Diritto

Contribuzione volontaria, inammissibile la questione sul divieto di cumulo dei versamenti

Contribuzione volontaria, inammissibile la questione sul divieto di cumulo dei versamenti
La Consulta ha dichiarato inammissibile, per difetto di motivazione sulla rilevanza, la questione di incostituzionalità sollevata con riferimento all’art. 6, comma 2, D.Lgs. n. 184/1997 (ricongiunzione, riscatto e prosecuzione volontaria ai fini pensionistici), nella parte in cui la disposizione vieta il cumulo fra contribuzione previdenziale volontaria e contribuzione nella gestione separata nei casi di prosecuzione dell’attività lavorativa per un limitato quantitativo di ore a settimana e per redditi da lavoro con compensi ben inferiori a 3.000 euro annui

A causa della non esauriente motivazione fornita dalla Corte di Appello di Trieste, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 114 del 18 giugno 2015, ha dovuto dichiarare inammissibile la questione di incostituzionalità dell’art. 6, comma 2, del D.Lgs. n. 184/97 (ricongiunzione, riscatto e prosecuzione volontaria ai fini pensionistici), nella parte in cui la tale norma pone il divieto del cumulo fra contribuzione previdenziale volontaria e contribuzione nella gestione separata nei casi di prosecuzione dell’attività lavorativa per un limitato quantitativo di ore a settimana e per redditi da lavoro con compensi ben inferiori a 3.000 euro annui.

IL FATTO
Il caso trae origine da una ordinanza con cui la Corte d’Appello di Trieste ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 6, comma 2, del D.Lgs. n. 184/97 «nella parte in cui vieta il cumulo fra contribuzione previdenziale volontaria e contribuzione nella gestione separata nei casi (…) di prosecuzione dell’attività lavorativa per un limitato quantitativo di ore a settimana e per redditi da lavoro con compensi ben inferiori a tremila euro annui».

In particolare, il Tribunale di Udine aveva accolto solo in parte la domanda, posta in via subordinata, di restituzione delle somme versate a titolo di contribuzione volontaria dalla ricorrente in primo grado. Quest’ultima – precisa la Corte rimettente – si era rivolta al giudice di primo grado, esponendo di avere svolto attività di lavoro subordinato dal 1° settembre 1967 sino al giorno 11 agosto 2000 e di avere così maturato una contribuzione pari a 1.699 settimane utili ai fini pensionistici, nonché di avere provveduto a versare all’INPS, a seguito di autorizzazione a proseguire volontariamente la contribuzione, fino a tutto il mese di marzo dell’anno 2004, la somma di 24.355,80 euro, sì da raggiungere un numero totale di 1.829 settimane utili ai fini della pensione; aveva quindi intrapreso, negli anni dal 2003 al marzo 2005, un’attività di lavoro saltuario come promotrice commerciale solo nei fine settimana, versando i contributi nella gestione separata, con iscrizione avvenuta nell’ottobre 2002. Nell’aprile del 2005 aveva ottenuto la pensione, a seguito della maturazione dell’anzianità contributiva per effetto del cumulo fra contributi per lavoro dipendente e contributi volontari. Nel giugno 2007 aveva richiesto la pensione supplementare per il lavoro svolto come promotrice dal 2003 al 2005 ma aveva ricevuto dapprima segnalazione dall’INPS, nell’ottobre 2008, della circostanza che la doppia contribuzione dalla predetta effettuata nel periodo 2003-2005 (a titolo di contribuzione volontaria e di gestione separata) non era consentita dall’art. 6 del D.Lgs. n. 184/97, e poi aveva subìto la revoca della pensione di anzianità in essere per avvenuto annullamento della contribuzione volontaria, con conseguente accertamento della sussistenza di un indebito di 82.502,96 euro per i ratei di pensione a lei pagati dall’aprile 2005 all’ottobre 2008.

Chiedeva quindi al giudice di primo grado di accertare il suo diritto a proseguire nella contribuzione volontaria nel periodo 2003-2005, di annullare il provvedimento di revoca della pensione di anzianità di cui aveva goduto sino al mese di ottobre 2008 e, in subordine, di condannare l’INPS a restituire le somme pagate per la contribuzione volontaria.

Il Tribunale di Udine accoglieva, in parte, solo la domanda presentata in via subordinata. Tuttavia, ad avviso della Corte d’Appello di Trieste, il giudice di primo grado si sarebbe basato su un’erronea interpretazione del quadro normativo di riferimento e, in particolare, dell’art. 6 del D.Lgs. n. 184/97, ritenendo che esso vietasse il cumulo delle due contribuzioni (quella volontaria e quella inerente alla gestione separata), e comunque non avrebbe rilevato – come avrebbe dovuto – il carattere discriminatorio del citato art. 6 in tema di divieto di cumulo, ove raffrontato ad altre analoghe fattispecie in cui detto divieto non sussisteva.

Nello specifico, ritiene il giudice rimettente che l’art. 6, comma 2, del D.Lgs. n. 184/97 determinerebbe una irragionevole disparità di trattamento rispetto ad attività di lavoro simili per impegno orario e per reddito conseguito, alle quali non si applica il divieto di cumulo dei versamenti effettuati in via volontaria, come nel caso del lavoro dipendente a tempo parziale di tipo verticale, orizzontale e ciclico, nonché per le prestazioni occasionali di carattere accessorio, in tal modo ponendosi in contrasto con l’art. 3, primo e secondo comma, Cost. La diversità di trattamento del cumulo tra contribuzione volontaria ed altre forme di contribuzione – prosegue l’ordinanza – sarebbe poi difficilmente giustificabile anche con riguardo alla tutela del lavoro in ogni sua forma ed applicazione apprestata dall’art. 35, primo comma, Cost., dato che ogni prestazione di lavoro merita eguale considerazione anche sul versante contributivo. Sarebbe, infine, violato l’art. 38, secondo comma, Cost., in quanto la differenziazione posta in risalto priverebbe soggetti come la lavoratrice di un idoneo riconoscimento dell’attività svolta e degli accantonamenti effettuati per provvedere alla propria vecchiaia.

LA DECISIONE DELLA CORTE COSTITUZIONALE
La Corte Costituzionale dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 6, comma 2, del D.Lgs. n. 184/97. Ad avviso della Consulta, la Corte di Appello erroneamente non avrebbe fornito alcuna motivazione sulle ragioni per le quali, nel caso in esame, essa avesse ritenuto dovesse applicarsi la regola generale del divieto di cumulo di cui alla norma censurata, diversamente da quanto accade nel caso del lavoro subordinato a tempo parziale, di tipo verticale, orizzontale e ciclico, e nel caso delle prestazioni occasionali di tipo accessorio.

Si segnala l’interessante ricostruzione del quadro normativo di riferimento operato, a partire dal D.Lgs. n. 61/2000, dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 114/2015.

Corte Costituzionale – Sentenza N. 114/2015

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