Lavoro

Contributo di licenziamento: il 50% dell’ASpI dovuto dal datore di lavoro

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La norma è passata quasi inosservata ma al momento in cui produce i suoi effetti, ecco che balza agli occhi dell’opinione pubblica. La riforma del mercato del lavoro (Riforma Fornero), legge n. 92 del 2012, nel disciplinare la nuova indennità di disoccupazione ASpI, ha introdotto importanti norme relative al finanziamento dell’ASpI stessa: ossia un contributo per finanziare l’ASpI dovuto dal datore di lavoro in tutti i casi di “interruzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato per causa diversa dalle dimissioni, intervenuti a decorrere dal 1 gennaio 2013”.

Si tratta di un vero e proprio contributo di licenziamento, che può arrivare a circa 1.500 euro. Soldi che ogni datore di lavoro, ogni impresa che intende licenziare, deve versare all’Inps per l’interruzione del rapporto di lavoro col dipendente. E questo vale, sorprendentemente, anche per il lavoro domestico, non avendo la legge escluso dall’obbligo di versamento del contributo tutte quelle famiglie che hanno alle proprie dipendenze colf e badanti.

Il contributo per le interruzioni di rapporto a tempo indeterminato

La circolare dell’Inps n. 140 del 14 dicembre 2012, che tratta gli aspetti contributivi dell’Assicurazione sociale per l’Impiego (ASpI), che ricordiamo dal 2013 sostituisce l’indennità ordinaria di disoccupazione, chiarisce tutto. Oltre all’ASpI con requisiti ordinari, dal 1 gennaio 2013 è partita anche la Mini ASpI, che nell’anno 2013 ha un regime transitorio, ossia la Mini ASpI 2012, che sostituisce l’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti. 

I datori di lavoro, che procedono a licenziamenti, a partire dal 2013 sono tenuti al versamento di un contributo all’Inps. E’ dovuto nei casi di interruzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato per causa diversa dalle dimissioni. Il contributo di licenziamento è pari al 50% dell’importo Aspi per ogni 12 mesi di anzianità aziendale negli ultimi tre anni: possibile un pagamento di oltre 1.500 euro. Vediamo tutte le informazioni, anche relative al calcolo.
I datori di lavoro, che procedono a licenziamenti, a partire dal 2013 sono tenuti al versamento di un contributo all’Inps. E’ dovuto nei casi di interruzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato per causa diversa dalle dimissioni. Il contributo di licenziamento è pari al 50% dell’importo ASpI per ogni 12 mesi di anzianità aziendale negli ultimi tre anni: possibile un pagamento di oltre 1.500 euro. Vediamo tutte le informazioni, anche relative al calcolo.

Contributo dovuto nei casi di interruzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato per causa diversa dalle dimissioni. L’art. 2, commi 31 – 35, della legge di riforma (legge n. 92 del 2012) introduce e disciplina un ulteriore contributo destinato al finanziamento dell’ASpI. È previsto, infatti, che, in tutti i casi di interruzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato per causa diversa dalle dimissioni (tra l’altro la riforma Fornero ha reintrodotto la convalida delle dimissioni), intervenuti a decorrere dal 1° gennaio 2013, i datori di lavoro siano tenuti al versamento di uno specifico contributo per ogni dodici mesi di anzianità aziendale negli ultimi tre anni. Quindi anche i licenziamenti per giusta causa, oltre che per giustificato motivo, sia oggettivo che soggettivo.

Il datore di lavoro deve il 50% del trattamento ASpI. Più precisamente, l’art. 2 comma 31 recita: “In tutti i casi di interruzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato per causa diversa dalle dimissioni, intervenuti a  decorrere dal 1° gennaio 2013, è dovuta, a carico del datore di  lavoro, una somma pari al 50 per cento del trattamento mensile iniziale di ASpI per ogni dodici mesi di anzianità aziendale negli ultimi tre anni”. Quindi fino a tre contributi del 50% dell’importo dell’ASpI calcolata per il primo mese. In sostanza un importo che può arrivare a 1,5 volte l’importo dell’ASpI.

Nel computo dell’anzianità aziendale, utile quindi a determinare quante quote del 50% dell’ASpI deve versare il datore di lavoro (che vanno da una a tre quote), sono compresi i periodi di lavoro con contratto diverso da quello a tempo  determinato, se il rapporto è proseguito senza soluzione di continuità o se comunque si è dato luogo alla restituzione di cui al comma 30 (riguardo a questo ultimo riferimento al comma 30, trattasi della trasformazione a tempo indeterminato del contratto a termine scaduto entro il termine di 6 mesi. In questo caso si ha diritto alla restituzione del contributo addizionale ASpI, di cui accenneremo in seguito).

Contributo di licenziamento triplo nei licenziamenti collettivi. Il comma 35 aggiunge: “A decorrere dal 1° gennaio 2017, nei casi di licenziamento collettivo in cui la dichiarazione di eccedenza del personale di cui all’articolo 4, comma 9, della legge 23 luglio 1991, n. 223, non  abbia formato oggetto di accordo sindacale, il contributo di cui al comma 31 del presente articolo è moltiplicato per tre volte”. Quindi da 1,5 a 4,5 volte l’importo dell’ASpI. A questo punto vediamo a quanto ammonta l’importo del primo mese di ASpI e quanto ammonta il conseguente contributo di licenziamento.

Calcolo del contributo di licenziamento 50% per ASpI

La circolare Inps rimanda a future determinazioni: “In merito ai criteri di determinazione del contributo e alle modalità di versamento si fa riserva di successive indicazioni”. Quindi non è ancora chiaro il sistema di calcolo. Ma in sostanza, interpretando gli articoli di legge, va calcolata l’indennità ASpI e poi va attribuito il 50% a carico del datore di lavoro, con erogazione una tantum.

L’importo massimo ASpI. Siccome l’importo dell’ASpI, calcolato secondo i criteri stabiliti per l’ASpI, non può superare l’importo della indennità straordinaria di cassa integrazione, ossia per il 2012 ad esempio pari ad euro 1.119,32, ogni quota del 50% dell’ASpI, dovuta dal datore di lavoro può arrivare al massimo del 50% di 1.119,32 euro, quindi una quota massima di 559,66 euro(per una sola quota del 50% ASpI). Ovviamente detti valori vanno aggiornati al 2013 in base all’ammontare annuale dell’indennità straordinaria di cassa integrazione.

Il contributo di licenziamento può superare i 1.500 euro. Tutto dipende dal calcolo dell’ASpI al lavoratore, il cui 50% è dovuto all’Inps dall’impresa che l’ha licenziato, o con la quale ha cessato il rapporto di lavoro per cause diverse dalla dimissione. Trattandosi, nel licenziamento individuale, di un contributo dovuto dal datore di lavoro pari alla metà del trattamento iniziale dell’ASpI per ogni 12 mesi di anzianità, con conteggio fino ad un massimo di 36 mesi, avvengono i seguenti scenari:

  1. se il rapporto di lavoro chiuso per licenziamento ha avuto una durata inferiore ad un anno, allora è dovuto dal datore di lavoro all’Inps il 50% della prima rata di ASpI erogata al lavoratore dall’Inps (es. fino a 559,66 euro);
  2. se il rapporto è di durata superiore all’anno e fino a 2 anni, allora è dovuta dal datore di lavoro all’Inps una quota del 50% per ogni anno, quindi due quote di 50% dell’ASpI spettante al lavoratore per il primo mese. In sostanza il primo mese ASpI è erogato dal datore di lavoro (es. fino a 1.119,32 euro);
  3. se il rapporto è di durata superiore al biennio, e va anche oltre ai 3 anni, allora è dovuta dal datore di lavoro all’Inps una quota del 50% per ogni anno fino a tre anni massimi, cioè tre quote del 50% dell’ASpI, ossia la misura pari a 1,5 volte la prima rata dell’ASpI spettante al lavoratore (es. fino a 1.119,32 x 1,5 = 1.678,98 euro).

Come si calcola l’ASpI. L’ASpI va calcolata sulla retribuzione globale lorda percepita dal lavoratore nel biennio (quindi la somma degli imponibili Inps in busta paga negli ultimi 2 anni). La somma così ottenuta va divisa per le settimane di contribuzione (nel caso di lavoro in tutto il biennio sono 104) e poi moltiplicata per 4,33 (in modo da ottenere la retribuzione media mensile dopo aver ottenuto quella settimanale). A quel punto l’ASpI è pari al 75% della retribuzione mensile, nei casi in cui quest’ultima non superi, nell’anno 2013, la cifra massima di 1.180 euro mensili.

Questo massimale viene annualmente rivalutato dall’Inps sulla base della variazione dell’indice Istat dei prezzi al consumo per le famiglie degli operati e degli impiegati, intercorsa nell’anno precedente. Quindi nel 2014 l’importo sarà diverso. Nel caso in cui la retribuzione mensile sia superiore a tale importo l’indennità è pari al 75% del predetto importo incrementata di una somma pari al 25% del differenziale tra la retribuzione mensile e il predetto importo (ossia la parte che va oltre i 1.180 euro). Sull’importo dell’ASpI così ottenuto si procede al calcolo del contributo di licenziamento dovuto dal datore di lavoro. 

[headline style=”5″ color=”blue” tag=”h1″]CASO PRATICO – CALCOLO ASpI E CONTRIBUTO DI LICENZIAMENTO[/headline]

Poniamo il caso di un lavoratore con una retribuzione complessiva nel biennio precedente il licenziamento di 30.000 euro (15.000 euro lordi annui), con un lavoro svolto per 24 mesi precedenti ed un rapporto di lavoro che durava da più di tre anni. Arriva il licenziamento, la domanda per l’ASpI del lavoratore, abbiamo quindi da calcolare l’ASpI spettante (in presenza dei requisiti) ed anche la quota a carico del datore di lavoro come contributo di finanziamento:

  1. ASpI spettante al lavoratore. Le settimane di contribuzione sono 104 (52 settimane per 2 anni), la retribuzione media settimanale, ottenuta dividendo 30.000 per 104 settimane, è pari a 288,46 euro. Il calcolo dell’ASpI prevede la determinazione della retribuzione media mensile, pari a 288,46 euro per 4,33 settimane: totale 1.249 euro. A questo punto va calcolata l’ASpI nella misura del 75% di 1.180 euro (limite di calcolo), ossia 885 euro, più il 25% di 69 euro, ossia sulla parte restante 1.249 -1.180. Il 25% di 69 euro è pari a 17,25 euro, che va sommata a 885 euro. Totale ASpI primo mese pari è 902,25 euro. Questo è quanto spetta al lavoratore;
  2. Il datore di lavoro deve un contributo di licenziamento individuale. Che è pari al 50% di 902,25 euro, e per ogni 12 mesi nel triennio precedente il licenziamento. Siccome il lavoratore ha avuto un rapporto di lavoro di durata superiore a tre anni, la quota del 50% di 902,25 euro, ossia 451,12 euro va moltiplicata per 3 anni, ossia il contributo di licenziamento individuale dovuto per dal datore di lavoro è pari a 1.353,36 euro, da versare all’Inps una tantum;
  3. Eventuale contributo di licenziamento collettivo. La norma prevede che a partire dal 2017, il contributo di licenziamento collettivo è pari a tre volte l’importo del contributo di licenziamento individuale, quindi si tratta di 1.353,36 euro per 3, ossia 4.060,08 euro dovuti dal 2017 per ogni lavoratore nel licenziamento collettivo.

Come si è visto, si tratta di oneri finanziari, più precisamente di costi di natura previdenziale di importante impatto sul mondo del lavoro. Il datore di lavoro che, a partire dal 1 gennaio 2013, procede ad un licenziamento individuale deve sostenere questo costo, sopra determinato. Si precisa che la norma riguarda anche altre forme di cessazione del rapporto di lavoro, in quanto non fa riferimento al licenziamento ma a tutti i casi di interruzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato per causa diversa dalle dimissioni. Ma ci sono casi di esonero, vediamoli.

Quando il contributo non è dovuto: appalto ed edilizia. Il contributo di licenziamento all’Inps per finanziare l’ASpI, come precisa la circolare Inps e secondo quanto previsto dall’art. 2 comma 34 della Riforma Fornero,  non è dovuto, per il periodo 2013 – 2015, nei seguenti casi:

  • licenziamenti effettuati in conseguenza di cambi di appalto, ai quali siano succedute assunzioni presso altri datori di lavoro, in applicazione di clausole sociali che garantiscano la continuità occupazionale prevista dai CCNL;
  • interruzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato, nel settore delle costruzioni edili, per completamento delle attività e chiusura del cantiere.

Contributo di licenziamento ASpI, apprendistato e mobilità. La circolare Inps precisa che “ai sensi dell’art. 2, co. 32, il contributo è dovuto anche per:

  • le interruzioni dei rapporti di apprendistato diverse dalle dimissioni o dal recesso del lavoratore, ivi compreso il recesso del datore di lavoro al termine del periodo di formazione di cui all’art. 2, co. 1, lett. m) del D.lgs. n.167/2011;
  • fino al 31 dicembre 2016, sono esclusi dal versamento del predetto contributo i datori di lavoro tenuti al versamento del contributo d’ingresso nelle procedure di mobilità ex art. 5, co. 4, della legge n.  223/91.

Quindi per l’apprendistato valgono le stesse regole degli altri, mentre per la mobilità le imprese si salvano. Ma fino al 2016, dopo, come abbiamo visto, scatta il triplo del contributo per licenziamento collettivo.

Contributo addizionale per i contratti non a tempo indeterminato

Oltre al contributo cosiddetto di licenziamento, ossia il “Contributo dovuto nei casi di interruzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato per causa diversa dalle dimissioni”, la legge Fornero e la circolare dell’Inps hanno introdotto anche il contributo addizionale.

Si tratta di quanto previsto dal comma 28 dell’art. 2 della Legge n. 92 del 2012: “Con effetto sui periodi contributivi dal 1 gennaio 2013, ai rapporti di lavoro subordinato non a tempo indeterminato si applica un contributo addizionale, a carico del datore di lavoro, pari  all’1,4 per cento della retribuzione imponibile ai fini previdenziali”. Questo significa che le imprese devono versare per ogni lavoratore con il quale hanno in corso un contratto a termine, a partire dalle retribuzioni di gennaio 2013, un contributo Inps aggiuntivo dell’1,40%, che si somma all’1,61% previsto per finanziare l’ASpI sui contratti a tempo indeterminato.

In sostanza, un contratto a tempo determinato costa il 3,01% alle imprese, con un incremento dell’1,4% del costo del lavoro. Sono previsti dei casi di restituzione del contributo in caso di stabilizzazioni a tempo indeterminato.

Inps – Circolare N. 140/2012
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