenza, significativa in tale ultimo senso.

In definitiva, la Corte di Cassazione accoglie il ricorso presentato dall’Inps.

Art. 3, comma 3, L. 223/91 - Intervento straordinario di integrazione salariale e procedure concorsuali

Quando non sia possibile la continuazione dell’attività, anche tramite cessione dell’azienda o di sue parti, o quando i livelli occupazionali possano essere salvaguardati solo parzialmente, il curatore, il liquidatore o il commissario hanno facoltà di collocare in mobilità, ai sensi dell’articolo 4 ovvero dell’articolo 24, i lavoratori eccedenti. In tali casi il termine di cui all’articolo 4, comma 6, è ridotto a trenta giorni. Il contributo a carico dell’impresa previsto dall’articolo 5, comma 4, non è dovuto.
Corte di Cassazione – Sentenza N. 13625/2014

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