Lavoro

Contestazione addebito al domicilio fornito dal lavoratore: legittimo il licenziamento

Contestazione addebito al domicilio fornito dal lavoratore: legittimo il licenziamento
In tema di licenziamento individuale è rituale la comunicazione del provvedimento di recesso effettuata al dipendente mediante lettera raccomandata spedita al suo domicilio, presupponendo l’operatività della presunzione di legge che la dichiarazione sia “diretta ad una determinata persona” e che essa “giunga all’indirizzo del destinatario”, qualunque sia il mezzo impiegato

In tema di licenziamento individuale è rituale la comunicazione del provvedimento di recesso effettuata al dipendente mediante lettera raccomandata spedita al suo domicilio, presupponendo l’operatività della presunzione di legge che la dichiarazione sia “diretta ad una determinata persona” e che essa “giunga all’indirizzo del destinatario”, qualunque sia il mezzo impiegato. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 12195 del 30 maggio 2014.

IL FATTO
Il caso trae origine da una sentenza con cui la Corte d’Appello di Catanzaro, riformando la decisione del Tribunale di Cosenza che aveva respinto l’impugnativa del licenziamento proposta da un dipendente nei confronti della propria banca, dichiarava l’illegittimità del predetto licenziamento intimato per giusta causa ed ordinava la reintegra del lavoratore nel posto di lavoro, con tutte le conseguenze risarcitorie e contributive.

Spiegava in particolare la Corte che la prima delle due lettere contenenti le contestazioni disciplinari, seppur indirizzata al domicilio eletto e seppur ricevuta dalla figlia dell’appellante, la quale aveva reso dichiarazione di impegno di consegnarla al padre, non recava sull’esterno della busta il nominativo del lavoratore, bensì la denominazione della struttura ove quest’ultimo aveva eletto domicilio, per cui una tale divergenza tra busta e lettera in essa racchiusa faceva venir meno la presunzione di identità tra i due atti e quella di conoscenza da parte del reale destinatario del contenuto della contestazione, con conseguente illegittimità del licenziamento.

Inoltre, secondo i giudici d’appello, non poteva configurarsi alcuna forma di sanatoria nel fatto che la consegna della predetta missiva fosse avvenuta nelle mani della figlia del dipendente sia perché tale forma di recapito non risultava essere stata autorizzata dal dipendente, sia perché mancava la prova dell’obbligo della figlia a riceverla, sia perché non poteva ritenersi esigibile l’impegno assunto da quest’ultima di consegnarla al proprio genitore in stato di detenzione, potendo un tale impegno contrastare, in ipotesi, coi vincoli del regime carcerario.

Nel ricorso per Cassazione, la Banca lamentava che la presunzione di conoscenza del contenuto dell’atto notificato non poteva ritenersi superata dalla circostanza che nella fattispecie la busta contenente la lettera di contestazione indirizzata al dipendente, recasse solo la denominazione della struttura presso la quale la missiva stessa doveva, comunque, essere recapitata, trattandosi di domicilio eletto dal medesimo lavoratore. Invero, la nota d’addebito era diretta proprio a quest’ultimo ed era giunta all’indirizzo prescelto, con consegna della stessa nelle mani della figlia del destinatario, la quale aveva anche sottoscritto in quell’occasione l’impegno di consegnarla al padre.

LA DECISIONE DELLA CORTE DI CASSAZIONE
La Suprema Corte accoglie il ricorso presentato dalla Banca.

Ai sensi della norma di cui all’art. 1335 cod. civ., intitolata come “presunzione di conoscenza”, ogni dichiarazione diretta ad una determinata persona si reputa conosciuta nel momento in cui giunge all’indirizzo del destinatario, se questi non prova di essere stato, senza sua colpa, nell’impossibilità di averne notizia.

Tale norma risulta essere stata rispettata nella fattispecie in quanto dalla stessa sentenza si evince che il luogo ove fu recapitata la lettera di contestazione era quello prescelto dal medesimo lavoratore per la ricezione delle comunicazioni, tanto che in quello stesso posto l’atto fu consegnato a sua figlia, la quale sottoscrisse anche l’impegno di consegnarlo al genitore all’epoca detenuto. Quindi, il superamento di tale presunzione poteva avvenire solo attraverso la prova che il lavoratore avrebbe dovuto fornire di essere stato, senza sua colpa, nell’impossibilità di averne notizia.

Va aggiunto che al riguardo la Suprema Corte ha già avuto occasione di affermare (Cass. sentenza n. 13087 del 5 giugno 2009) che “in tema di licenziamento individuale, è rituale la comunicazione del provvedimento di recesso che venga effettuata al dipendente mediante lettera raccomandata spedita al suo domicilio, presupponendo l’operatività della presunzione di cui all’art. 1335 cod. civ. che la dichiarazione sia “diretta ad una determinata persona” e che essa “giunga all’indirizzo del destinatario”, qualunque sia il mezzo impiegato”.

Si è, altresì, statuito (Cass. sentenza n. 20784 del 25 settembre 2006) che “l’atto unilaterale recettizio, i cui effetti si producono, ai sensi dell’art. 1334 cod. civ., nel momento in cui il destinatario ne ha conoscenza, si reputa conosciuto quando, avuto riguardo alle previste modalità della sua comunicazione, consegna o spedizione, da accertarsi caso per caso dal giudice di merito, possa ritenersi che il destinatario medesimo ne abbia avuto conoscenza o ne abbia potuto avere cognizione usando la normale diligenza, ricadendo su di lui, in presenza di tali condizione, l’onere di dimostrare di essersi trovato, senza colpa, nell’impossibilità di averne notizia” (in senso conforme v. anche Cass. sentenza n. 758 del 16 gennaio 2006).

In definitiva, secondo il principio affermato dalla Cassazione, è pienamente valida ed efficace una contestazione d’addebito pervenuta al domicilio fornito dallo stesso lavoratore, ciò in quanto, in tema di licenziamento individuale è rituale la comunicazione del provvedimento di recesso, inviata a mezzo raccomandata spedita al domicilio del lavoratore, operando la presunzione di cui all’articolo 1335 c.c.: ne discende, dunque, che sarà il lavoratore, destinatario della missiva, a fornire la prova della impossibilità di conoscenza dell’atto, senza colpa, pur avendo adottato la normale diligenza richiesta.

Corte di Cassazione – Sentenza N. 12195/2014
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